Avanti, giovedì, 13 gennaio 2005, pag. 3

TV e dintorni: idee fuori dal coro

Il filosofo Dario Antiseri difende nel suo ultimo libro le ragioni del servizio pubblico

Pasquale Rotunno


“Privatizzare la Rai” è divenuto uno di quei luoghi comuni ripetuti in maniera irriflessa e superficiale. Senza indicarne le vere motivazioni o i vantaggi che potrebbero derivarne ai cittadini di un paese evoluto. Emilio Rossi, presidente del comitato tv e minori, giustamente non si capacita di come ci si possa attendere dalla privatizzazione della concessionaria del servizio pubblico un miglioramento dei programmi. La Rai si dice, non di rado ha contravvenuto ai suoi compiti di servizio pubblico. Ma chi ne è convinto, afferma Jader Jacobelli, figura storica della Rai, “reclami che essa sia più rispettosa dei suoi obblighi e dei suoi doveri mettendola nella condizione istituzionale più appropriata per poterlo fare svincolandola dal condizionamento partitico e da quello finanziario, ancorandola a un potere super partes, e derubricandola dallo spoil system che praticamente l’assegna alle maggioranze di turno”.
Fuori dal coro dei privatizzatori, è anche il filosofo Dario Antiseri, teorico dell’idea liberale non sospettabile di vocazioni stataliste. Nel suo nuovo libro, dall’emblematico titolo “Idee fuori dal coro” (Di Renzo Editore), Antiseri, che è ordinario di Metodologia delle scienze sociali alla Luiss, affronta in modo piano questioni cruciali dell’epistemologia insieme a temi rilevanti dell’attualità. D’accordo con il premio Nobel Friedrich von Hayek, Antiseri ricorda che la concezione liberale dello Stato, ma solo dei monopoli, pubblici o privati. Il servizio pubblico, rimarca Antiseri, “è giustificabile proprio sulla base del principio di sussidiarietà”. Dovrà ad esempio garantire il pluralismo politico e quello culturale, la tutela delle minoranze, controllare l’operato di chi amministra la cosa pubblica.
La questione più urgente è liberare il servizio pubblico “non dalla politica, ma dal dominio dei partiti di volta in volta al potere e, insieme, dalla tirannia dell’audience”. Se la politica continuerà a controllare il sistema informativo, e non viceversa, “saremo condannati in perpetuo ad assistere a conflitti tribali di gruppi di servi famelici che sbraitano per avere più ossi mediatici da azzannare”. Nell’epoca della globalizzazione una funzione irrinunciabile del servizio pubblico consiste “nell’affiancare la scuola, nel costruire i tratti di fondo della nostra tradizione: solo sapendo chi siamo e da dove veniamo potremo seriamente dialogare e confrontarci con le culture altre”. Per questo, soltanto una legittimazione morale e culturale può giustificare il pagamento di un canone, così come paghiamo le tasse per la giustizia, per la politica estera, per la difesa”.
Sono numerose nel libro della riflessione pluriennale di Antiseri le prese di posizione “scomode”. Cattolico, giudica esaurita la ricerca neoscolastica e si schiera chiaramente dalla parte di Pascal e di Kierkegaard. Liberale ma non libertario; laico ma non laicista; a favore della logica dei problemi e non degli schieramenti, “ho trovato e trovo difficoltà a intrupparmi in processioni partitiche”. Il ruolo degli intellettuali è portare la lanterna avanti al re (la lanterna delle alternative e delle critiche), piuttosto che lo strascico del re (lo strascico delle giustificazioni e delle adulazioni). L’unico vero dono che si può fare a un amico investito di pubbliche responsabilità, è una critica. Siamo fallibili e ignoranti. Per risolvere i problemi che sorgono di continuo “dobbiamo essere pronti all’ascolto degli altri, sempre grati per le alternative e le critiche che vorranno formulare alle nostre proposte”. Il pensiero utopico, con la promessa di paradisi a buon mercato, è per la democrazia un pericolo in continuo agguato. “Privi di memoria storica, gli utopisti disprezzano le istituzioni democratiche; essi vogliono tutto e subito; e proclamano i loro alti ideali intrisi di passione civile e di una superiore moralità”. L’utopista presume di conoscere la “società perfetta”. Perciò pensa di essere il super ingegnere della società e della storia. Non gli interessa risolvere i singoli problemi, perché gli parrebbe di tradire la “rivoluzione”. Ciò rivela la “profonda immoralità dell’utopista”, giacché, per questo verso, l’utopia è la forma più raffinata dell’ideologia del disimpegno politico”. L’utopia è la maschera pseudo-rivoluzionaria della resa ai fatti”. Il moralismo dell’utopista è immorale, poiché esige “il sacrificio reale per una generazione per l’illusoria felicità delle generazioni future”. Vi è anche un limite teorico nell’utopismo: la realtà nella sua totalità non la conosciamo. Le nostre conoscenze, oltre che smentibili, sono sempre parziali. Cambiare tutto e una volta per tutte è impossibile. La soluzione di alcuni problemi ne crea sempre altri. L’utopista presume di conoscere bene e il male. In base a questa sua pretesa conoscenza, vuole costruire un uomo nuovo: a lui non interessano le sofferenze degli uomini concreti che vivono qui e ora. Le sue idee non sono in funzione di questi uomini: questi uomini invece sono in funzione delle sue idee, dei suoi sogni illuminati. L’utopista pensa di essere in possesso della verità e ricorre alla violenza per imporla. Il leninismo, per esempio, è fare violenza agli altri, con la presunzione di fare il loro bene.
Non bisogna aver paura del relativismo in etica. I valori sono oggetto di scelta, non possiamo fondarli razionalmente. Se l’etica non è scienza, la ragione ha nondimeno un ruolo importante in quest’ambito. La ragione, “può analizzare e stabilire i mezzi più efficaci e meno costosi per raggiungere fini scelti e desiderati; essa può farci vedere che certi fini sono irrealizzabili”. E mostra come la realizzazione di un valore contrasti con altri valori. Può renderci più responsabili, perché fa capire che l’etica dell’intenzione non basta, a motivo delle conseguenze inintenzionali che possono portare ad esiti non solo diversi, ma addirittura contrari agli scopi intesi e voluti”. Il relativismo etico, o se si preferisce il pluralismo etico, è la base della democrazia. Perché, come avverte il giurista Hans Kelsen, chi “ritiene inaccessibile alla conoscenza umana la verità assoluta e i valori assoluti, non deve considerare possibile soltanto la propria opinione, ma anche l’opinione altrui”. Nella società democratica, conclude Antiseri, “il relativismo etico si configura come un dato di fatto e come valore”.