La Gazzetta del Mezzogiorno, giovedì 22 gennaio 2004, pag. 25

Dioguardi - bilancio al tramonto

Giacomo Annibaldis

L’avventura della ricerca. Libri università imprese» di Gianfranco Dioguardi, Di Renzo Editore).

È una sorta di «pratica autobiografica» quella tentata da Gianfranco Dioguardi con il volume L’avventura della ricerca, in cui l’imprenditore-letterato barese parla di «Libri università imprese» (come recita il sottotitolo), nel tentativo di assumere una «cura di sé», cercare il senso o anche solo la traiettoria interpretativa della propria vita (se è vero che l’autobiografia spesso è il solo modo di «ri-costruirsi», e a volte – come diceva Moravia – di assumersi come «esistenza ferita»).
D’altronde uno dei motti preferiti da Dioguardi è sempre stato quello di Jacques Monod: «je cherche à comprendre». E in questo caso, l’autore tenta di far comprendere anche a noi la notevole parabola della sua impresa, delle sue imprese.
Nel volumetto, Dioguardi volge uno sguardo al passato, ripercorre a ritroso la sua strada che «è stata lunga, faticosa, ma anche piena di soddisfazioni»: al sole del tramonto incombente – sostiene – «si tirano le reti e si fa il bilancio del giorno ormai trascorso». Rivede la sua nascita, l’azienda di famiglia ereditata nel 1961, alla giovane età di 23 anni, dopo la morte del padre Saverio.
Da quel punto si dipanano eventi ordinati in un «effetto museo», con pensieri, azioni ed opere esposti sulle pagine come in una galleria d’arte. Ecco i ritratti dei suoi maestri; l’onnivora curiosità e il furore di aver libri (che lo ha portato a collezionare volumi rari e introvabili); l’organizzazione aziendale tutta intesa a «contrastare la dicotomia fra le due culture, quella umanistica e quella scientifica», insomma a «coniugare il saper fare con il sapere». L’autore traccia lo sviluppo della Dioguardi, a partire dal «logo» (una sorta di 4 ideato da Mimmo Castellano), a finire con le filiali disseminate via via a Napoli (1970), Brindisi (1975), Roma (1976), Milano (1977), Lione (1991); e ricorda le grandi imprese architettoniche in collaborazione con maestri riconosciuti: da Pierluigi Spadolini ad Aldo Rossi, da Renzo Piano a Riccardo Morandi, a Dante Bini…
Anni prodigiosi gli Ottanta (del secolo scorso), con l’impresa Dioguardi che inanellava successi, e il suo demiurgo ammirato da artisti e letterati per quel suo pervicace anelito a non chiudersi nella monade imprenditoriale (cui si affiancava anche un’attività accademica a Bari già dal 1971), ma a lanciarsi in nuove avventure letterarie, come i volumi propugnati da Leonardo Sciascia per la Sellerio e che nascevano spesso dalle edizioni rare acquisite sul mercato antiquario: allora Dioguardi ci stupì con l’«avventuriero nella Napoli del Settecento», con «le astuzie della mente barocca», estratte dagli aforismi del gesuita Baltasar Gracián; per non parlare del «Dossier Diderot»…
D’altronde, non c’era a quei tempi inviato di giornale e di tv che, approdato a Bari, non sostasse a chiedere un parere all’imprenditore «illuminista». Il quale nel frattempo rompeva gli indugi, sponsorizzava convegni e mostre, e soprattutto si proponeva quale «tutor» sociale, adottando scuole di quartiere emarginati, come la «Luigi Lombardi» al S. Paolo di Bari. Tutto ciò Dioguardi puntigliosamente documenta, quasi in un «memoriale in difesa».
Quando si infranse questa felice navigazione? Il capitano d’impresa ci invita a salire sulla tolda, a vedere quelli che, secondo lui, furono i primi deleteri marosi, sollevati da «Mani pulite». L’occhio dell’imprenditore ci sembra prendere il sopravvento su quello del cittadino, e può non essere condiviso: «La magistratura si era mossa per sete di giustizia, ma poi l’intera operazione finirà con l’assumere connotazioni marcatamente politiche. Intanto, le indagini dei magistrati mettevano in crisi l’economia italiana e l’intero sistema imprenditoriale. A seguito di questi fatti il mercato edilizio conobbe un tracollo drammatico: si ebbe l’azzeramento quasi totale dell’offerta di lavori pubblici e privati».
E, come un padre che ha perso drammaticamente suo figlio, Dioguardi si domanda: «dove ho sbagliato?». Il punto davvero nevralgico furono le commesse tedesche accettate negli anni ‘93/94, una «fata Morgana» illusoria, che aveva dato la falsa impressione di poter uscire dalle secche. E invece… L’errore maggiore fu quello «di non fuggire» alle prime avvisaglie della trappola che committenti «senza scrupoli» gli avevano tesa. In un capitolo toccante, Dioguardi parla dell’«amministrazione controllata» della impresa nel 1997, della liquidazione nel 1999. E amaramente confida che, nello stato di crisi, anche «i comportamenti dei singoli collaboratori tesero a modificarsi»: non ci pensarono due volte a calpestare la «fides» e l’amicizia.
Ma anche di fronte alla disfatta, Dioguardi non ha dimenticato la poesia di Kipling, If, che lo aveva impressionato da ragazzo: «Se tu puoi affrontare il Trionfo e il Disastro/e trattare ugualmente questi due impostori…/ tuo è il mondo e tutto ciò che è in esso,/ e, quello che più conta,/Tu sarai un Uomo».
Con L’avventura della ricerca l’imprenditore ha voluto guardare negli occhi il Trionfo e il Disastro. Senza distinzione.