Synthesis n°3, 1994

L’arte e il racconto della fine
da Hegel a Rank

Giorgio Antonelli


Il deserto è un degno originatore di racconti sull'Occidente. Se non possiamo sfuggire a Freud, come ha sostenuto il critico letterario Harold Bloom, ciò non avviene soltanto perché è a Freud che appartiene la mente mitopoietica della nostra epoca, ma soprattutto perché Freud ci introduce al deserto. Non si può sfuggire a Freud, insomma, perché non possiamo sfuggire al deserto. Dal canto suo il deserto, essendo un originatore di racconti, si lascia pensare variamente. Come destituzione dell'arte, ad esempio, come sua sparizione, e ciò in vista di un ancoraggio, assoluto quanto immaginario, alla certezza e alla verità o, anche, al pensiero e allo spirito. Non soltanto la filosofia, con Hegel, ma anche la psicologia, con Otto Rank, ha, pensato, profetizzato la fine dell'arte.
Che Hegel si sia spinto a tanto è risaputo. Benedetto Croce, nel 1933, dedicò un saggio illuminante a riguardo (1). Certo, né Hegel, né Croce avrebbero mai pensato che un giorno la filosofia sarebbe stata annoverata tra i generi letterari, che la stessa metafisica sarebbe stata un giorno definita un genere letterario, diverso ad esempio dal romanzo a misura della sua inveterata volontà di creare vocabolari unici e impositivi, che i filosofi avrebbero gareggiato con i romanzieri, o sarebbero stati definiti “collaboratori” dei poeti. Hegel non avrebbe degnato di molta attenzione il neopragmatista Rorty, il quale ha rilevato nel perseguimento del dettaglio, che secondo Freud costituisce il sale della psicoanalisi (e la fonte prima della sua inevitabile malvagità), un motivo di “superiorità” del romanziere sul filosofo. Né si sarebbe rallegrato nel veder definita la propria Fenomenologia un “romanzo”. Il culto della letteratura fa il paio col (e rimpiazza il) culto della scienza. Dal canto suo l'etica, cosa impensabile ai tempi di Hegel, viene anche ripensata in relazione al leggere, secondo la proposta di Hillis Miller, discepolo di Paul de Man.
La storia si ripete quando si passa dai quartieri filosofici a quelli psicologici. Così, se Rorty può affermare che Proust, con la sua Recherche, è riuscito dove Heidegger con il suo “Poema dell'Essere” ha fallito, con Bloom veniamo a sapere che Worsdworth era più avanti di Freud. Filosofia e psicologia vengono dopo, esplicitano quello che già si trova testimoniato nella letteratura. Certo, tutto ciò può forse indurci a pensare a una fine, ma non certo “alla” fine e non, comunque, alla fine dell'arte. Finisce forse, semplicemente, un modo di vedere distinti, separati, essenzialmente, i vocabolari impiegati dagli uomini e inizia o riinizia, è già iniziato (Mallarmé ne sapeva qualcosa) il tempo del testo letterario, l'eone della letteratura. E si tratta, per certi versi, d'un buon esempio di enantiodromia: filosofi e psicologi dichiarano la fine dell'arte mentre i cosiddetti “Yale Critics” (Paul de Man in testa), non contenti delle loro ritrattazioni, arrivano a sostenere la superiorità della letteratura sulla filosofia, oltre che sulla critica letteraria. Se Rorty può “postfilosofare” e consentirci un accesso nella “postfilosofia”, al racconto della filosofia dopo la filosofia (racconto al quale, tra gli altri, anche Freud avrebbe dato un contributo decisivo), non sarà forse perché viene dichiarata, ad esempio, la fine della filosofia, almeno così come l'Occidente ha mostrato d'intenderla?
Quando Hegel ha teorizzato la fine dell'arte (la stagione romantica ormai essendo prossima al suo approdo), ha parlato d'una dissoluzione dell'arte nella filosofia ma, come osserva Croce, avrebbe forse dovuto parlare di una filosofia come della vera arte dei tempi. È comunque nota la posizione di Hegel. Non altrettanto nota è la posizione di Rank, il quale ha pubblicato numerosi saggi di psicologia applicata all'arte, ma la cui “profezia” compare in un testo del 1932, non ancora tradotto in italiano e, anche in ragione di ciò, poco conosciuto (2). Del resto non è neanche del tutto casuale che qui a Hegel si accompagni Rank, non è casuale che a un “filosofo psicologo” (uno “psicologo mancato” secondo la definizione di Jung, il quale a sua volta si riteneva un filosofo mancato) si accompagni uno “psicologo filosofo”, autore d'un testo intitolato Verità e Realtà. Progetto di una filosofia dello psichico, e che ebbe l'ardire di regalare a Freud un'edizione delle opere di Nietzsche tanto per ricordargli le sue origini. Si potrebbe sperare forse che la letteratura consenta a quell'accompagnarsi di traslare a continuati passi di danza.
Ho detto che la verità dimora dalla parte del deserto. Ora, una delle motivazioni addotte da Hegel a corroborare il proprio assunto sta appunto nella nozione secondo cui l'arte, limitandosi il suo contenuto al materiale sensibile, sarebbe capace soltanto d'un determinato grado di verità, e ciò anche contro le concezioni intrattenute da Schelling e romantici, i quali ravvedevano nell'arte, come ricorda Croce, “la forma più alta di esposizione della verità”. Su posizioni opposte, o almeno apparentemente tali, si sarebbe collocato Wilde il quale scrisse un saggio nel quale lamentò la decadenza del mentire, decadenza che a lui sembrava lucidamente prefigurare il venir meno dell'arte. Cosa avrebbe pensato Wilde dell'ulteriore destituzione operata nei confronti dell'arte dallo psicoanalista Otto Rank?
