ReF – Recensioni Filosofiche, maggio 2006

La filosofia e l'individuo

Come un filosofo della scienza vede la vita

Francesco Crapanzano

In quest’epoca di ‘specialismi’ e ultra-settorializzazioni non è facile imbattersi in un filosofo che, conosciuto per i suoi contributi di filosofia e storiografia della scienza, affronta una serie di argomenti e questioni apparentemente lontani dalla sua attività di ricerca.
Mi riferisco a Joseph Agassi, il quale, in questo recente volumetto pubblicato presso Di Renzo Editore nella collana “I Dialoghi”, si presenta nella veste di filosofo dell'educazione e politologo, oltre che, naturalmente, di filosofo della scienza.
Leggendo le pagine si scopre che l’autore è cresciuto in Palestina, all'interno di un ambiente familiare con qualche problema d’identificazione politico-religiosa e in cui si è consumata la tragedia della morte del fratello maggiore (cfr. p. 16).
Laureatosi “nonostante la [sua] preparazione piuttosto scarsa” (p. 16, cfr. pure p. 18), aveva già conosciuto i dilemmi e contrasti nei quali lo Stato d'Israele si dibatteva a cavallo del 1950; fu allora che il paese nacque sulle terre in parte requisite ai palestinesi.
Sposatosi con Judith, nipote del noto filosofo Martin Buber, Agassi decide di emigrare con lei all'estero per proseguire gli studi. Non avendo risorse economiche sufficienti per vivere negli Stati Uniti come desiderava, va a risiedere in Inghilterra, dove fa l’incontro forse più importante della sua vita, quello con Karl Popper (cfr. pp. 18-19).
Dopo queste note autobiografiche, si snoda una parte dell'esposizione più congeniale ad Agassi, ma pure quella in cui si scopre l'eterogeneità del suo percorso filosofico rispetto a quanto normalmente si sappia.
Agassi - si diceva – conosce Popper e ne diviene prima allievo e poi collega (cfr. p. 20). Dal 1960 sente la necessità di allontanarsene per seguire un proprio percorso teoretico; incontra i più grandi filosofi della scienza contemporanei (Kuhn, Lakatos, Feyerabend, Bunge ecc.) e conquista il distacco e l'indipendenza critica necessari a valutare il maestro nei suoi pregi e nelle sue (poche) debolezze filosofiche. Inquadra giustamente il rapporto di “odio-amore” che quest’ultimo ebbe col circolo di Vienna, “più di odio che di amore” (p. 22); ha parole positive sul falsificazionismo in generale e crede che le idee di Popper sul nucleo teorico della dinamica della scoperta scientifica siano state spesso travisate o trascurate per soffermarsi esclusivamente sull’aspetto demarcazionista del suo impianto filosofico (cfr. pp. 23-24). Agassi fa qualche accenno all’interlocutore cui ci si dovrebbe rivolgere – a suo avviso – per definire il contributo di Popper, Wittgenstein (i riferimenti sembrano considerare il Wittgenstein del Tractatus), e chiude il discorso sul Popper filosofo della scienza per spendere qualche parola sull'aspetto socio-politico del pensiero del filosofo di origine austriaca.
Si legge, favorevolmente sorpresi, di una sorta di Popper ‘storicista’, il cui approccio ai problemi storici giunge esplicitamente ad una non-scientificità della storia. Tralascia di ricordare, Agassi, la crociata che Popper fece contro lo storicismo, per errore identificato con la filosofia della storia. La sezione intitolata Che cos'è la filosofia della scienza? non soddisfa, forse, le aspettative di una risposta definitoria, ammesso che ciò sia possibile; presenta, invece, diverse idee dello stesso Agassi, più o meno ortodosse: “Non è la scienza applicata – scrive - a produrre avanzamenti scientifici” (p. 27), e più avanti, “Oggi la maggior parte delle molte migliaia di persone impegnate nella ricerca sono impegnate in piccoli progetti, quelli che Thomas Kuhn chiamava puzzle” (p. 28). Qualche riserva ispira il giudizio su Kant e Hume, chiamati sempre in causa dai più su problemi epistemologici, li reputa marginali al loro tempo, anche se, ammette, “Kant fu eccezionale rispetto al suo ambiente” (p. 30).
