Synthesis n. 11, 2005

Quali sono le ragioni dell’evoluzione

Antonio Saccà

Come è noto, un’azione è teleologica quando viene diretta consapevolmente a uno scopo, telos, in greco, significa, è risaputo, scopo, fine. Evidentemente, soltanto gli uomini, e gli animali, forse, hanno scopi e scopi consapevoli. Sostenere che la Luna abbia quale scopo, magari inconsapevole, di ruotare intorno alla Terra, e la Terra di muoversi intorno al Sole, viene, oggi, considerato assurdità. In passato, di sicuro, non era così. Tutto ciò che esisteva veniva finalizzato da Dio, appositamente per lo scopo che esplicava. Se esisteva l’erba era perché doveva servire da nutrimento agli animali, la pioggia a sua volta incrementava l’erba, il Sole riscaldava gli uomini, evaporava l’acqua per renderla nuvole e pioggia… Potremmo continuare. Non vi era il “caso”, nel mondo ebraico-cristiano. Dio non soltanto creava ma predisponeva armonie assolute, generali, categoriche. Ogni esistente aveva ragion d’essere e svolgeva uno scopo essenziale nell’insieme e per l’insieme. Addirittura, Tommaso D’Acquino, nel suo sforzo di fondare razionalmente Dio, quindi per tutti gli uomini, giacché tutti gli uomini sono razionali, concepì l’argomento o via teleologica quale dimostrazione dell’esistenza di Dio. Se, diceva Tommaso, l’Universo opera secondo fini, e non può certo essere l’uomo a imprimere agli astri il fine dei loro movimenti, deve esistere un Ente che assegni tali scopi, ad esempio al Sole di roteare intorno alla Terra, a quell’epoca sussisteva tale concezione, poiché tale Ente non è l’uomo, dunque è Dio, pertanto Dio esiste.
All’avvento delle concezioni materialistico meccanicistiche, durante e dopo il Rinascimento, furono riprese le teorie dell’atomismo greco. Per queste teorie non esiste né un Creatore, né un Ordinatore, né un Finalizzatore, l’associazione, casuale o deterministica, degli atomi, “combina”, aggregandosi e disaggregandosi, i corpi, che finiscono con lo stabilire rapporti per le loro caratteristiche interne. Al dunque, non è che l’erba abbia lo scopo di essere mangiata dagli animali. Piuttosto: c’è l’erba, ci sono gli animali,gli animali gradiscono l’erba e la mangiano. È un incontro non prefigurato né imposto. Com’è risaputo, la cultura filosofica e scientifica ha fondato la modernità quando sono state abolite le “cause” e la “causa”, e al “perché” è subentrato il ”come”. Si può ben capire che altro è chiedersi il “perché” la Terra giri intorno al Sole, altro esporre “come” la Terra gira intorno al Sole. Ma l’uomo non si soddisfa del “come”. E uno scienziato, decisivo per il nostro tempo, si sforzò di connettere al “come” il “perché”. Non basta cogliere che taluni animali mangiano l’erba, senza ipotizzare un disegno provvidenziale che faccia nascere l’erba per essere mangiata da certi animali, bisogna anche indagare sul “perché” la mangiano, anche non rifacendosi a Dio o a impulsi sopra naturali. Vi è un “perché” in natura, interno a chi esiste, un motivo che induce certi animali a mangiare foglie, altri radici o frutti? Esiste, sostenne tale scienziato, con ciò ridando alla Natura una direzione, uno scopo, anche se del tutto naturale. Bisogna riconoscerlo, Charles Darwin, a lui ci riferiamo, scrisse una nuova Bibbia. La “selezione naturale del più adatto” divenne, da quando Charles Darwin la concepì, ne “L’origine della specie”, I859, una interpretazione del come e del perché i viventi mutano e si evolvono o periscono.Darwin, secondo l’opinione del biologo e filosofo spagnolo Francisco J. Ayala, docente all’Università della California, espressa nel volume: ”Le ragioni dell’evoluzione”, Di Renzo Editore, cercò, appunto, di scoprire se i viventi si comportavano secondo scopi. Non lo scopo cosciente di chi prende un fucile per colpire bensì scopi intrinseci che i viventi attuano anche o soprattutto involontariamente. Per Ayala, Darwin scoprì che i viventi accumulano per un processo di adattamento selettivo caratteristiche opportune che li fanno resistere e sostentare nel loro ambiente o in ambienti cambiati. La Natura opererebbe con tali scopi.
