La scienza tradita (da Synthesis, dicembre 2006)

 

Synthesis, n. 12, dicembre 2006

La scienza tradita

di Gabriele Di Giammarino


(Luciano Caglioti, La scienza tradita. Le vicissitudini della ricerca scientifica in Italia, Di Renzo Editore)
Bertolt Brecht pensava a ragione che non si può fare un discorso “neutrale” neanche su un albero. Tanto più questo assioma vale per chi deve parlare di scienza e di ricerca scientifica, come Luciano Cagliati, uno dei nostri ricercatori di fama internazionale, che in questo libro ripercorre una lunga esperienza personale e presenta un quadro, criticamente articolato, sui progressi della scienza da oltre mezzo secolo, coronati molto spesso da successi impensabili. Nondimeno da quello che Dante chiamava “libro della memoria” egli rimuove ogni compiacimento individualistico (e dire che egli è stato per anni del Comitato Italiano per l’Istituto Weizman di Israele e dottore “honoris causa” del Politecnico di Budapest) ed apre gli occhi – e li fa aprire al lettore – sul “tradimento” della ricerca scientifica nella sua funzione sociale senza cui essa rimane un puro ludus accademico.
A dire il vero, capita molto di rado imbattersi in un libro così denso di concetti pregnanti, così logicamente articolato con argomentazioni finalizzate a distruggere gli “idoli”, maliziosamente diffusi tra i profani, come la diffidenza verso alcuni settori della scienza, che potrebbero essere utili per l’umanità, e l’accettazione acritica nei confronti di altre iniziative vantaggiose solo a chi ne trae spregiudicatamente profitti, ma universalmente nocive a breve o a lungo termine. Alla cultura della diffidenza e del sospetto (questi, sì, ingiustificabili) verso tutto e tutti, che pericolosamente affastella i danni reali e potenziali con gli apporti positivi – e non sono pochi – della scienza.
Se si vuole indagare la genesi di questi sentimenti; occorre allargare il discorso a fenomeni sociali e politici di tragica consistenza: quando restano colpevolmente ancora oscuri i responsabili, e addirittura la dinamica delle bombe esplose alla Banca dell’Agricoltura di Milano, delle stragi di Ustica e dell’Italicus, dell’assassinio dei Kennedy e dell’abbattimento delle due torri di New York, è naturale che la società cominci a sospettare e a diffidare di ogni cosa, coinvolgendo anche la scienza.
La battaglia contro di essa ha un duplice fronte: psicologico ed economico. Il primo è appannaggio di un’opinione pubblica frastornata dalle trombe e dai tromboni di chi si scandalizza per una bomboletta spray o per un uccellino abbattuto e non per i selvaggi scarichi industriali e per il massiccio inquinamento atmosferico provocato dalle fabbriche e dai mezzi di trasporto. Ma a questo proposito – consiglia saggiamente l’autore - occorre muoversi con cautela e senso di equilibrio, in quanto non mancano persone che in buona fede, ma con scarsa cognizione di causa, consigliano rimedi peggiori dei mali. Il secondo fronte è il più insidioso, perché i governi sono alquanto restii al allentare il cordone della borsa per la ricerca scientifica e i privati, a loro volta, verso cui non pochi uomini di scienza nutrono sospetti non sempre motivati, sono perlopiù interessati a forme settoriali di ricerca.
Il libro, tuttavia, non è un puro cahier de doléances, ma ha l’accattivante fascino di un romanzo autobiografico percorso da un senso di contenuta nostalgia, di sconfinato amore per la conoscenza e per l’insegnamento, di affettuoso rapporto con gli studenti, di vicende giovanili caratterizzate da una vita un po’ bohémienne, di viaggi a Camerino con la 600, allietati dall’ascolto della canzoni di Mina, di altre gratificazioni professionali.
Il ritmo narrativo è rapido, serrato, con periodi brevi ed efficaci che si fissano nella mente del lettore e danno l’impressione di conversare con una persona gradevole e geniale.