In generale, Agassi contrappone i filosofi della scienza contemporanei a quelli irrazionalisti (cfr. p. 31), i primi ciecamente orientati allo studio delle implicazioni tecnologiche, i secondi genericamente poco stimati. Esistono, poi, filosofi che non sanno di scienza e scienziati che rifiutano la filosofia; entrambe le categorie, ovviamente, non vengono apprezzate. Salva, da questa cecità culturale, Karl Popper, il quale è fra quei pochi “che hanno offerto un contributo duraturo alla filosofia” (p. 35).
Salvare Russell, Popper, Quine, Bunge dalla generale svalutazione in cui colloca i filosofi della scienza del Novecento è scelta più che lecita; tuttavia, resta qualche giudizio ingenuo e ingeneroso su Carnap, Reichenbach e soprattutto su Wittgenstein: “Erano, nel migliore dei casi, dei bravi insegnanti”, (p. 35), e “Nessuno di loro ha dato un contributo tale alla filosofia della scienza che sia degno di essere ricordato. […] Wittgenstein aveva ben poco da dire” (p. 36).
Il volume presenta poi una parte poco conosciuta, e perciò più interessante, delle riflessioni di Agassi, quelle sull'educazione.
Come nelle pagine precedenti, non si trovano mezzi termini: L’Università non è, né è mai stata, catalizzatore di grandi rivoluzioni scientifiche o culturali; non è generalmente aperta a tutti e “inganna gli studenti, promettendo loro una preparazione reale e [illudendoli] che potranno entrare a far parte di una élite” (pp. 38-39).
Il discorso di Agassi è pieno di giudizi, affermazioni, soluzioni riguardo i problemi formativi e accademici. Non è qui che si può valutarne la bontà; del resto pure Dario Antiseri, nella Prefazione, avverte di non sapere “quanto le proposte per un’immediata riforma avanzate da Agassi potrebbero configurarsi come una buona terapia per i grossi mali che affliggono […] il nostro sistema educativo […]; tuttavia, i suoi consigli didattici […] paiono davvero eccellenti” (p. 10).
Sarebbe interessante osservare cosa succederebbe se il “sistema [prescindesse] dal curriculum dello studente”, se quest'ultimo potesse “rinascere” al momento dell'iscrizione (cfr. p. 42); oppure se riuscisse a prevalere la didattica della cooperazione su quella della coercizione (cfr. pp. 43-44). Oggi, il risultato di un sistema educativo ancorato alla tradizione rousseauiana, illuministico e “passivo”, è quello di trasformare “bambini normalmente intelligenti in adulti normalmente stupidi” (p. 52). Agassi vede gli studenti di oggi “rimpinzati come oche da ingrasso” (p. 53).
Le alternative a tale sistema sono date dalla teoria pedagogica di Homer Lane, Bertrand Russell e Jausz Korczak, secondo cui “gli studenti hanno bisogno della guida degli adulti, come afferma la tradizione, ma i primi ottengono il meglio dall'educazione se rimangono […] giudici di se stessi e padroni della situazione” (p. 46). “Non è l'istruzione ad essere dannosa, ma l’autorità del docente” (p. 56); noia e smarrimento assalgono lo studente fino ad annichilirlo, e ciò avverrà fin quando non vi sarà una riforma del sistema educativo in senso liberale, caratterizzata da complessità di analisi insieme a concretezza di soluzioni.
