Secolo d’Italia, mercoledì 9 febbraio 2005, pag. 16, “Idee e Immagini”


“Fuori dal coro”, un saggio di Dario Antiseri, fa il punto sulle contraddizioni del pensiero moderno

Ma la fede non è un atto di volontà

Il libro analizza le grandi questioni poste da una modernità relativista e nichilista

Antonio Saccà


Vi sono aspetti del succinto libro che Dario Antiseri ha pubblicato con Di Renzo Editore : “Fuori dal coro” che ritengo opportuno considerare. Innanzitutto le definizioni che Antiseri ci espone con riferimento a se stesso. Egli sarebbe o, piuttosto, egli è fallibilista, nella concezione della scienza e della filosofia; relativista in meteatica, perché la ragione non può fondare in maniera ultima e definitiva le sue scelte, come scrive; il fondamento è un atto di fede, non argomentabile, per questo Antiseri è anche fideista. Fideista ma non in grado di costruire un senso assoluto della vita, dunque, rispetto agli assoluti o all’assoluto, egli è nichilista. Infine, cosciente dell’umana debolezza, dell’umana contingenza, Antiseri difende e si risolve nel “pensiero debole”. Per concludere, si riconosce in Pascal e Kierkegaard.
Ritengo che la fede, come la pone Antiseri, resti intraumana, è psicologia, non religione. Nulla da obbiettare sulla fede senza il minimo apporto di ragione. Niente da obbiettare, ripeto. Ma se la fede è volontà di credere, una volta esposta tale volontà è impossibile non scoprire il senso assoluto della vita. Che fede è mai? Sarebbe la tensione della volontà senza meta, senza Dio. Una fede senza Dio potrebbe costituire una teologia negativa vertiginosa. Ma non ritengo sia negli scopi di Antiseri. Egli, mi pare, tenda a una fede svincolata dalla morale alla fede in sé , che si fonda sulla volontà, dicevo, e che quindi non può orientarci. Tutte le nostre scelte sono, sono per Antiseri, volontaristiche, senza fondamento oggettivo. E ripropongo la questione: per Antiseri Dio c’è ma è volontaristico credervi, o è l’atto di volontà che, volendo credere, fonda Dio? La nostra volontà fa “esistere” Dio o fa soltanto credere in Lui? Ho l’impressione che Antiseri con il suo volontarismo “vuole” che Dio esista, lo fa volontaristicamente esistere, ma un Dio “voluto” poi lascia l’uomo e tutte le incertezze umane, non lo soccorre in alcunché. E allora, perché volerlo? Tematica grandiosa, tra Duns Scoto, Luria, e la modernità relativista e nichilista, e, al dunque, volontarista. Antiseri vi ha dedicato altri volumi.
Antiseri coltiva Karl Popper e la Scuola di Vienna. Esalta la convinzione che l’individualismo metodologico abbia fornito un contributo essenziale nel sostenere che il costruttivismo reca danni gravissimi volendo progettare sistematicamente gli scopi delle azioni. È l’accusa al socialismo, al comunismo, allo statalismo, alla pianificazione: di voler dettare regole dall’alto e per la collettività. Un duplice errore in questa pretesa dirigistica: perché non si possono pianificare le azioni sociali in quanto la società non esiste; perché il bene nasce non da un intento rivolto al bene ma come effetto non voluto di un’azione fatta, poniamo, a propri vantaggio. Sono i luoghi comuni di Smith e Ferguson che la Suola di Vienna ha proposto appropriandosene quasi li avesse forgiati. Ma si tratta di teorizzazioni controverse. Ammettiamo che non possiamo conoscere le conseguenze di un’azione. Se non le conosciamo perché sostenere che da un’azione fatta a nostro vantaggio altrui e da un’azione fatta per il vantaggio altrui può venirne svantaggio? Se ogni azione ha degli effetti perversi può accedere qualsiasi risultato, anche che da un’azione altruista venga sempre da un’iniezione non finalizzata al bene.
Discutibile anche negare che la società esista ed esistano soltanto individui. Non che la tesi sia insostenibile. Ma, allora, se riteniamo che la società, lo stato, i gruppi, la Patria, la Nazione, semplici nomi, se cadremmo nel nominalismo a usare termini collettivi, siamo poi certi che l’individuo esista, e che l’individualismo metodologico non faccia esso pure nominalismo? In vero, da Buddha a Nietzsche, l’individuo è stato negato, quindi, al termine “individuo” non corrisponderebbe una realtà. Vi sarebbero stati psichici “impermanenti”, per appropriarci del termine di Buddha. Non individui. Mentre per l’Individualismo metodologico l’individuo è la realtà indivisibile e ultima, altri hanno scomposto l’individuo è la realtà indivisibile e ultima, altri hanno scomposto l’individuo, ripeto, in disunti stati psichici. Dunque anche il termine “individuo” non avrebbe realtà come l’avrebbero i termini “società”, “Patria”, “gruppo”. Sarebbero solo nomi, nominalismo. Meglio non avventurarsi in peripezie del genere e concedere alla vita la possibilità di azioni finalizzate che riescono secondo i fini o che non riescono: personali, se le fa uno, collettive, se le fa un gruppo in cui ciascuno agisce in concordanza o discordanza cosciente con l’azione altrui. E riconoscere che, se cento individui tirano una fune, saranno cento individui individuali, diciamo, ma se non fossero in cento non riuscirebbero nell’impresa. Per combattere il collettivismo e lo statalismo non occorre riportare la società all’individuo, né rifiutare ogni azione altruistica, quasi che l’altruismo fosse di sicuro dannoso. Presentandosi in tal modo, il liberalismo non offre l’aspetto migliore di sé. Il liberalismo è una conquista irrinunciabile, quando essendo liberalismo, consente alla libertà di esprimere le sue possibilità o, per dirla con Antiseri, quando l’uomo esercita il suo volontarismo fondandovisi. Ciò detto, non è che se ne neghiamo la realtà di una classe, di una nazione, poi non ci troviamo ad avere a che fare con le classi o con le Nazioni o con i gruppi associati! E in quanto allo statalismo: si è mai conosciuto in sistema economico in cui lo Stato non sia statalista, non agisca come lo Stato? La tassazione, chi la impone?