Netpaper, 2 dicembre 1998

Geni o sabotatori?

Edoardo Boncinelli

Sono decisamente tempi duri per la scienza, sotto il duplice assalto di chi in essa aveva riposto eccessive speranze e ne è rimasto successivamente deluso e di chi l’ha avversata da sempre. Entrambi i gruppi tendono di volta in volta a confondere la scienza con la tecnologia o con una teoria del tutto. In virtù del primo accostamento sono portati a demonizzarla e a sottolinearne i rischi, reali o paventati; in virtù del secondo, la biasimano perché essa non conduce a verità definitive ed eterne sul mondo, sulla vita o sull’uomo. I libri che per un verso o per l’altro contribuiscono a mettere in cattiva luce la scienza e gli scienziati esercitano quindi una grossa attrattiva su un certo tipo di pubblico, se non, almeno inconsciamente, un po’ su tutti. Un libro che faccia questo fingendo, più o meno consapevolmente, di stare dalla parte dei geni incompresi e degli "scienziati creativi" contro la miopia e la chiusura corporativa della scienza ufficiale eserciterà un’attrattiva ancora maggiore, sia per il suo contenuto manifesto che per il suo messaggio subliminale. E si sa che "non si può spiegare quanto sia grande l’autorità d’un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi".¹ Non è difficile quindi pronosticare un buon successo editoriale per un libro del genere che si presenti anche sapientemente confezionato. Direi che questo è il caso dell’ultimo libro di Federico Di Trocchio, intitolato appunto Il genio incompreso*, che fa seguito a un altro intitolato Le bugie della scienza.
Se il nostro autore si fosse limitato a scrivere la prima metà di questo libro, avrei detto che ci trovavamo in presenza di un’operina leggera, senza tante pretese ma di piacevole lettura, che racconta storie abbastanza interessanti e a volte appassionanti. Si tratta essenzialmente di una raccolta di aneddoti presi dalla vita di inventori e scienziati che non hanno visto riconosciuti, o non hanno visto riconosciuti subito, i propri meriti, un po’ per mancanze proprie e molto per l’ostracismo della scienza ufficiale dell’epoca. Una raccolta di parabole insomma dalla parte dei geni incompresi, come dice il titolo, e soprattutto contro la chiusura mentale e la rigidità della scienza accademica e degli accademici. Varcata la metà del libro però il tono si fa più serio e pedante, l’affabulazione cede il posto all’affrottolazione e ci si trova esposti a un crescendo rossiniano di improbabilità e improponibilità che culminano con un tourbillon finale dove si definisce "un mostro storiografico" il "famigerato" principio antropico o si fanno affermazioni del tipo: "Se si vuole realmente produrre all’interno della comunità scientifica una rivoluzione in senso democratico, bisogna trovare il modo di garantire diritto di esistenza anche all’impossibile". Ho utilizzato la forma della citazione perché è difficile altrimenti rendere il senso del delirio verbale che caratterizza certi passi dell’opera.
Ho detto che la prima parte si presenta più accettabile e a tratti anche godibile. Si ha però anche qui l’impressione che il testo scaturisca dalla sovrapposizione di due libri, scritti da due autori, o piuttosto credo dalle due anime di uno stesso autore: da una parte lo studioso informato e appassionato che ricostruisce e ripercorre le vicende a volte penose a volte esaltanti del cammino dell’umanità verso la verità e la comprensione; dall’altra, il giornalista in continua tentazione di rivelazioni scandalistiche, appartenenti alla provincia più raffinata dello scandalismo, quello culturale. Sovrapposto al racconto principale si avverte un rumore di fondo decisamente fastidioso costituito da una miriade di piccole osservazioni tendenziose che hanno lo scopo di seminare il discredito sul mondo della scienza e di generare il sospetto che le sue procedure siano tutt’altro che chiare e trasparenti, e perciò arbitrarie. D’altra parte, fin dalla Prefazione si apprende che "oggi l’intolleranza della scienza si è sostituita a quella della religione" e che la comunità scientifica attende ancora "una rivoluzione democratica".
Facciamo un attimo astrazione da questo rumore di fondo e prendiamo in considerazione la parte "sana", cioè non tendenziosa, del libro. Non sta a me dare un giudizio sull’attendibilità della ricostruzione storica delle vicende narrate. Non sono qualificato a farlo e c’è chi l’ha già fatto.