La Stampa, sabato 15 luglio 1995, tuttolibri, pag. 6

L’arte di curarsi con lo psicodramma

Chiara Simonetti

È meglio il lettino, la sedia, il palcoscenico o la psicoterapia di gruppo? E se Freud, Jung e Adler fossero ancora vivi, come reagirebbero alla proposta di individuare un denominatore comune alle forme di psicoterapia da loro elaborate e di unificarlo in un «sistema onnicomprensivo»? L’arduo proposito è stato concepito da un decano della psichiatria, quell’infaticabile Jacob Levi Moreno che fin dagli Anni Venti elabora e sperimenta tecniche terapeutiche che coinvolgono l’individuo in relazione al gruppo, come la sociometria (attenta osservazione dei rapporti interpersonali all’interno dei gruppi umani) e lo psicodramma (ampiamente applicato anche in campo teatrale negli Anni Sessanta). Partendo dal presupposto che «è l’interazione a produrre risultati terapeutici», sia che avvenga tra due individui o all’interno di un gruppo, in uno studio silenzioso o in uno spazio aperto, J. L. Moreno, insiema a Zerka Toeman Moreno, ha condotto una vasta indagine sulle dinamiche di base delle relazioni psicoterapeutiche, che risale, a dire il vero, al 1975 e raccoglie anche saggi di periodi precedenti (Gli spazi dello psicodramma, Di Renzo Editore).
Gli autori hanno sottoposto a diciassette psichiatri, dieci psicologi, sei sociologi e due teologi (senza però mai specificarne l’indirizzo teorico e metodologico, rendendo così poco chiare le opinioni di ciascuno, nell’intricato panorama delle varie scuole di pensiero) una serie di interrogativi su questioni fondamentali e prettamente tecniche, con l’intento di mettere in risalto quanto le terapie individuali, come l’analisi, siano inadeguate «alla gestione di problemi interpersonali e di gruppo». L’aporia di fondo è collegata ai periodi storici in cui le due visioni del problema sono state formulate tanto negli Anni Venti era importante studiare l’individuo, come hanno fatto Freud e contemporanei, quanto per la generazione che opera negli Anni Cinquanta, di cui Moreno è uno dei maggiori rappresentanti, l’attenzione è stata invece rivolta al gruppo come somma di individui. In quest’ottica appare ancora più difficile mettere concretamente in pratica la proposta di Moreno, poiché se da una parte obbliga a riconsiderare criticamente tutte le teorie psichiatriche elaborate nel corso di questo secolo, dall’altra i loro sostenitori difendono così saldamente gli assunti teorici delle varie scuole da rendere molto difficile il dialogo. Tuttavia, l’autore non si scoraggia e lancia polemicamente qualche pesante provocazione nel campo di certezze ormai acquisite da tempo.
Come sottolinea J.B. Wheelwright, Moreno rovescia la norma comunemente accettata a proposito del transfert, che postula una condizione di inferiorità emotiva del paziente rispetto a quella del terapeuta, ipotizzando che «le proiezioni fatte dal terapeuta sul paziente tendono ad emergere quando il paziente colpisce un punto debole del terapeuta», riportando così la relazione psicoterapeutica ad una situazione di parità. Per Moreno infatti la relazione terapeutica si instaura tra «due individui con esperienze, ambizioni e ruoli diversi che si trovano uno di fronte all’altro» come in qualsiasi altro rapporto, in cui «un potenziale terapeuta» si trova «di fronte ad un altro potenziale terapeuta». Questa ventata di democrazia, introdotta dall’autore in un mondo così conservatore e gerarchizzato come quello della psicoanalisi, si estende anche ai problemi relativi alla triade terapeutica (due pazienti e un terapeuta): in questo caso vengono proposte dieci tecniche per migliorare la comunicazione tra gli inconsci dei due pazienti, aspetto quasi del tutto ignorato. Allo stesso modo, il setting, quella fondamentale componente della psicoterapia che definisce sia gli strumenti di lavoro (lettino, sedia o palcoscenico), che le applicazioni metodologiche, è visto da Moreno come simbolo dell’evoluzione e conseguente crisi della terapia psicanalitica che, a suo dire, con il solo uso della parola e dell’ascolto, non sempre facilita il paziente ad esprimersi completamente. Lo psicodramma invece, che rende il paziente simile ad un «uomo spontaneo» aiutandolo ad esprimere e a rivivere i fatti salienti della propria vita in una messinscena guidata, sarebbe proprio quel metodo di indagine che libera dai complicati reticoli delle resistenze: l’«agire» diventerebbe quindi «il metodo di comunicazione più logico».
Le risposte degli specialisti interpellati sono seguite da conclusioni e commenti riassuntivi degli stessi autori come in un dialogo platonico, in cui ogni questione trova sia detrattori che sostenitori. Transfert o no e setting permettendo, il saggio ha comunque il pregio di stimolare una vivace discussione per addetti ai lavori che oltrepassa quelle barriere concettuali che spesso isolano, dietro concezioni opposte, problemi comuni, anche se raramente trovano un punto di accordo. Non mancano aperte confessioni come quella di Wellman J. Warner, che dichiara senza vergogna che «la psicoterapia non è una scienza, è un corpus di idee e di tecniche pratiche», soggetta in quanto tale a continui riaggiornamenti e ridiscussioni: proprio per questo suo aspetto, è «quasi impossibile» sperare «che un singolo sistema teorico onnicomprensivo sia a disposizione del clinico in un prossimo futuro». Attenzione, ribatte Moreno, la stessa nascita dello psicodramma come tecnica terapeutica è un eccellente esempio» di un importante cambiamento avvenuto nella «posizione teorica della psicoterapia» di questo fine secolo, perché introduce quell’attenzione alla comunicazione tra individui e all’aspetto umano della relazione psicoterapeutica troppo spesso dimenticato, in nome di teorie che sorreggono un mondo a compartimenti stagni.
Forse rimarrà sempre tale, ma visto che è per la più parte composto da materiale umano, sia da parte di chi viene analizzato che da parte di chi analizza, non è escluso che possa in futuro essere soggetto a modifiche ed evoluzioni sempre più affascinanti e imprevedibili.