Da Giornale Storico di Psicologia Dinamica - n°47/2000

La parola che non basta

Francesca Garofoli


Di Renzo Editore 

Di sicuro ricordi il momento meraviglioso in cui un bambino comincia a chiamare le cose per nome. Eppure, ogni volta che imparava una parola nuova, una parola che è anche un po’ “loro”, di tutti, persino la sua prima parola, una parola bella come “luce”, io provavo una stretta al cuore, perché pensavo: chissà cosa sta perdendo in questo momento. Chissà quanti tipi di chiarore ha visto e assaggiato e odorato prima di stiparli tutti in quella piccola scatola chiamata “luce”, con quella “c” nel mezzo, come un interruttore per spegnerla.
(Grossman, D., 1998, Che tu sia per me il coltello, Mondadori, Milano 1999, p. 19).
Quando ho cominciato a pensare a questo mio intervento avevo un’unica oasi di chiarezza a cui aggrapparmi: il titolo.
“La parola che non basta” era l’espressione più completa e compiuta del mio pensiero. Talmente compiuta e completa da non lasciare spazio ad altro tipo di divagazione.
La parola non basta.
Non può bastare.
Punto.

Così è cominciato il cordoglio della perfezione.
Quelle rare volte che uno scrittore giunge alla parola perfetta, quella a cui si può far serenamente seguire un punto e il silenzio, è l’istante dell’eterno che già più non gli appartiene.
Nata dalla confusione, dall’informe a cui ci si aggrappa come naufrago in mezzo alla tempesta, con l’unica speranza di catturare anche una goccia soltanto di quell’oceano in cui annaspa, la parola che di tutto questo è il segno è quella dell’assoluta pienezza e del profondo nulla.
Nasce da un rumore assordante o da un brulichio di vita sommessa e muore in un silenzio plumbeo, immobile. Bloccata come una statua.
Adesso, per la prima volta, mi trovavo a dover ripercorrere la strada inversa: non più dalla confusione alla sintesi, bensì dalla sintesi al caos primigenio.
Un po’ come il bambino che dopo mesi e anni di informi vagiti riesce ad aggrapparsi alla sua prima parola. Quella parola che da sola dovrebbe bastare a spiegare le mille ombre del silenzio che l’ha preceduta.
È impossibile rimediare alla parola.

Il bambino di Grossman dice “luce”.
Una sconfitta mascherata da conquista: un interruttore che crudelmente spegne un’atmosfera e infinite sfumature.
Il mio bambino invece, in tempi ormai remoti, disse “trasparenza”. Da allora come Edipo si è condannato alla cecità e al mutismo di chi ha voluto vedere troppo.
Forse è questo il vero destino dello scrittore: vedere senza poter raccontare. Mai fino in fondo.

Ricordo una parabola onirica nata proprio durante quelle notti insonni in cui cercavo un chiave per il mio intervento.

Un uomo, proprietario di una villa di campagna, si trovò nell’indecisione di dover porre un confine alla propria casa. Il verdeggiante giardino digradava in lontananza per ettari ed ettari con moto ondoso e costante, ovunque egli guardasse. Fatta eccezione che a Sud, ove cedeva il passo ad una fitta boscaglia. Sapeva bene che quella era terra di spiriti e folletti e che su di essa non avrebbe potuto vantare alcun possesso, ma non riusciva a decidere con esattezza dove finisse il suo giardino e dove cominciasse il bosco. Se all’apparire dei primi sporadici alberi o dinanzi al muro più compatto della selva.
Decise così di piantare un albero di arance proprio sul limitare del bosco, e in corrispondenza di esso sancì la fine del suo giardino. Di giorno in giorno lo guardava crescere con ammirazione convinto com’era che quell’albero, con i suoi copiosi frutti, segnasse la porta dell’altrove e il confine del visibile.