Il liberalismo di Agassi “non è quello nato nell'Età della Ragione, […] semplicistico e utopistico” (p. 65), piuttosto dovrebbe portare ad un sistema di equilibrio tra docenti e studenti la cui prassi segua il “metodo di prove ed errori, e la condivisione dei risultati [sia] a beneficio di tutti” (p. 67). Il liberalismo ‘anomalo’ di Agassi si evidenzia ancor di più in ambito politico. Egli si impegna nella definizione di un “nazionalismo liberale” (p. 68), cercando di coniugare due tradizioni apparentemente in contrasto. “Per i liberali – scrive – il nazionalismo ha sempre rappresentato un problema” (p. 68), ma non vi è alcuna contrapposizione, non c'è frattura insanabile tra quello che è l'amor di patria e l'aspirazione ad una sempre maggiore libertà. L'unione di questi due ideali è stata teorizzata e portata avanti – ricorda Agassi – da Hillel Kook, suo riconosciuto maestro. Popper e Russell, invece, hanno manifestato sull'argomento una posizione debole quando, in campo politico, bollarono categoricamente il nazionalismo come anti-liberale (p. 68). Hegel e Fichte, poi, consideravano lo Stato e la collettività “come una famiglia, […] coloro che ne sono al di fuori non contano […]. L’estremizzazione di questo principio – prosegue Agassi – portò al nazismo e al fascismo” (p. 70).
Il liberalismo di un sistema istituzionale si dovrebbe misurare secondo quello che giudica il miglior contributo di Popper sull'argomento, cioè secondo la definizione di “buon governo” contenuta ne La società aperta e i suoi nemici: quello in cui “Il popolo si può disfare [dei] propri leaders se […] l'elezione è stata un errore” (p. 71); la democrazia diventa, allora, “la capacità di liberarsi del governo con mezzi pacifici” (p. 72).
Agassi chiosa che la bontà del sistema educativo non dovrebbe esser data dalla quantità di premiati che ha saputo produrre – e qui prende consapevolmente le distanze da Popper -: “Un’Università è tanto più buona quanto il suo peggior insegnante, il suo peggior laureato o il suo peggior dottorando” (p. 72).
L'ultima sezione dell'agile volume è quella in cui presenta il suo ‘nazionalismo’ (buono) affrontando e analizzando situazione e problemi d'Israele.
Anche in questo caso è impietoso: “In Israele […] non vige la separazione tra Chiesa e Stato” (p. 73, cfr. p. 88) e “finché il paese non si normalizzerà, non c'è speranza di pace” (p. 74). Lamenta lo scarso dibattito interno su argomenti quali diritto, libertà, patriottismo, liberalismo e sulla Legge del Ritorno, che permette agli Ebrei esuli di risiedere in Israele, e, a suo parere, andrebbe riformulata (cfr. p. 80).
La “commistione” tra affari istituzionali e religione fa d’Israele un paese in cui l’ortodossia è una specie di “agenzia governativa” (p. 82), in cui la convivenza coi palestinesi è difficile pure per la discriminazione verso i non ebrei (cfr. p. 83); tutte situazioni, in grado di far saltare qualunque accordo.
Il pragmatismo necessario per accordi di pace – pragmatismo politico – non c’è; si affrontano le questioni da un punto di vista “filosofico, più precisamente, teologico. E ciò riduce le speranze di pace” (p. 85, cfr. p. 89).
Sembra filtrare un pessimismo dalle pagine di Agassi, poi indebolito o rafforzato dagli eventi. Resta, comunque, l’esigenza di trovare una soluzione che passi attraverso un dibattito interno sui principi costituzionali (cfr. pp. 88-89) e un piano di aiuti destinati alla specifica regione medio orientale; quest’ultimo ventilato, e mai concretizzato in proposta ufficiale, da Simon Peres (cfr. p. 90).
Qualunque sarà il destino del processo di pace tra israeliani e palestinesi, mi pare Agassi ripeta con Popper – maestro amato da Agassi più di quanto non traspaia dalle sue pagine –: “Il futuro è aperto”.