² Mi limiterò quindi ad alcune considerazioni di carattere generale. La prima è che in quest’opera di commiserazione degli ingegni incompresi c’è purtroppo mischiato di tutto: veri geni, mezzi geni, invasati, visionari e ciarlatani. Questa tendenza a fare di ogni erba un fascio non giova certamente alla consequenzialità e alla persuasività dell’argomentazione. Quello che vale per Einstein giovane, per Evaristo Galois, per Robert Mayer o per Alfred Wegener non può valere per Duesburg, Marinov o l’Institute for Creation Research. In questa ottica, veri e propri infortuni devono essere considerati il capitolo su Velikovsky e quello sul biologo Hillman che inizia con la stupefacente affermazione che "una delle più grandi e cocenti sconfitte della medicina moderna è quella subita nella lotta contro il cancro", e che prosegue con l’avvertimento profetico che "uno smacco analogo si profila per il cosiddetto "decennio del cervello"". È inutile dire che non esistono forse altri campi del sapere in cui ci sia stato recentemente un maggior avanzamento delle conoscenze. Ma questo per il nostro autore è irrilevante, tutto teso com’è a sostenere che la medicina "dovrebbe oggi interrogarsi con urgenza sui motivi che le impediscono di progredire". E, badate bene, uno dei motivi per i quali la medicina non progredisce, e "ancora non sappiamo quali siano le cause del cancro (sic!)", è che i biologi si ostinano a utilizzare il microscopio elettronico, mediante il quale credono di studiare le cellule, mentre in realtà studiano soltanto la loro "maschera mortuaria".
In secondo luogo, il nostro autore mette letteralmente tutto in uno stesso calderone: matematica, cosmologia, scienze sperimentali, tecnologia e ricostruzione di eventi storici. Gli argomenti validi per una di queste discipline non sono necessariamente validi per le altre. Prendiamo in considerazione la distinzione fra progresso scientifico e progresso tecnologico, due realtà che non possono essere confuse neppure da un profano, come non possono essere confuse medicina e biologia. Se stiamo parlando di una soluzione tecnica – di un dispositivo per vedere meglio la TV, di un riduttore di rumore in un cavo sottomarino transoceanico, della cura per un particolare disturbo della pelle, per il raffreddore delle formiche rosse, o per il tifo petecchiale degli armadilli del Costarica – non importa molto il percorso mentale attraverso il quale si è giunti a essa. In questi casi quello che conta è soltanto la risposta alla domanda: funziona o non funziona? Questo però non può valere per la scienza. La scienza è un corpus di conoscenze acquisite e sistematizzate, dotate di una loro logica interna e di stretti collegamenti fra le parti. Se con un ragionamento errato si giunge anche a una proposta corretta, questa non può avere di per sé molta importanza, se non come ispirazione per un altro ricercatore che riesca poi a metterla su basi più salde. Si dice spesso che il punctum crucis della validità di una teoria scientifica è se questa sia stata o non sia stata verificata. Ciò è innegabile, ma prima di essere verificato, un complesso di affermazioni deve essere verificabile. E per essere verificabile deve essere formulato in maniera univoca, cioè non ambigua, e non contraddittoria. A esempio la maggior parte delle affermazioni della psicoanalisi, e della cosiddetta metapsicologia che la sottende, non solo non sono state verificate ma non sono neppure verificabili. Se una disciplina non ha una sua logica interna e quindi una sua formulabilità non potrà aspirare nemmeno a una verifica o a una falsificazione. Questo è lo spirito della demarcazione proposta da Popper fra affermazioni scientifiche e non scientifiche. Evidentemente al Di Trocchio dell’avanzamento della conoscenza scientifica non importa granché se lo confonde con il progresso tecnologico.
Una terza considerazione: quando si tratta del passato più o meno recente della scienza ha senso parlare di grandi individualità e di grandi teorie, ma quando ci si avvicina alla scienza di oggi questo discorso appare quantomeno sfocato. Quello che il nostro autore non sa o trascura è che la scienza oggi è entrata, fortunatamente o sfortunatamente, in una fase in cui cresce per accumulazioni successive, per piccoli contributi portati da un numero incredibile di individui, la maggioranza di quali non ha bisogno di essere geniale. Se qualcuno di questi viene misconosciuto o se il contributo di uno di questi viene trascurato, il progresso della scienza ne risentirà solo in minima parte anche se per l’interessato questo episodio può ovviamente rappresentare un vero e proprio dramma. La scienza va avanti comunque e certamente non regredisce per questo: ovviamente, finché il numero di questi casi resta limitato, ma direi senza tema di smentita che per ora è molto limitato.
Voglio fare infine una notazione personale. Chi opera quotidianamente in campo scientifico sa bene che è vero che anche qui non sono tutte rose e fiori e che è necessario lottare strenuamente per fare accettare le proprie proposte, rivoluzionarie o non. Tutti noi ricercatori ci siamo risentiti, una volta o l’altra, con l’establishment scientifico, accusandolo d’incomprensione, di arroganza o di protervia. Ma se si è onesti si deve ammettere che in questi casi accade quasi sempre come quando si ha un diverbio con un computer: certe volte quello ci fa proprio perdere la pazienza e ci appare così ostinato da sembrare stupido o persecutorio, ma a conti fatti ha sempre ragione lui! Il motivo è molto semplice: l’establishment è un collettivo e un collettivo ha molta più probabilità di vedere giusto di un solo individuo. Salvo eccezioni, che sono appunto eccezioni.
