Synthesis, n. 4, settembre-dicembre 1994, pag. 59, recensioni

J.L. Moreno e Z.T. Moreno, Gli spazi dello psicodramma

Stefania Tucci

(Roma, Di Renzo Editore, 1994)

Chi conosce le tecniche psicodrammatiche per averne fatto esperienza, sa quanto, con una velocità che non ha eguali nei metodi analitici classici, esse trasportino l’individuo e il gruppo in diretto rapporto con le emozioni e gli affetti che si celano dietro una parola, un’immagine, un sogno, un gesto. Chi osserva per la prima volta quello che accade nel teatro psicodrammatico non può nascondere il proprio stupore di fronte ad eventi altamente significativi che nell’azione prendono forma con inaudita naturalezza. Forse, però, questo doveva essere l’intento di Moreno quando, nella convinzione che l’atto preceda la parola e la includa, ideò una nuova forma di terapia tesa a far scendere i pazienti dal lettino per farli salire sul palcoscenico come attori e autori di sé: provocare lo stupore degli astanti nel momento in cui la psiche, così oggettivata, entra in scena e si rappresenta. Il testo che qui presentiamo, un testo del 1959 che appare per la prima volta in traduzione italiana presso l’editore Di Renzo di Roma, costituisce il secondo volume dei tre che vanno a formare il Manuale di psicodramma di Jacob Levi Moreno (già tradotto e pubblicato dalla casa editrice Astrolabio di Roma per quanto concerne il I e il III volume, rispettivamente nel 1985 e nel 1987).
Ci piace segnalarlo per alcune caratteristiche che presenta che, a dispetto dei decenni trascorsi dalla sua prima pubblicazione, sono ancora oggi quanto mai stimolanti. I sei capitoli di cui è composto non costituiscono semplicemente gli atti di relazioni e conferenze tenute da Moreno. Essi rappresentano piuttosto un tentativo di interazione con il lettore che è lo stesso Moreno ad intraprendere per primo pubblicando, all’interno del suo lavoro, i commenti di tutti gli psicologi che hanno accettato di rispondere alle sue sollecitazioni, in un gioco di rimandi che idealmente non ha mai fine. Così, il lettore di oggi scoprirà di essere anche lui un potenziale partecipante al gioco che Moreno ha ideato col fine di superare i particolarismi accademici che dividono e contrappongono le varie scuole di pensiero psicologico. All’interno di questo dibattito a più voci si potranno ripensare e ridefinire i concetti di terapia e di cura, quelli di transfert e di controtransfert, di terapia di gruppo e di psicoanalisi e mille altri ancora. Quello che Moreno ci insegna in questo libro è che, anche quando si è costretti, non essendo stati figli, a farsi padri — e Moreno si fece padre, come lui stesso afferma, ideando lo psicodramma —, è sempre necessario un confronto e un’apertura verso ogni altra posizione teorica. La vivacità di pensiero che contraddistingue la personalità carismatica di Moreno traspare anche in quei capitoli dove, invece di discutere posizioni teoriche, egli descrive il proprio metodo di lavoro. Magistrali sono sia il capitolo nel quale illustra le osservazioni condotte sul figlio che quello dove riporta lo psicodramma del “paziente Hitler”. In entrambi, unitamente ad una vivace illustrazione della tecnica adottata, si possono cogliere nuovi orizzonti teorici e aperture di ricerca. Chi si occupa di psicoterapia infantile non può non leggere le pagine che in questo libro Moreno dedica al figlio. Chi, invece, lavora con pazienti psicotici non potrà non cogliere nella raffigurazione del caso Hitler lo scardinamento linguistico e clinico operato da Moreno in tale circostanza. Alla luce di quanto abbiamo fin qui cercato di esporre, Gli spazi dello psicodramma di Moreno sono quindi spazi aperti e non solo luoghi del passato ai quali guardare con l’occhio dello storico.