la Piazza di Cinecittà, n. 10 – 2002, dicembre/gennaio, pag. 16

“Da lassù la Terra non ha più confini”

Michele Cardulli

[...] Un intervista a tutto campo in cui l’astronauta presenta il suo secondo libro:”Il giro del mondo in 80 minuti”.[Di Renzo Editore, Roma]
Astronauta, ma anche cittadino di Cinecittà. Umberto Guidoni è ormai un veterano dello spazio. Quasi un simbolo dell’attenzione di Roma e dell’Italia per lo sviluppo tecnologico. Di Roma in particolare, dicevamo, perché la capitale resta sempre in corsa come possibile sede dell’Agenzia spaziale europea. Ma torniamo al nostro concittadino astronauta. Cominciamo da una domanda banale, ma quasi obbligatoria. Quali sono le sensazioni che si provano lassù?
“Ci si trova a 400 chilometri al di sopra della superficie terrestre, in orbita nello spazio. Da un lato si è circondati dal nero profondo, trapuntato di stelle, dall’altro lato domina la curvatura della Terra con un alone azzurrino che sembra diffondersi nello spazio. Ammirare la terra dal di fuori è uno spettacolo affascinante. E che dire della sensazione completamente nuova di chi si trova improvvisamente a galleggiare senza peso. È una emozione diversa, mai provata sulla Terra, che lascia una impronta indelebile nella memoria. Un’esperienza che sembra allargare la sfera dei sensi, introducendo una nuova dimensione, una diversa sensibilità del proprio corpo. Anche quando si torna “con i piedi per terra” alla fine della missione, nella mente c’è il ricordo esatto di quella sensazione e qualche volta, durante il sonno, si sogna di volare senza peso, come quando si era in orbita.”
In questo suo libro racconta la seconda missione, quella che ha portato all’attracco con la stazione spaziale internazionale. Com’è la vita di bordo?
“La missione, designata come Sts-100 è stata una delle missioni di assemblaggio della Stazione spaziale internazionale (Iss). una missione importante perché è stato portato in orbita un nuovissimo braccio meccanico essenziale per l’ulteriore crescita della Stazione che richiederà l’uso di questa “gru spaziale” per portare a termine le opere di carpenteria più complesse.
Ma per il pubblico italiano questa missione ha avuto un significato particolare perché, oltre ad un astronauta italiano, a bordo della navetta Endeavour c’era un pezzo di Italia: Raffaello ovvero il modulo logistico realizzato dall’Agenzia spaziale italiana.
Si tratta di un cilindro pressurizzato che viene agganciato meccanicamente alla Stazione diventando un altro elemento abitabile.
All’interno del modulo sono contenuti esperimenti scientifici già assemblati e parti di ricambio per la Stazione, oltre a materiale di consumo (cibi, vestiario) per gli astronauti che ci abitano.
Il vantaggio del modulo italiano, detto anche Mplm, è che il trasferimento del materiale può essere fatto dall’interno della Stazione senza la necessità di attività extraveicolare e con gli esperimenti sono già configurati per le operazioni in orbita.
Una volta svuotato il modulo logistico, è stato riempito con gli esperimenti che hanno completato il loro ciclo a bordo della Iss e con il materiale da riportare a terra come a gli indumenti usati. proprio così c’è anche un servizio di “lavanderia spaziale”. Completate le operazioni di carico e scarico, abbiamo staccato Raffaello dalla Stazione spaziale e trasferito nella stiva dello Shuttle per il rientro a terra.”
Quali sono le attività che avete svolto e quali sono i risvolti scientifici della missione?
“Questa era una missione più ingegneristica e quindi le attività sono state prevalentemente legate all’istallazione del braccio meccanico, che ha comportato due “passeggiate spaziali”, e alle operazioni di logistica connesse al modulo Raffaello, che ha richiesto complesse operazioni per essere agganciato e sganciato dalla Stazione Spaziale. Comunque abbiamo anche trasportato nel laboratorio della Iss quattro esperimenti di biologia che sono stati attivati con successo. La ricerca in “microgravità” un termine che identifica la condizione di assenza di peso è particolarmente promettente proprio nel campo delle biotecnologie e questi esperimenti potrebbero avere ricadute importanti sulla capacità di progettare in vitro nuovi farmaci mirati, cioè efficaci contro un particolare virus, senza effetti collaterali.”
Lavorare sulla stazione internazionale è sicuramente un’esperienza diversa dalla sua prima missione, com’è stato il rapporto con gli altri astronauti? Ci si sente più ‘cittadini del mondo’ in queste condizioni, soprattutto pensando alla cooperazione con chi fino a pochi anni fa era tornato nemico? “Far parte di un equipaggio dello Shuttle è un’esperienza di lavoro molto interessante. Questo è ancora più vero per le missioni a bordo della Stazione spaziale dove si è parte di equipaggi internazionali. Ci si sente cittadini del mondo anche perché dallo spazio, la Terra non ha confini e, a bordo della Iss, anche se si parla inglese e russo ci si porta dentro la cultura del proprio paese di origine. Con sedici paesi impegnati nella costruzione della stazione, la collaborazione internazionale è la chiave del successo di questo grande progetto, il più grande mai realizzato nello spazio ed il primo che vede una partecipazione a livello planetario.”
E una volta tornati a terra? Si fa fatica a tornare a una vita normale? Non si prova una sorta di nostalgia dello spazio?
“Nelle prime ore, subito dopo il ritorno a terra, si fa fatica a camminare e sembra che tutto pesi troppo su questo pianeta. Poi si torna alla normalità e, in un paio di giorni, l’esperienza di fluttuare senza peso nello spazio sembra quasi un sogno. E a questo punto che ti assale la nostalgia delle esperienze provate in orbita, l’assenza di peso e la vista del nostro pianeta che brilla di luce azzurra circondata dal buio dello spazio profondo.”