Poiché la questione è di importanza assoluta, e complessa, seguiamo alla lettera quanto scrive Ayala. Riprendendo una famosissima considerazione di Charles Darwin, sulla più favorevole possibilità di sopravvivenza degli individui che nascono con variazioni favorevoli e sulla eliminazioni naturale di chi ha variazioni nocive, ciò che Darwin definiva “selezione naturale”, Ayala cerca di esplicare le modalità delle formazione dei caratteri vantaggiosi. Innanzi tutto: non vi è una direzione obbligata, piuttosto una miriade di tentativi di variazioni genetiche. Quelle che consentono opportunità vantaggiose permangono e favoriscono la sopravvivenza di chi le ha, dicevo, mentre chi non ha le caratteristiche vantaggiose rispetto all’ambiente, perisce. Ma il processo è impervio, tentacolare, articolato di possibilità. Nasce un tratto vantaggioso, l’ambiente muta, e quel tratto diventa inutile o dannoso. Inoltre: prima che si stabilizzi una mutazione radicale, poniamo il completamento delle ali, vi è un andamento discontinuo,strade sbagliate, arresti. Ma, ed ecco una tesi, nota, ma rilevantissima, se vi è un inizio di trasformazione vantaggiosa, poi, le trasformazioni successive favorevoli sviluppano quella iniziale, sebbene in forme accidentate. Al dunque, un’escrescenza che poi diventerà un’ala, prima di diventare ala proverà molteplici sviluppi falliti, finché,come ala, avrà uno sviluppo di successo. Allora, quell’escrescenza era finalizzata a diventare ala? La Natura agisce teleologicamente? Paradosso dei paradossi: la teoria evoluzionistica di Darwin è quanto di più compatibile esiste con la visione ebraico-cristiana? Per Ayala è così. Infatti, argomenta, la tesi evoluzionistica non è una teoria casualistica. Vi è, nella Natura, un orientamento all’adattamento. Ma, dice Ayala, questa tendenza evolutiva “è talmente piena di disfunzioni, sprechi, e crudeltà, che sarebbe sacrilego attribuirla a un essere dotato di intelligenza superiore, saggezza e benevolenza”. Insomma, l’evoluzione al modo di Darwin non è casualistica perché ha come scopo la sopravvivenza del più adatto, ma le modalità con cui si crea il mutamento adattivo è dovuto a infiniti esperimenti, sia pure in grado di sviluppare ciò che favorisce l’adattamento. Come dicevo, se spunta un’escrescenza da cui può venir fuori un’ala, le trasformazioni che formano l’ala restano, le altre spariscono. Dunque l’escrescenza era finalizzata a diventare ala… quando lo diviene!
E la religione, Dio? Oggi in molti paesi vi è una guerra culturale tra il darwinismo e le concezioni creazionistiche. È notizia di questi giorni che il “Board of education” del Kansas, negli Stati Uniti, ha organizzato un confronto tra negatori e assertori delle tesi di Darwin. A stare ad Ayala, che si occupa specificamente del rapporto tra teleologia e teologia, le modalità con cui opera la Natura biologica non suppone un Ente Superiore, basta il principio della selezione naturale, ma non vi è contraddizione nel concepire un Dio Creatore e un’evoluzione secondo la teoria evolutiva. In ogni caso l’uomo sarebbe nato da Dio, essendo Dio Creatore di tutto! L’evoluzione, infatti, non invade l’origine di ciò che esiste, si occupa di ciò che già esiste. Inoltre, che senso avrebbe, sostiene Ayala, lo accennavo, tutto quel processo per tentativi prima e dopo l’avvento delle scimmie antropomorfe? Perché Dio avrebbe agito per tentativi? Dio, se mai, va posto all’origine della Natura, e l’evoluzionismo, ripeto, non si occupa della origine della Natura, ma delle sue trasformazioni. In sostanza Dio Creatore, bene insistere, non viene intaccato dall’evoluzionismo, per chi ha fede. Del resto, citando Giovanni Paolo II, l’evoluzione, conclude Ayala, non contraddice “gli insegnamenti della Bibbia e della Chiesa”. Sembra di tornare al XVI/XVII secolo. Bisogna riconoscere che la Chiesa Cattolica è la più disponibile a evitare un’assurda guerra tra scienza e fede. La religione non deve entrare dove la scienza può dimostrativamente provare gli asserti, in tal caso stabilirebbe integralismo, ossia un’invasione integrale in ogni campo del reale, che dovrebbe dipendere dalla fede religiosa, ritorneremmo al Sole che gira intorno alla Terra; ma la scienza non deve farsi scientismo,volendo sottomettere l’intero reale a sé e ai suoi metodi. Esistono immense zone d’ombra e la stessa esistenza del reale è racchiusa in un mistero nel quale la fede può esperirsi. Contestare la fede all’interno del mistero dell’esistenza è una presunzione scientista intollerabile. Detto questo, e opinioni “conciliatrici” di Ayala, sono più che altro un’occasione di discussione non faziosa. Accettata, infatti, l’evoluzione la differenza tra “homo sapiens sapiens” e primate in che consiste, in trasformazioni biologiche funzionali o nella presenza dell’anima immortale personale? A quanto pare le due tesi sarebbero “conciliabili”, e oltretutto rispetterebbero l’autonomia della scienza e della fede. Oltretutto, anche lo scienziato più scientista deve riconoscere di essere totalmente all’oscuro dell’origine dell’esistenza. Inoltre, il più sistematico degli evoluzionisti, Herbert Spencer, lasciava aperta con la teoria dell’inconoscibile la possibilità che vi siano forme non scientifiche di adesione al reale. E di ciò stiamo discutendo.