il Sole-24ore, domenica 15 maggio 2005, pag. 35 (Scienza e Filosofia)

Relativista, dunque cattolico

Armando Massarenti

Sono davvero Idee fuori dal coro quelle di Dario Antiseri, anche rispetto a dibattiti che si sono aperti dopo l’uscita del libriccino che porta questo titolo e, soprattutto, dei due recenti volumi, di mille pagine l’uno, che costituiscono una vera e propria summa del pensiero di una vita. Verrebbe da dire una “summa teologica”, visto che le riflessioni su Dio e la religione non sono certo secondarie rispetto a quelle epistemologiche, storiche, etiche, politiche, che compongono il mosaico di un pensiero che batte costantemente su alcuni temi di importanza cruciale per il nostro Paese: la libertà della scienza, la ricerca come valore in sé, il fallibilismo, il liberalismo, l’individualismo metodologico, il pluralismo dei valori, la difesa dell’economia di mercato, un’idea della società aperta mutuata da Popper, Hayek e dalla scuola austriaca, un’etica senza fondamenti e senza assoluti adeguata a una società moderna. Ma l’espressione “summa teologica” rimanderebbe troppo direttamente a Tommaso e, dunque, a una tradizione che risolve la tensione tra fede e ragione irrealisticamente a vantaggio della scuola, e dalla quale Antiseri tiene a mantenersi distante: così come egli risulta un outsider, sia pure rispettoso e devoto, riguardo alle preoccupazioni di papa Ratzinger sui pericoli del relativismo nelle società contemporanee.
«Cristiano perché relativista, relativista perché cristiano» è infatti il suo motto. Antiseri canta fuori dal coro rispetto al mondo cattolico cui appartiene, quando adotta per esempio l’espressione «etica senza verità» coniata nel 1982 da un laico come Uberto Scarpelli. Come Hume ci ha insegnato, i fatti e i valori parlano due linguaggi diversi, quello dell’essere e quello del dover essere, ed è scorretto passare surrettiziamente dall’uno all’altro. Il relativismo rispetto ai valori (meglio sarebbe dire pluralismo, che non ci fa slittare nell’equivoco che qualunque cosa possa essere considerata un valore), sostiene Antiseri, è qualcosa contro cui non possiamo fare nulla. È innanzitutto un fatto. E un fatto che ha i suoi pregi indubitabili. Non esistono ragioni forti, di carattere metaetico, capaci di convincere gli esseri umani ad accettare un nucleo di valori validi per tutti. Dunque, da questo punto di vista, non si può essere relativisti. E antidogmatici. Ma ciò non significa abbandonare la fede. Anzi, il cristiano è tale proprio grazie, e solo grazie, a quel “salto nella fede” di cui parlava Kierkegaard, e prima di lui Pascal, che con la sua scommessa fornisce un appiglio razionale per tale scelta più debole ma meno dogmatico di quello del tomismo.
Come si è visto sul Domenicale della settimana scorsa affrontando il pensiero di Richard Popkin, si tratta di prendere atto della «crisi pirroniana» che ha colpito l’Europa agli albori della cultura moderna, e dalla quale scaturiscono sia l’antidogmatismo e il fallibilismo in ambito conoscitivo, scientifico, e anche metafisico, si la valorizzazione della fede pura e semplice in ambito religioso. Il volume di «Interpretazioni storiografiche» si apre con un bel capitolo di storia delle idee fondamentale per capire i modelli di pensiero che hanno alimentato le correnti principali della modernità. Vi si parla del Trattato filosofico della Debolezza dello Spirito Humano del verscono Huet e della risposta che ne diede Muratori col volume Delle forze dell’intendimento umano o sia il pirronismo confutato. Inutile dire dove si dirigono le simpatie di Antiseri. Per il quale anche l’adesione convinta alla razionalità della scienza ha, e non può non avere, un aspetto fideistico.