Specchio, sabato 28 gennaio 2006, pag. 31

Il designer quantico

(che non mitizza la tecnologia)

Ha fatto ricerca per quasi trent’anni nei mitici Bell Laboratories – quelli da cui sono usciti undici premi Nobel. Poi – come si conviene ad uno dei fisici più famosi al mondo – gli è stata data la cattedra più prestigiosa degli Stati Uniti per la Fisica Applicata, la Robert Wallace ad Harvard. Federico Capasso è un altro dei fuoriusciti della scienza italiana – si laureò a Roma nel 1973 – che ha trovato fama, gloria e fortuna oltre Atlantico. Ma non ha dimenticato il Paese di origine cui nel suo saggio Avventure di un designer quantico (Di Renzo Editore) dedica pagine di nostalgico apprezzamento ma anche parole sferzanti per quello che riguarda il modo in cui l’iniziativa viene spesso mortificata: «In Italia siamo ancora intrisi di una pseudo-cultura mezzo religiosa e mezzo marxista, per la quale l’ambizione è componente negativa delle personalità. Un individuo che si sforzi di emergere, rischiando in proprio», scrive Capasso, viene guardato con sospetto, quasi che il buono debba sempre venire dall’alto, paternamente offerto da qualcuno». Ma fra le righe di queste sue «confessioni», spicca anche un ammonimento circa i tentativi di «programmare» la tecnologia e i suoi sbocchi: «Se c’è una lezione che ho imparato dopo tanti anni è la futilità di prevedere l’impatto tecnologico e sociale delle nuove ricerche e delle nuove invenzioni».