Dossier “Ma la creatività si può costruire in laboratorio?” di Piero Bianucci, da “Specchio”, suppl. de La Stampa, 7 maggio 2005

Il caso esemplare: Federico Capasso

Federico Capasso, fisico italiano trapiantato negli Stati Uniti, inventore del laser a cascata quantica e di nuovi tipi di transistor, oggi professore di fisica applicata alla Harvard University, autore di 300 pubblicazioni e di 52 brevetti, ha appena pubblicato la propria autobiografia («Avventure di un designer quantico», Di Renzo Editore, 68 pagine, 9,5 euro). Stando un po’ attenti, dal suo racconto affiorano tutti i fattori che favoriscono lo sviluppo di una personalità creativa. Capasso era un bambino di 8 anni quando il padre gli regalò un libro di Walt Disney intitolato «Il nostro amico atomo»: leggendolo scoprì la sua vocazione scientifica. Sempre il padre gli trasmise l’importanza dell’autonomia di pensiero: «Non diventare un cervello attaccapanni!», gli diceva. Inoltre i genitori lo costrinsero a imparare bene l’inglese affiancandogli una ragazza alla pari venuta dall’Inghilterra e lo incitarono a «mettere le ali» e a diventare «cittadino del mondo». Ancora: Francesco De Martini, suo professore di fisica all’Università di Roma, gli infuse l’entusiasmo per la ricerca e gli ribadì l’importanza di sviluppare un pensiero originale. Sposata la figlia di Giorgio Salvini (uno dei fisici italiani più illustri: anche le parentele aiutano), Capasso si trasferì negli Stati Uniti ai Laboratori della Bell Telephone, una fucina di Nobel. Qui trovò le altre conzioni favorevoli alla creatività: libertà di ricerca, buoni finanziamenti, assenza di burocrazia, mentalità pragmatica, un ambiente stimolante grazie a frequentissimi seminari interdisciplinari tenuti da personalità di alto livello, un clima di forte competizione che però non escludeva la collaborazione.