La Stampa, martedì 15 febbraio 2005, pag. 27

Carotenuto, il dottor Jekyll dell’inconscio

Saggista e direttore di riviste, studiò col suo metodo l’opera di Kafka e di Shakespeare

Daniela Daniele

La potenza degli archetipi e dei simboli, nei quali credeva, sembra quasi essersi rivelata alla fine della sua vita. Proprio a San Valentino, nel giorno dedicato a quell’amore che è stato tanta parte della sua ricerca. Aldo Carotenuto, che è morto l’altra notte al Policlinico Gemelli di Roma, era quanto di più lontano si potesse immaginare dal freddo schermo bianco sul quale proiettare ansie, paure e sofferenza. Lui partecipava, come Jung del resto, al turbine emotivo dei pazienti. Forse per questo la maggior parte dei suoi studi si è concentrata sui temi della clinica psicoanalitica e, in particolare, sul problema dell'amore di transfert.
In molte delle sue opere pubblicate tra il 1980 e il 1988, è toccato lo scottante tema dei rapporti tra analista e paziente. Carotenuto ha sempre dichiarato falso il concetto di neutralità, tanto caro ai freudiani. Per l’investigatore dell’anima, tutto quello che è materia di lavoro psicoanalitico, in sostanza la storia intima del paziente, fa dell'analisi stessa il luogo vitale di Eros e Thanatos.
Molte volte glielo abbiamo sentito ripetere: solo la consapevolezza della potenza degli affetti che si muovono all'interno della coppia analitica rende l'analista in grado di far fronte alla sofferenza del paziente. Negare che vi sia questo coinvolgimento rende l'analista tutto ciò che non dovrebbe essere: vulnerabile e cieco.
Durante le sue lezioni universitarie, spesso amava rifarsi a esempi letterari - i rapporti tra psicologia e letteratura costituiscono un altro suo affascinante campo d’indagine - per meglio spiegare che cosa intercorre tra analista e paziente. Si rifaceva a Stevenson e allo Strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyde per trasmettere agli allievi il concetto junghiano di «ombra». «Potremmo dire - sosteneva - che noi siamo portatori di un mister Hyde. E notate che, in inglese, il verbo "to hide" significa "nascondere". Quindi è importante che nell'incontro con un paziente emerga subito questa immagine, dove noi abbiamo l'"ombra". Quanto più questi aspetti sono nascosti, tanto più diventano importanti per noi, perché quella dimensione che critichiamo e valutiamo negativamente, può invece essere anche la fonte della nostra forza. Ma diventiamo forti solo se smascheriamo questa forza, se la guardiamo negli occhi. Quanto più la teniamo nascosta, tanto più prenderà il sopravvento e ci distruggerà».
Nato a Napoli nel 1933, dopo aver studiato a Roma e a Torino, Carotenuto era vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove aveva frequentato la scuola di Psicologia Sperimentale della New School for Social Research di New York. Membro della American Psychological Association e presidente della Associazione di Psicologia e Letteratura, era direttore del Giornale Storico di Psicologia Dinamica e redattore della Rivista di Psicologia Analitica. Faceva, inoltre, parte del Comitato Scientifico della rivista Prometeo e dirigeva con alcuni allievi i Quaderni della Cattedra di Psicologia della Personalità. La sua vastissima produzione include molti saggi divenuti bestseller e punto di riferimento per gli studiosi della psicologia della personalità. Ha inoltre diretto e curato la pubblicazione del Trattato di Psicologia Analitica, edito in due volumi dalla Utet nel 1992. Lavorava come analista a Roma.
L’arte è stato uno degli argomenti più amati dallo psicologo e scrittore. Carotenuto ha analizzato i lavori di Pasolini, Kafka, Dostoevskij, Bousquet, Shakespeare, di poeti e pittori, sorretto dalla tesi secondo la quale la sofferenza psicologica non basta a spiegare l'opera d'arte, ma genera un destino che della ricerca artistica fa la sua ragion d'essere.
Oggi possiamo solo fare come lui. Toglierci il velo della freddezza professionale e commuoverci pensando all’«esperto» tante volte chiamato per avere un parere su eventi e casi di costume. La cronaca dei fatti non ne subirà un danno.