Psicodramma classico, n. 1-2, settembre 2005, recensione libri

Un matrimonio da fare

Luigi Dotti

(Jacob Levi Moreno, Un matrimonio da fare. A cura di Ottavio Rosati, Di Renzo Editore, Roma, 2005)

Questo volume raccoglie in una nuova versione italiana tre psicodrammi condotti da Jacob Levi Moreno, e ricompresi in Psycodrama, vol. III. Si tratta di psicodrammi della coppia e del matrimonio e più specificamente:
1. lo psicodramma di Joyce ed Emmett, del 1948, dove Moreno esplora, con finalità diagnostica i ruoli attuali e potenziali reciproci di questa coppia;
2. lo psicodramma di Ann, Ellen e Franz, del 1939, dove viene analizzato un triangolo amoroso;
3. lo psicodramma di Mchèlle e Paul, realizzato nel 1964 alla Sorbona a Parigi e ripreso da Roberto Rossellini: è lo psicodramma di una coppia sposata in crisi.
La raccolta è particolarmente interessante sia per la nuova versione, con note esplicative, che per la bella prefazione di Ottavio Rosati, che evidenzia gli elementi precursori di questi psicodrammi rispetto alla terapia della coppia e della famiglia. Altri elementi sono degni di nota e di particolare stimolo per lo psicodrammatista.
Se confrontati con gli psicodrammi che attualmente vengono svolti, attenti a strutturare una serie di condizioni e di tecniche d’azione ben congegnate, questi psicodrammi di Moreno appaiono molto naif. ma in questo sta la loro forza: si può avvertire la potenza dell’azione e della rappresentazione spontanea dei ruoli, al di là dell’uso di tecniche specifiche. L’attenzione attuale alla correttezza tecnica nella conduzione degli psicodrammi rischia talvolta di diventare un elemento di pervasività della figura del direttore sulla scena; questi psicodrammi ci rivelano la capacità di autocura dell’azione scenica spontanea, più che delle tecniche proposte dal direttore di scena.
Un altro elemento di interesse, che si coglie nello psicodramma di Michelle e Paul, è l’uso del doppio. Si tratta di un doppio assai diverso da quello utilizzato solitamente negli psicodrammi che conosciamo, ove una persona del gruppo dà voce ai pensieri e ai sentimenti del protagonista sulla scena. Qui invece il doppio è un io-ausiliario presente sulla scena come ‘duplicato’ o ‘seconda versione’ del protagonista o di un altro personaggio dello psicodramma, e agisce al suo fianco con una funzione di stimolo e di moltiplicatore di possibilità.
Un ulteriore elemento di interesse in questi psicodrammi di Moreno è il sapiente intreccio di reale e semireale sulla scena. Fa notare Rosari nella prefazione:”(Moreno) anticipa in modo rivoluzionario la terapia della famiglia e quella di rete, ed escogita un colpo di regia degno di Pirandello: chiamare sulle tavole di un palcoscenico prima un personaggio e poi la persona reale che gli corrisponde... Ma il gioco descritto da Moreno è ancora più audace, perché il setting a tre è previsto dalla regola e dà origine a momenti e battute alla Woody Allen. Come quando Moreno chiede a Frank di cercare un Io ausiliario per interpretare il ruolo dell’amante e la moglie in platea chiede: Posso farlo io?”.