Le Scienze, n. 356, aprile 1998, pag. 98

I segni della storia

Stefania Casini

(Emmanuel Anati, I segni della storia, Di Renzo Editore, Roma)

Emmanuel Anati, studioso di arte rupestre, si racconta in questo libro e, rispondendo alle domande di Sante Di Renzo, ricostruisce il suo cammino di ricercatore e di pensatore.
La narrazione prende avvio dai ricordi d’infanzia e si snoda attraverso le varie fasi della sua vicenda personale e dell’evoluzione del suo pensiero, scandite dai vari capitoli.
La vita di Anati è ricca di contatti con personalità importanti, di continui spostamenti e quindi di esperienze maturate in ambienti diversi, prima e dopo l’approdo all’archeologia: dalla vita nei kibbutz alla partecipazione al nascente Stato di Israele, dall’esperienza universitaria di Gerusalemme e di Parigi come studente a quella di Gerusalemme, di Tel Aviv e infine di Lecce nelle vesti di docente.
La sua attività di ricercatore lo portò presto in America, ad Harvard, e poi ancora a Londra e a Oxford: un lungo percorso, anche formativo, che approdò infine in un remoto angolo dell’Italia settentrionale: la Valle Camonica. Qui fondò nel 1964 il Centro Camuno di Studi Preistorici.
Fu André Leroi-Gourhan, uno dei più importanti studiosi d’arte preistorica, a spingerlo verso le incisioni rupestri camune, allora poco conosciute. Gli studi della Grande Roccia di Naquane, eseguiti sotto la guida di Leroi-Gourhan, portarono all’attenzione del mondo l’importanza di queste manifestazioni artistiche preistoriche. Così oggi i monumenti della Valcamonica figurano nella lista del Patrimonio culturale mondiale dell’UNESCO. In quegli anni, durante i quali Anati si dedicò allo studio delle incisioni rupestri camune, fu messo a punto un metodo di rilevamento, furono riconosciuti differenti stili di incisione e ne fu proposta una prima datazione, e fu dato inizio a un costante lavoro di documentazione e di archiviazione.
Dopo queste prime esperienze, gli interessi di Anati si sono poi rivolti allo studio delle pitture rupestri della Tanzania e alle manifestazioni artistiche degli aborigeni d’Australia. La scoperta più recente è quella di Har Karkom nel Sinai, ritenuta da Anati la montagna sacra della narrazione biblica, a dispetto delle numerose critiche che gli sono provenute dall’ambiente dei ricercatori israeliani ed europei più accreditati.
La molla che spinge Anati nel suo lungo viaggio nello spazio e nel tempo è la volontà di ricostruire la «storia totale», ossia la grande «epopea umana», che tuttavia dal libro risulta non solo molto superficiale, ma anche debitrice ad altri studiosi. Sono numerosi, infatti, gli archeologi che conducono i propri studi senza clamori, alla ricerca di tasselli, anche piccoli, da inserire nel lacunoso mosaico della storia totale: una vita quieta, probabilmente anche un po’ noiosa, certamente non paragonabile all’appassionante avventura di Anati. Ma il loro approccio alle problematiche della ricerca preistorica è certo più rispettoso delle metodologie scientifiche, che debbono essere in primo luogo rigorose. La scienza infatti non può essere solo «stimolatrice di pensiero e immaginazione», come sostiene Anati, ma deve produrre dati certi suffragati da prove oggettive.
Chi si accosta a questo libro, dunque, si troverà di fronte a una poliedrica personalità di scopritore, che si descrive con tono autocompiaciuto, piuttosto retorico e un po’ noioso e che ci confida la sua idea di archeologia, più vicina a un dogma rivelato anziché a una disciplina scientifica in continua elaborazione attraverso un’intensa attività di studio e di ricerca.