Sento ancora quel sentimento di estasiata ammirazione con cui l’uomo guardava alla sua opera di recinzione, ma mi chiedo: perché proprio un albero di arance?
Sull’albero ci sarebbe molto da dire, ma - al di là dei suoi mille aspetti simbolici - prevale la metafora dell’unione, dell’equilibrio e dell’armonia tra gli opposti.
Come immagine di rigenerazione, esso rappresenta il continuo degradare della vita nella morte e di questa in una successiva rinascita.
Nella sua fisicità, costituisce il ponte, l’elemento di comunicazione, fra i tre livelli del cosmo: quello sotterraneo delle radici, quello terreno del tronco e quello celeste dei rami. Più in generale è il punto di passaggio tra la natura ctonia e quella uranica.
In esso sono riuniti tutti gli elementi: acqua, fuoco, terra e aria.
Pur godendo di una forma vivente, terrena, l’albero è creatura nata dall’altrove sotterraneo e tesa all’altrove celeste. È l’unione fra il continuo e il discontinuo, fra la materia e lo spirito.
Nella sua natura è androgino: simbolo fallico e materno al tempo stesso. È l’emblema junghiano della coniunctio oppositorum.
L’arancio in particolare è simbolo di fecondità, come molti alberi da frutto, e presso alcune culture i suoi fiori sono auspicio di matrimonio.
Il colore dei suoi frutti, l’arancione, è simbolo dell’equilibrio tra lo spirito e la libido. Un equilibrio difficile da mantenersi.
È dunque rafforzato nell’arancio l’elemento dell’unione: il matrimonio dei contrasti.
L’immagine dell’albero come confine e, al tempo stesso, punto d’unione delle due terre di confine sembrerebbe farsi metafora di un dialogo tra realtà diverse: il Qui e l’Altrove. Un’unione che per realizzarsi richiede comunque l’elemento netto del confine. Non una barriera o un muro, immagini dell’ostacolo, ma un albero, simbolo mutevole del punto in cui la materia trascende nello spirito.
L’albero come la parola.
Nelle mie intenzioni narrative, come in quelle dell’uomo del sogno, vi era il desiderio di segnare il limite tra il visibile e l’invisibile. Un limite che più che dalla parola è imposto dal silenzio che ad essa segue.

Ma non era questo l’unico conflitto in cui mi dimenavo. Vi era infatti anche la difficile scelta di quale ruolo narrante assumere. Tra psicologia e letteratura mi sentivo chiamata da ambedue le alternative.
Vi sono molte affinità elettive tra l’una e l’altra possibilità del narrare, ma anche diversità incolmabili.
La parola scritta e quella dello spazio analitico sono entrambe afflitte dalla stessa mancanza: non possono bastare.
Seguono la stessa costrizione temporale: non possono essere la lingua del futuro. Raramente lo sono del presente. Quasi sempre del passato.
In ragione di ciò rappresentano il sigillo della nostalgia, del ricordo, di un tempo ormai fuori dal tempo: di ciò che è ormai irrimediabilmente morto alla parola.
Entrambe perseguono la trasparenza. Ma proprio qui si pone la colpa dell’una nei confronti dell’altra. La parola scritta si lascia pervadere dagli effetti della trasparenza: è quello che resta dopo la rivelazione. La psicoanalisi ne persegue invece le cause. Nel far ciò, affida al Logos un diritto supremo, e all’umano un arbitrario possesso del divino. La psicoanalisi non rivela. Sconsacra.
Se c’è una colpa che veramente si può imputare alla psicoanalisi è quella di aver ucciso, per eccesso di trasparenza delle cause, la scrittura e i sogni e le fantasie di cui essa - ignara - si nutriva.
Dopo Freud non potrà più esistere uno scrittore come Dostoevskij. Per abuso di chiarezza.
La psicoanalisi ha ucciso la letteratura - un certo tipo di letteratura - un po’ come la parola “luce” ha ucciso i fantasmi e le ombre di un bambino.

In principio era il Verbo.
Da allora la scrittura è diventata lotta per un possesso.
Lì dove ora è l’Es, sarà l’Io. Scriveva Freud.
La vera colpa di Prometeo non è stata il furto della fiaccola della conoscenza, ma dell’alfabeto.
Quando l’uomo ha cominciato a scrivere ha rivendicato il suo possesso della memoria, del passato, della storia.
Il possesso delle radici è il possesso della vita.
Colui che riscrive il passato domina il futuro.

Eppure per tutto questo la parola non basta.
Non può bastare.
La parola è come un foro. Un buco della serratura da cui spiare un mondo altro. Non potrà mai bastare, poiché essa non è altro che sfumatura - un’ombra fra tante.
Resterà sempre disincarnata.
Il corpo è l’oggetto mancante della scrittura quanto della psicoanalisi.
La parola non dice mai quel che è, ma quel che potrebbe essere.
Il mio scrivere non sarà mai la cosa in sé, ma solo il suo pretesto - o il mio pretesto - a vivere.

La parola perfetta è quella che finisce le parole.
Non per mera stanchezza, ma per esaurimento del possibile.
Per questo l’unica parola che può bastare sarà il silenzio: quella che tutto vede ma nulla più può raccontare.