Synthesis, n. 8, aprile 2005

La sindrome degli antenati

Ottavio Rosati

Che bel dono che ci ha fatto la Di Renzo Editore pubblicando “La sindrome degli antenati” della vecchia cara Anne Ancelin Schützenberger: un libro piacevole per tutti, dagli psicantropi ai giallisti. Un omaggio a Freud ma pure a Sherlock Holmes (non a Conan Doyle ma proprio a Sherlock, il personaggio di Baker Street, che frugava nel minimalismo della realtà concreta).
L’autrice (triplamente doppia: psico-sociologa, franco-tedesca, teorico-clinica) è stata una delle prime allieve di Jacob Levi Moreno, padre dello psicodramma, dei metodi attivi e di tecniche come il socio-gramma, attualmente riproposto (senza saperlo o senza dirlo) dai cultori delle costellazioni familiari. A. A. S. nel 1952 fece un doppio training con Jacob Levi e con gli allievi di Kurt Lewin, giungendo ad elaborare un suo “psicodramma triadico”. La formula combinava le basi teoriche di Moreno, Lewin e Freud in un misto di psicanalisi di gruppo, psicodramma classico e dinamica di gruppo. Da allora, una lunga e popolare serie di interventi e pubblicazioni, ha reso in Francia la Schutzenberger una nonna della psicoterapia, seconda solo alla Dolto.
“La sindrome degli antenati”, già alla quindicesima ristampa, si occupa di psico-genealogia e ricerche sull’inconscio di famiglia, ma non tralascia lo psicodramma e le connessioni con i classici approcci all’inconscio. Il libro, montato come un documentario di National Geographic Channel, esemplifica, con numerosi esempi clinici, i vari modelli teorici di questo genere di psicoterapia. Spesso sorprende. E in un paio di occasioni lascia senza fiato, con la voglia di saperne di più. Con la speranza di aver trovato finalmente il software giusto per problemi lasciati insoluti da anni di psicoanalisi classica.
È il carattere straordinario dei casi clinici che consente ad A.A.S. di passare sfacciatamente dalla sincronicità junghiana, alle lealtà (familiari) invisibili e la genitorializzazione di Boszomenyi-Nagy, dal doppio legame della scuola di Palo Alto alle triangolazioni di Murray Bowen, dalle astrazioni di Abraham e Torok sulla cripta e sul fantasma, alla teoria del caos e dei frattali. Tutto il materiale alla fine trova una sfacciata omogeneità nel segno della psicoterapia transgenerazionale attraverso il Genosociogramma. La maionese lega e non è troppo grassa.
Il libro spiega in una prospettiva storica gli eventi che si ripetono in maniera ciclica nella storia di alcune famiglie, contadine borghesi o aristocratiche: dai figli sostitutivi, frutto di un lutto non elaborato, a quelli riparatori. Spiega le ragioni degli insuccessi scolastici di bambini intelligenti, le conseguenze della negazione di un parente irraccontabile (per amore o per soldi o per legge), il rapporto tra l’asma di un bambino e la morte in trincea di uno zio dimenticato. Per non parlare delle indagini sulle ricorrenze di decessi, tutte degne di un romanzo gotico. Il libro mostra come risolvere una sindrome da anniversario e propone, qua e là, una nuova chiave di editing per il nostro “destino di famiglia”. Arricchito da riproduzioni di geno-sociogrammi, e dalla loro decodifica, “La sindrome degli Antenati” ha anche il merito di invogliare a diversi percorsi di approfondimento teorico, anche quando, come nel caso di Alexandro Jodorowsky, la nostra Schutzy tradisce involontariamente la sua gelosia nei confronti del grande cineasta cileno, autore dell’approccio più eretico e trendy di tutti: quello della psicomagia. Ma è l’unica gaffe. Lo spessore etico del libro di A. A. S. sta nella sua unificante simpatia per chiunque negli ultimi decenni abbia cercato il segreto della pace mentale non in se stesso (come voleva Freud) ma nelle relazioni tra familiari, nazioni e popoli e tra le loro generazioni. La storia dei nostri avi è a sua volta la risultante di vettori che si intrecciano, in pace e in guerra, nella paura dello scandalo e nella riparazione di torti che non abbiamo commesso. Perché? Perché siamo tutti interconnessi. Nel tempo, oltre che nello spazio. Capirlo è sorprendente. Fare qualcosa è possibile.