Avvenire dei lavoratori, n.3-3, aprile-settembre 2001

L'illuminismo islamico e il disagio della civiltà

Giovanna Meyer-Sabino


Nel Corano è scritto che uccidere una persona è uccidere tutta l'umanità: come si concilia quest'affermazione con le migliaia di morti di New York e le decine di migliaia dell'Algeria, vittime gli uni come gli altri dei fondamentalisti islamici?
L'Islam è un grande fenomeno spirituale, complesso, variegato e, come il cristianesimo, non privo di contraddizioni interne. Ci vuole uno sforzo di comprensione da parte dei non-musulmani per superare il cliché del "feroce saladino" e avvicinarsi a una comunità che comprende oltre un miliardo e duecentomila fedeli estendendosi dall'Atlantico al Pacifico (tra parentesi si noti che il più grande paese islamico non è arabo, ma asiatico: l'Indonesia con 172 milioni di abitanti), ha una storia travagliata e conflittuale e un presente d'emarginazione, in cui tendenze moderniste e tradizionaliste si combattono duramente (penso all'Iran o all'Algeria); governi laici (Egitto, Siria, Irak, Turchia) convivono con forme di stato tradizionaliste (Arabia Saudita, Emirati Arabi, Yemen), gli uni e le altre ospiti e vittime di una rete sempre più efficiente di fondamentalisti che hanno fatto del terrore l'arma della loro guerra santa.
Per cercare di capire le dinamiche interne al mondo islamico, che non è (né, date le dimensioni, potrebbe essere) un blocco monolitico come immagina parte dell'opinione pubblica occidentale, sono ricorsa a un autore siriano: Sadik J. Al-Azm, uno dei massimi esperti di storia politica araba e insieme anche profondo conoscitore del pensiero occidentale (insegna storia della filosofia europea moderna a Beirut, Damasco e Harward).
Al-Azm è l'autore, tra quelli letti recentemente (Bernard Lewis, Baget Bozzo, Yousset M. Choueiri) che più mi ha aperto gli occhi sul fervore innovativo di cui è permeata una parte del mondo islamico. Ce ne parla in L'illuminismo islamico. Il disagio della civiltà (Di Renzo Editore, Roma, 2001).
All'inizio del Novecento vi è un risveglio arabo, una sorta di modernismo musulmano che "concentra in sé una riforma teologico-giuridica, una rinascita letteraria e intellettuale, un certo illuminismo scientifico-razionale nonché un aggiornamento politico-ideologico". Questo movimento raggiunge l'apice nella rivoluzione egiziana del 1919 contro il regime coloniale britannico, ma meno di dieci anni dopo provoca una reazione di segno contrario, una sorta di controriforma, sfociata, sempre in Egitto, nella nascita della "Società dei fratelli musulmani": la madre di tutti i fondamentalismi che da allora accompagneranno come un'ombra i tentativi di innovazione.
Per Al-Azm il fondamentalismo islamico rappresenta un atteggiamento di reazione alla modernità come lo fu quello della Chiesa cattolica verso il modernismo sotto i papati di Pio IX, Leone XIII e Pio X che dalla metà dell'Ottocento sfociò nel "Sillabo degli errori moderni" (1864) e si trascinò nel XX secolo con l'arcivescovo Marcel Lefebvre profondamente ostile allo spirito innovatore del Concilio Vaticano II.
Ma dal fondamentalismo non si salva neppure il mondo protestante: "Come gli islamisti" - scrive Al-Azm - "tutti i fondamentalisti americani professano una stretta dottrina di infallibilità delle proprie scritture rivelate. I teologi dominionisti sono andati anche oltre e hanno sviluppato concezioni assolute da primato della sovranità di Dio e del governo della Sua Legge (teocrazia), in tutto identiche alla famosa dottrina islamista del kimhaiyyah (dominio) di Allah da un lato, e la necessità della regola letterale della sua Leggeh Shari'ah dall'altro".
Per Al-Azm, a un livello politico, la teologia dominionista ha fornito uno stimolo all'ala destra del partito repubblicano, alleanza che ha plasmato gli anni Ottanta sotto Reagan e Bush senior. Naturalmente anche in Israele il fondamentalismo ha un suo peso politico e si colloca a sostegno dei partiti ostili alla pace con i palestinesi.
