IV Convegno del "Centro Studi Psicologia e Letteratura"

Il Messaggero, venerdì 4 aprile 2003, pag. 1

Perché non sappiamo fare a meno della guerra

Aldo Carotenuto

DOMANI alle 10, presso la facoltà di Sociologia dell'Università la Sapienza di Roma, si terrà il IV Convegno del "Centro Studi Psicologia e Letteratura" dedicato alla disamina critica del fenomeno "Guerra" (Giornale storico di psicologia dinamica n. 53, Di Renzo Editore, Roma) perché si sceglie la guerra? Quali le motivazioni che soggiacciono al suo riproporsi? Dove si annidano le vere cause dell'aggressività umana? C'è davvero un modo per evitare che essa predomini nell'agire dell’uomo? Quesiti che attanagliano noi oggi, ma ai quali, non a caso, hanno tentato di offrire una risposta personaggi del calibro di Sigmund Freud, Albert Einstein, Carl Gustav Jung, per citarne solo alcuni. Il che ci parla dell'attualità della guerra — e del suo rifiuto — ma anche e soprattutto della sua lunghissima memoria.
Quando anche dall’“alto" del progresso occidentale — come noi oggi — ci troviamo a fronteggiare il catapultarsi di una guerra, senza nemmeno aver ben compreso il perché della necessità del suo attuarsi, non possiamo di certo esimerci dal chiederci se questa atrocità sia, infine, un male indebellabile. Quasi una sorta di reiterarsi — una coazione a ripetere, dicono gli psicoanalisti — che spinge l'umanità ad imbattersi nella guerra e nella morte, a riscoprire il dolce sapore della pace e poi, di nuovo, a cimentarsi in un ricordo belligerante, nemmeno troppo sbiadito. Dinanzi a questa disarmante riedizione del prodursi del bisogno dell'uomo di affermare se stesso attraverso la distruzione dell'altro — e non con condotte costruttive o creative — non c'è da stupirsi che psicologi e psicoanalisti (Freud in testa) abbiano proposto l'esistenza di una motivazione innata all'aggressività, alla distruzione. La terminologia freudiana ha, così, collegato la belligeranza umana alla "pulsione di morte". Perché l'uomo tenderebbe, suo malgrado, ad arretrare verso una condizione di annichilimento. La guerra, quale strumento societario e collettivo per raggiungere tal fine.
Tuttavia, aggressività è anche dimostrazione di assertività, una presenza "cattiva" kleiniana, ma pur sempre una proposta dell'agire attraverso la quale affermare se stessi. Se utilizziamo questa lente interpretativa per analizzare il fenomeno guerra, non può che derivarne il legame inscindibile tra violenza e desiderio di potere e di supremazia. In questa ottica, ogni altra giustificazione che si voglia ammantare quale vessillo per rendere lecito un attacco armato ci induce amaramente al sorriso. E, allora, c'è da chiedersi se l'uomo riuscirà mai ad adottare strategie differenti da quelle della violenza fisica, brutale, differenti anche dalla tecnica più sofisticata e tutta occidentale di allontanare la consapevolezza della lotta. Ogni guerra è cruenta, devastante, destabilizzante, angosciante e paralizzante. E' sciocco anche ribadirlo. Ma è proprio questa consapevolezza che l'uomo ha bisogno di allontanare e negare, per trovare una motivazione valida che trovi altri canali comunicativi. E' forse per non vedere il sangue dell'Altro, ed evitare di sentircene in qualche modo responsabili, che interponiamo tra noi e l'Altro la distanza della tecnologia, che ci pulisce fittiziamente le mani.
Ma la questione sul come sia possibile per un uomo concepire la guerra quale strategia risolutiva resta aperta; soprattutto rispetto al dubbio di quanta parte abbiano le dinamiche e le strategie del macro-sociale, e quanta, invece, la sensibilità e le attitudini psicologiche di chi quella collettività costituisce. Soprattutto se teniamo conto dell'insegnamento junghiano, che ci addita l'oscurità che alberga in ognuno di noi, la nostra Ombra, e che ci invita a conoscerla per poterla gestire. Forse frequentando anche i territori bui della nostra anima potremmo capire le possibilità tutte della psiche umana; ed accettare il male anche dentro di noi. Questo ci aiuterebbe a non dover soggiacere alla necessità difensiva di creare un Nemico esterno, sul quale proiettare, gettare anche le nostre turpitudini. Il che ci fa riaffiorare alla memoria le parole di Benedetto Croce quando affermava che «la violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruttrice».