Secolo d’Italia, venerdì, 30 dicembre 2006, pag. 15
Il paradosso illuminista
Antonio Saccà
Joseph Agassi è conosciuto anche in Italia per suoi volumi non secondari nel campo della filosofia della scienza, una disciplina poco rilevata, giacché i filosofi si chiudono nella filosofia, gli scienziati si circoscrivono alla scienza, e gli uni sbirciano con qualche supponenza le attività degli altri. Non sempre, evidente, incontriamo atteggiamenti del genere ma esistono, ampiamente. la filosofia, i filosofi, molti, ritengono che la scienza sia limitatamente descrittiva, non esca dall’oggettività, se vi riesce, inoltre che il metodo d’indagine proviene dalla filosofia o da una scienza diventata filosofia nel farsi epistemologia; i filosofi, inoltre, accusano, per dire, la scienza di non indagare sui temi cruciali dell’esistente. Per uno scienziato, ritengono i filosofi, il piano generale della natura è il medesimo per tutto ciò che esiste, una stella e un uomo sono, in ultimo, della medesima composizione. Vi è del realismo in queste considerazioni, valga un breve, eccellente testo recentissimo di Antonio Garcìa-Bellido, biologo, spagnolo, il quale, nel volumetto: “Vocazione e ricerca” (Di Renzo Editore), traccia esattamente la visione di questa unità fondamentale dell’esistente in termini chimico-biologici, dall’uomo al resto, pur notando ovviamente che il biologico non è scomponibile, mentre un meteorite si fonde nei suoi elementi secondo le temperature dei suoi componenti. Tuttavia, per Garcìa-Bellido, la differenza tra l’irreversibilità dei viventi e la reversibilità dei corpi minerali non pone questioni all’universale fondamento chimico-biologico dell’esistente. Garcìa-Bellido si spinge a sostenere che la differenza, poniamo, tra un uomo e una lumaca è fondamentalmente nel modo di combinarsi dei geni, non tanto nella qualità o quantità, fermo restando che non vi è il minimo organismo che non abbia “geni” regolatori e geni “esecutori”.
basta l’esempio riferito per cogliere che gli scienziati, a loro volta, rivolgono contro i filosofi una considerazione apparentemente micidiale, che le concezioni filosofiche costituiscono ideologia, non hanno sostegno di prova. Estremizzo le posizioni, tutt’altro che infrequenti, però. Ed ecco la filosofia della scienza, che osa, tenta, di stabilire un incontro della scienza con la filosofia. Discutibile, come accennato, perché taluni scienziati ritengono necessario che la filosofia stia alla larga dalla scienza, per non colpirla di ideologismo infondato, mentre i filosofi, ripeto, non tutti, considerano una filosofia poggiata sulla scienza aproblematica e priva del peso delle valutazioni. Joseph Agassi è un riconosciuto studioso di tali relazioni tra scienza e filosofia, relazioni che egli giudica necessarie. S’ispira a Karl Popper, di cui fu discepolo. Secondo Popper, non era sensato dibattere sul “primato” tra scienza, filosofia, religione. La scienza non fornisce verità ma l’opposto, fornisce errori provabili come errori, mentre filosofia e religioni non si espongono alla prova d’erroneità, perché non si basano sull’esperienza smentibile. Caratteristica della scienza è che possiamo smentire le teorie: ad esempio Galileo smentisce il geocentrismo di Tolomeo, mentre un credente in Dio non è smentibile, perché non ci sarebbe modo di controllare con delle esperienze esterne la sua fede interna.
Nel testo “La filosofia e l’individuo. Come un filosofo della scienza vede la vita” (Di Renzo Editore), Agassi tratta i temi accennati per confluire in un argomento di gran rilievo. Scienza, filosofia, religione, arte in che modo sono trasmissibili da uomo a uomo? Per dire meglio: è l’uomo educabile? Agassi, al dunque, pone un interrogativo pregiudiziale: immaginiamo che una teoria scientifica sia “vera” o, precisamente, ancora non dimostrata falsa. Come la trasmetto agli altri? La stessa domanda sui modi della trasmissione del sapere vale in ogni altro campo. Agassi ritiene che non siamo ancora liberati da una distorsione che imputa all’Illuminismo. E sottolinea che la pedagogia dipende dalla più generale visione della scienza e del resto che vi è in un’epoca, per ciò tutte le considerazioni fin qui dette rientrano nel discorso pedagogico che adesso faremo. Per gli illuministi la società, anche i docenti, erano un ostacolo. Solo recuperando la naturalità non corrotta dalla società l’individuo poteva educarsi. L’educazione era dunque autoeducazione. Questo fantasma dell’autoritarismo dei docenti comporta l’esaltazione di una spontanea, sorgiva, nativa capacità dell’uomo bambino di orientarsi al vero, al bene, al bello. Con l’incredibile conseguenza: che l’individuo non si volge “naturalmente” al bene, al vero, al bello, tradisce la sua “natura” e deve esservi costretto con la peggiore violenza. È un riconosciuto paradosso dell’Illuminismo, anzi, un doppio paradosso: se crediamo che la natura si sviluppi bene spontaneamente, senza intervento esterno, non sapremmo che fare nel caso l’autoeducazione fosse difettiva: si dovrebbe sperare nell’autocorrezione! Se, sempre nel presupposto che l’uomo è volto naturalmente al bene, per incomprensibili cause, si allontana da questa meta “naturale”, abbiamo il diritto di correggerlo con estrema violenza, perchè gli uomini devono essere buoni, anche con la forza! È un doppio paradosso che ebbe una doppia attuazione storica, dal terzomondismo alla pedagogia dittatoriale. Agassi propone una pedagogia del colloquio, del rispetto tra docente e studente, una pedagogia “aperta” alla collaborazione docente/studente, senza spontaneismi ed autoritarismi illuministi.