Nel suo saggio Al-Azm si occupa a lungo del caso Rushdie, un musulmano che ha osato sottoporre ad una critica storica il Corano e che per questo è stato condannato a morte da Khomeini. In difesa dello scrittore cinquanta intellettuali dei paesi arabi avevano firmato a Damasco un appello sostenuto poi da molti altri, dispersi nella diaspora europea.
Al-Azm paragona questa condanna a morte a quelle minacciate o fatta eseguire dalla Chiesa cattolica nei confronti di Galileo Galilei e Giordano Bruno (condanne sulle quali il Vaticano ha per altro espresso il suo rammarico solo nel 1992 e, rispettivamente, nel 2000); alla sorte di Rushdie accosta anche la scomunica pronunciata dalla sinagoga di Amsterdam contro Baruch de Spinoza.
Quanto poi alla messa all'indice dei "Versetti satanici" di Rushdie, Al-Azm ricorda come non molti anni fa, negli USA e in Gran Bretagna, era proibito acquistare legalmente romanzi quali "L'amante di lady Chatterley" o "Tropico del cancro".
L'autore analizza poi i vari significati della parola "jihad" che sta riempiendo le pagine dei giornali occidentali: essa significa "sforzo" ed è seguito dall'espressione fi sabil Allah, "lungo il sentiero di Dio". C'è la "grande jihad", l'incoraggiamento al bene della comunità islamica, c'è "la jihad del cuore", la lotta contro le proprie inclinazioni peccaminose, "quella della mano", la prevenzione di atti abominevoli, "quella della lingua", il comandamento del bene e la proibizione del male, "quella della spada", la guerra contro gli infedeli, la "piccola jihad", guerra difensiva o offensiva.
Nel corso del secolo scorso questo termine è stato attribuito alle operazioni più diverse e di segno contrario: alla resistenza al colonialismo, alle guerre per l'indipendenza e la liberazione nazionale, tra cui la liberazione della Palestina, alla lotta per il modernismo, il progresso e il socialismo, all'appello fondamentalista per l'applicazione della legge musulmana, la Shari'a in vigore in alcuni paesi islamici, all'occupazione dell'Altare Sacro della Mecca, alla proclamazione della rivoluzione islamica in Iran, all'appello a favore del rovesciamento dello stato "ateo" in Egitto, Irak, Algeria, all'operazione Desert Storm degli USA contro l'Irak etc.
La Jihad proclamata in questi ultimi anni dai fondamentalisti e che si sta concretizzando in operazioni terroristiche di vasta portata ha lo scopo di impedire che le società islamiche moderne divengano laiche come quelle occidentali capitaliste, o come quelle comuniste orientali. L'attacco contro l'Occidente capitalista o all'Oriente comunista serve a destabilizzare il modello verso cui si volgono molti paesi islamici.
Qui si colloca la questione centrale della compatibilità non solo tra cultura islamica e cultura cristiana (eternamente in conflitto perché si pongono ambedue come religioni universali), ma tra islamismo e laicismo, democrazia, modernismo. Al-Azm offre una risposta da tre angolazioni: 1) l'Islam, in quanto ideale statico non è compatibile con niente, se non con se stesso; 2) l'Islam, in quanto fede vivente, dinamica, in evoluzione, reagisce ad ambienti diversi e a circostanze storiche in rapido cambiamento e si è dimostrato compatibile con diversi sistemi di governo e di organizzazione economica; 3) l'Islam, in quanto religione storica mondiale, è riuscito a radicarsi in una grande varietà di società, culture, forme di vita, da quella tribale e nomade, a quella burocratica centralizzata, a quella agraria e feudale, a quella finanziaria e mercantile, a quella capitalista e industriale.
Nell'epoca della globalizzazione, se essa si estenderà dal livello dei mercati a quello della produzione anche nei paesi islamici, ci sarà inevitabilmente un processo di secolarizzazione di queste società. Così almeno è avvenuto in Occidente. E la religione rischia di vedersi relegata all'ambito del "privato", cioè nella coscienza di ogni singolo, senz'essere più in grado di prevalere come norma oggettiva e regola di vita, quale è stata per lungo tempo. Di questo hanno paura i fondamentalisti.