La Stampa - Tuttolibri, sabato 17 febbraio 2001, pag. 2 ('Terre Promesse')

Amore e guerra alla luce della Bibbia

Elena Loewenthal

Mi è stato concesso, cari amici - è un mirabile inciso di Odisseas Elitis nel discorso tenuto all’Accademia di Stoccolma in occasione del suo Premio Nobel, nel 1979 - di scrivere in una lingua parlata solo da qualche milione di persone. E purtuttavia una lingua che è parlata da duemilacinquecento anni senza interruzione e con differenze minime».

La letteratura greca contemporanea non ha nel nostrano panorama editoriale i destini che si meriterebbe, tanto nella poesia (dove fanno eccezione i lodevoli impegni di Crocetti e Donzelli) quanto nella prosa. Ma certo è che queste parole (tratte da una raccolta di saggi di Elitis in cui è contenuto anche il discorso, Il metodo del dunque e altri saggi sul lavoro del poeta, a cura di Paola Maria Minucci, Donzelli) avrebbe comodamente potuto pronunciarle, di fronte allo stesso pubblico, Yehuda Amichai, poeta israeliano in odore di Nobel anch’egli, morto qualche mese fa.

Anche l’ebraico, così come il greco, è una lingua di minoranza ma dalla storia straordinariamente lunga e dalla continuità ancor più sorprendente. E anche nelle poesie di Amichai i colori della quotidianità incontrano la Bibbia e una remota tradizione. Ogni uomo nasce poeta, dice il poeta nel titolo di un volumetto che raccoglie sue memorie e liriche (traduzione con testo originale a fronte), con una prefazione di Yehoshua e una postfazione di Ted Hughes, che era grande amico di Amichai (Di Renzo Editore). Amichai scrive con raro nitore, il suo ebraico sconcerta per l’immediatezza con cui lo si coglie, quasi che la poesia ne fosse una gemmazione spontanea, naturale. Pensare che egli è cresciuto con due lingue madri che la storia non poteva rendere più opposte: dapprima il tedesco di Würzburg, la città dove egli nacque nel 1924, seguito ben presto dall’ebraico di Gerusalemme dove emigrò insieme a tutta la grande famiglia nel 1935. «In ognuna delle mie poesie - dice - vi è qualche cosa di molto personale, una frase che ho pronunciato o che ho udito in situazioni molto intime», e questo spiega la semplicità dei suoi versi ma anche il loro spessore, quella vitalità sapiente che si rivolge diretta al lettore e mette più che mai nei guai il traduttore, sviato da una facilità solo apparente. Certo è che, in un paese come Israele dove la poesia è letta e seguita non meno del pettegolezzo mondano, Amichai è stato il «poeta nazionale» per antonomasia; senza contare ch’egli non ha mai rinunciato a una militanza politica e civile esemplare per la sua moderazione.

Ai suoi versi, più che la breve antologia proposta in questo volume miscellaneo, fa giustizia la versione di Ariel Rathaus in una raccolta di Poesie uscita nel 1993 per i tipi di Crocetti (con un’introduzione di Ted Hughes). I paesaggi d’Israele si confondono con echi della storia biblica, ma ci sono anche, come diceva spesso Amichai con quel suo sorriso un po’ contadino e un po’ mitteleuropeo, tanta guerra e tanto amore, perché essi abitano da sempre l’esistenza, la prima con prepotenza e il secondo da che mondo è mondo:«Intorno alla morta parola “amammo”, / d’erbe marine incrostata sulla rena, / si accalcavano i curiosi. E fino a sera ascoltammo / testimonianze d’onda, ad una ad una, / che venivano a dirci come avvenne».