Qualcuno saluterà con favore un libro che suoni come un temperamento dell’alterigia e della supponenza della scienza ufficiale. Se c’è questa supponenza, e in molti casi c’è, e se questo fosse un libro che cerca di temperarla, ben venga, anche se potrebbe essere molto più utile in paesi come gli Stati Uniti o l’Inghilterra dove si dà una grande importanza alla scienza. Ma che dire di un libro del genere in un paese come l’Italia in cui la scienza non viene minimamente considerata, sistematicamente messa in secondo piano rispetto alle scienze umane e alla filosofia, e tutti partecipano più o meno coscientemente della convinzione espressa da Benedetto Croce che i concetti scientifici siano "pseudoconcetti"? Ma in realtà, il libro di cui stiamo parlando comunque non è nemmeno questo. Per riuscire a potare le propaggini estreme di un atteggiamento panscientifico o scientista e a temperarne le asprezze ci vuole ben altro; ci vogliono critiche fondate, ben documentate e soprattutto specifiche. Criticando all’impazzata un po’ tutto si finisce per non centrare alcun bersaglio.
Possiamo considerare allora quello portato avanti in questo libro un discorso serio in difesa di eventuali geni incompresi e finalizzato a ridurre lo spreco di ingegni genuini, spreco che indubbiamente esiste in ogni attività umana? Direi proprio di no. Se ci sono cose che sono difficili da programmare o da regolamentare, queste sono l’ingegnosità e la creatività e ancor meno la genialità. Il vero genio è per natura incompreso. Tutto quello che la società può fare è sforzarsi di comprenderlo, magari impiegando un tempo non troppo lungo. In questo la scienza non si è certo dimostrata inferiore ad altri campi e non ha riabilitato o clamorosamente rivalutato nessuno a distanza di secoli. È chiaro che si potrebbe far meglio; tanto è vero che tutte le riviste scientifiche più importanti del mondo ospitano in continuazione dibattiti su quale sia la maniera migliore per giudicare con prontezza la validità delle varie scoperte e dei vari progetti di ricerca. È un problema serio, serissimo, che non si può risolvere con proclami ideologici o con appelli strappalacrime. Il nostro autore si lancia invece in proposte "operative" spericolate e miracolistiche che trovano il loro culmine in un paragrafo centrale intitolato, non senza ironia, "L’Accademia degli intronati, ovvero come organizzare l’eresia scientifica". Qui, più che in ogni altra parte del libro, non si capisce bene se il nostro autore fa sul serio o se prende in giro i suoi attoniti lettori.
In conclusione, chi deve leggere questo libro? Non certo un giovane, che rischia di farsi un’idea completamente distorta di che cosa sia l’avventura scientifica. E neppure una persona che intenda utilizzarlo per una prima familiarizzazione con il mondo della scienza e degli scienziati. La rappresentazione che questo libro ne dà è nella migliore delle ipotesi parziale e partigiana. Lo può leggere una persona matura che si vuole divertire, o perché sa bene le cose come stanno, o perché non gliene importa molto. Temo però che lo leggeranno avidamente tutti quelli che non perdono occasione per gettare discredito sulla scienza e sul progresso scientifico e per convincersi vieppiù che qualsiasi cosa è sostenibile. E sono tanti.³ Mi consta personalmente che in alcuni quartieri questo libro è stato già molto apprezzato, come del resto il precedente dello stesso Di Trocchio, e viene correntemente utilizzato per screditare "la scienza paludata e accademica" che si rifiuta di dare l’avallo a un coacervo di fumosità e ciarlatanerie, sostenute e propagandate per ignoranza o per disonestà o per altre motivazioni emergenti da una regione indistinta dello spirito che confina con entrambe. Queste persone avranno un altro libro da citare e altre argomentazioni da affiancare allo snocciolamento del principio di indeterminazione di Heisenberg, vulgato come: La scienza d’oggi ha dimostrato che i fenomeni naturali non si possono più spiegare in termini di causa ed effetto, o del teorema di Gödel, vulgato come: Anche la logica e la matematica hanno le loro fallacie. Su questi fondamenti è impossibile distinguere il vero dal falso. Le conseguenze sono ovvie. Se non esistono verità, se tutto si può sostenere, l’accettazione di una tesi piuttosto che di un’altra dipenderà, come nel Medioevo, dall’abilità oratoria, dalla suasività, dall’opportunismo oppure dall’autorità, dall’arroganza e dalla protervia di chi la sostiene. Altro che rivoluzione democratica!

¹ Così dice il Manzoni alla fine del capitolo XXXVII de I promessi sposi a proposito di Don Ferrante che sostiene con argomenti molto dotti che il contagio della peste non esiste. "His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle."
² Vedi la recensione di E. Bellone, "Galileo dinamico", Sole 24 Ore, 6 aprile 1997; e quella di G. Corbellini, "Teorie immunologiche ed evoluzionismo", Le Scienze, n. 348, agosto 1997.
³ Di un paio di categorie di nemici "dotti" della scienza parla G. Toraldo di Francia nell’aureo libretto In fin dei conti, Roma, Di Renzo, 1997.
* Federico Di Trocchio, Il genio incompreso. Uomini e idee che la scienza non ha capito, Milano, Mondadori, 1997

Edoardo Boncinelli, biologo molecolare, è attualmente direttore del laboratorio di Biologia Molecolare dello Sviluppo all’Ospedale San Raffaele di Milano. Presso Di Renzo Editore ha pubblicato "A caccia di geni" (Roma, 1996).