Nuova Civiltà delle Macchine, Vol. 3, 2004, pag. 122, Rassegna di libri

Idee fuori dal coro

Pasquale Rotunno

Dario Antiseri, Idee fuori dal coro, Di Renzo Editore)

Il libro affronta in modo piano questioni cruciali dell’epistemologia insieme a temi rilevanti dell’attualità. La logica della ricerca scientifica – ricorda l’autore – non è quella dell’assenso e del consenso a supposte “verità manifeste”, ma è la logica della “discordia”, “della concorrenza tra più idee per la soluzione dei problemi”. La pretesa di avere il “monopolio della verità” si traduce, in politica, nel totalitarismo e, in economia, nella pianificazione centralizzata. Per contro, l’idea di fallibilità della conoscenza umana, l’idea di ricerca scientifica come processo senza fine di soluzione dei problemi, trovano un equilibrio politico nella società aperta e un riscontro economico nel mercato. La competizione è la più alta forma di collaborazione. Il principio di sussidiarietà ha un fondamento etico e dovrebbe guidare l’azione di governi volti a favorire le iniziative degli individui, piuttosto che a soffocarle. La soluzione della maggior parte dei problemi deve essere lasciata “a quanti sono in possesso di quelle conoscenze di situazioni particolari di tempo e di luogo disperse tra milioni e milioni di uomini, conoscenze di cui non potrà disporre nemmeno il più potente governo, né il più sapiente e potente tiranno”. L’individuo, dimenticato dalle concezioni deterministiche della storia o dall’olismo strutturalistico, è l’unica realtà. Ma l’individualismo non va confuso con l’atomismo. Si tratta piuttosto di analizzare le istituzioni in termini di relazioni di individui e le conseguenze in intenzionali delle loro azioni. Come ha avvertito Norberto Bobbio, “occorre diffidare di chi sostiene una concezione antindividualistica della società”, giacché “attraverso l’antindividualismo sono passate più o meno tutte le dottrine reazionarie”.
D’accordo con il premio Nobel Friedrich von Hayek, l’autore ricorda che la concezione liberale dello Stato non comporta una negazione dello Stato, ma solo dei monopoli , pubblici o privati. Il servizio pubblico radiotelevisivo, rimarca Antiseri, “è giustificabile proprio sulla base del principio di sussidiarietà”. Dovrà ad esempio garantire il pluralismo politico e quello culturale, la tutela delle minoranze, controllare l’operato di chi amministra la cosa pubblica. La questione più urgente è liberare il servizio pubblico “non dalla politica, ma dal dominio dei partiti di volta in volta al potere e, insieme dalla tirannia dell’audience”. Se la politica continuerà a controllare il sistema informativo e non viceversa, “saremo condannati in perpetuo ad assistere ai conflitti tribali di gruppi di servi famelici che sbraitano per avere più ossi mediatici da azzannare”. Nell’epoca della globalizzazione una funzione irrinunciabile del servizio pubblico consiste “nell’affiancare la scuola nel costruire i tratti di fondo della nostra tradizione: solo sapendo chi siamo e da dove veniamo potremmo seriamente dialogare e confrontarci con le culture altre”. Per questo, “soltanto una legittimazione morale e culturale può giustificare il pagamento di un canone, così come paghiamo le tasse per la giustizia, la politica estera, per la difesa”.
Sono numerose nel libro e nella riflessione pluriennale di Antiseri le prese di posizione “scomode”. Cattolico, giudica esaurita la ricerca neo scolastica e si schiera dichiaratamente dalla parte di Pascal e di Kierkegaard. Liberale ma non libertario; laico ma non laicista; a favore della logica dei problemi e non degli schieramenti, l’autore dichiara: “ho trovato e trovo difficoltà a intrupparmi in processioni partitiche”. Il ruolo degli intellettuali è portare la lanterna avanti al re (la lanterna delle alternative e delle critiche), piuttosto, che lo strascico del re (lo strascico delle giustificazioni e delle adulazioni). L’unico vero dono che si può fare a un amico investito di pubbliche responsabilità, è una critica. Siamo fallibili e ignoranti. Per risolvere i problemi che sorgono di continuo “dobbiamo essere pronti all’ascolto degli altri, sempre grati per le alternative e le critiche che vorranno formulare alle nostre proposte”.
Il pensiero utopico, con la promessa di paradisi a buon mercato è per la democrazia un pericolo in continuo agguato. “Privi di memoria storica, gli utopisti disprezzano le istituzioni democratiche; essi vogliono tutto e subito; e proclamano i loro alti ideali intrisi di passione civile e di una superiore moralità”. L’utopista presume di conoscere la “società perfetta”. Perciò pensa di essere il superingegnere della società e della storia. Non gli interessa risolvere i singoli problemi, perché gli parrebbe di tradire la “rivoluzione”. Ciò rivela la “profonda immoralità dell’utopia”, giacché, per questo verso, l’utopia è “la forma più raffinata dell’ideologia del disimpegno politico”. L’utopia è la “maschera pseudo-rivoluzionaria della resa ai fatti”. Il moralismo dell’utopista è immorale poiché esige “il sacrificio reale di una generazione per l’illusoria felicità delle generazioni future”. Vi è anche un limite teorico nell’utopismo: la realtà nella sua totalità non la conosciamo. Le nostre conoscenze, oltre che smentibili, sono sempre parziali. Cambiare tutto e una volta per tutte è impossibile. La soluzione di alcuni problemi ne crea sempre altri. L’utopista presume di conoscere il bene e il male. In base a questa sua pretesa conoscenza, vuole costruire un uomo nuovo: a lui non interessano le sofferenze degli uomini concreti che vivono qui e ora. Le sue idee non sono in funzione di questi uomini: questi uomini sono invece in funzione delle sue idee, dei suoi sogni illuminati. L’utopista pensa di essere in possesso della verità e ricorre alla violenza per imporla. Il leninismo, per esempio, è fare violenza agli altri con la presunzione di fare il bene.
Non bisogna avere paura del relativismo in etica. I valori sono oggetto di scelta, non possiamo fondarli razionalmente. Se l’etica non è scienza, la ragione ha nondimeno un ruolo importante in quest’ambito. La ragione “può analizzare e stabilire i mezzi più efficaci e meno costosi per raggiungere fini scelti e desiderati; essa può farci vedere che certi fini sono irrealizzabili”. E mostrare come la realizzazione di un valore contrasti con altri valori. Può renderci più responsabili, perché fa capire che l’etica dell’intenzione non basta, a motivo delle “conseguenze in intenzionali che possono portare a esiti non solo diversi ma addirittura contrari agli scopi intesi e voluti ”. Il relativismo etico, o se si preferisce il pluralismo etico è la base della democrazia. Perché, come avverte il giurista Hans Kelsen, chi “ritiene inaccessibile alla conoscenza umana la verità assoluta e i valori assoluti, non deve considerare possibile soltanto la propria opinione, ma anche l’opinione altrui”. Nella società democratica, conclude Antiseri, “il relativismo etico si configura come un dato di fatto e come valore ”.