È innegabile che nei confronti dell'arte la psicologia del profondo abbia operato in modo riduttivo e, dunque, almeno tendenzialmente destitutorio. Soprattutto nel ricondurla alla nevrosi, nel considerarla come reattiva e non come dotata di autonomia, nel ritenerla il prodotto della sublimazione o, come sostengono Melanie Klein e i kleiniani, della riparazione. Si prenda ad esempio l'interpretazione che Melanie Klein dà della Orestea di Eschilo. Mi sembra che sia in questo caso all'opera una tendenza costitutivamente riduttrice, di sostituzione di nomi con altri nomi (ad esempio di termini come “Apollo” con altri come “Super-io”) e di pervasivo assottigliamento del tessuto lessicale (dalle molte parole e dai molti mondi aperti da Eschilo alla fragile trama di riferimento presa in considerazione dalla Klein). Si tratta qui, a mio modo di vedere, di un'opera di avvicinamento al deserto. Se anche potessimo dimostrare (il che ritengo impossibile quanto “vero”) che è dalle parti del deserto che si dà discorso di verità, ciò sarebbe comunque poco edificante. Ritengo che sia stata una considerazione del genere a indurre Rank a proporre, come dirò più avanti, il suo discorso su verità e realtà. Discorso dietro al quale vanno intese, rispettivamente, la psicoanalisi di Freud e la psicologia o “postpsicologia” di Rank. Certo, Rank giunge a conclusioni diametralmente opposte a quelle psicoanalitiche, se per conclusioni psicoanalitiche dobbiamo intendere quelle fondate su una irriducibile pretesa di verità. È anche vero, comunque, che all'inizio della sua carriera di psicoanalista Rank si muoveva nel quadro di riferimento indicato da questa pretesa.
Ne Il tema dell'incesto. Fondamenti psicologici della creazione poetica, pubblicato nel 1912, Rank attribuisce la creatività artistica a un'insufficiente rimozione degli impulsi e affetti ruotanti intorno al complesso d'Edipo. Non è tanto l'incesto, spiega Rank, quanto l'intensità della rimozione e la conseguente lotta difensiva a “rendere possibile la proiezione liberatrice di questo conflitto dall'inconscio in una fantasia collettiva, in un mito, o in un'opera d'arte.” La conseguenza che ne trae Rank corrisponde a quello che io chiamo “il paradosso della coscienza” di Jung. La psicoanalisi, sostiene Rank, opera in modo tale da favorire una progressiva estensione della coscienza. Parallelo a questo movimento è quello del progressivo accrescimento della rimozione nella vita emozionale degli uomini. “Appare inevitabile” scrive Rank “come effetto del progressivo estendersi della coscienza, che l'artista, col crescere della rimozione, impari a dominare se stesso consapevolmente, in maniera cosciente; insegnerà così anche a noi come controllare i conflitti psichici” (3). La coscienza, insomma, si costituisce come inversamente proporzionale alla creatività artistica. Di conseguenza una progressiva estensione della coscienza implicherebbe un progressivo recedere dell'arte fino alla sparizione. Rank dunque profetizza, insieme all'annuncio di un nuovo tipo di umanità, la fine dell'arte e lo fa nel momento stesso di prendere congedo dalla psicoanalisi e, anzi, di dichiararne finita la stagione. Ora, una profezia del genere non concede il suo favore al deserto?
Nel suo ultimo scritto, uscito postumo nel 1941 e redatto direttamente in inglese, Al di là della psicologia (Beyond Psychology) Rank concepisce un discorso sulla fine della psicoanalisi. È interessante rilevare come il discorso della fine della psicoanalisi si leghi al discorso sulla fine dell'arte. Intanto, se in psicoanalisi, nel gergo della psicoanalisi, si parla di fasi o posizioni, siano esse orali, anali, falliche, paranoidi, depressive etc., o anche di oggetti transizionali, con Rank è la stessa psicoanalisi a essere trattata alla stregua di una fase transizionale. In essa si tratta per l'artista di conseguire nei confronti della produzione artistica un'atteggiamento di rinuncia. Tale rinuncia gioca in favore della formazione della personalità, al cui servizio viene a porsi l'impulso creativo. Per Rank l'arte suprema e l'esperienza suprema sono grandezze incommensurabili. In altri termini, non si dà creazione artistica che possa costituire un sostituto soddisfacente della vita reale. Il conflitto ingenerato da arte e vita deve trovare una risoluzione nella resa dell'una all'altra. A cedere dovrà secondo Rank essere l'arte. La quale ha progressivamente esaurito il suo compito storico a misura dello spostarsi progressivo della sua funzionalità dalla promozione della cultura della comunità alla costruzione della personalità.
Il problema dell'uomo del ventesimo secolo è divenuto allora quello di porre la propria forza creativa al servizio della promozione individuale, e ciò senza ricorrere all'arte. La psicoanalisi, dal canto suo, non può liberare l'uomo del ventesimo secolo dal dilemma arte/esperienza, perché tende a riportarlo al normale o a forzarlo a forme posticce d'elaborazione artistica. Ecco perché Rank può parlare di fine della psicoanalisi. Per lui, comunque, la fine della psicoanalisi, che coincide con la fine dell'arte, è il luogo dal quale si renderà possibile un “nuovo tipo di umanità”. Questi uomini nuovi sorgeranno appunto dalle ceneri degli artisti che hanno appreso l'atteggiamento di rinuncia nei confronti della produzione artistica. Il porre l'impulso creativo al servizio della personalità sancisce la fine della transizione psicoanalitica e delle mediazioni storiche dell'arte.
Cosa oppone Rank alla vocazione destitutoria della psicoanalisi? Rank tenta una risposta in un testo del 1929, il già citato Verità e Realtà. Progetto di una filosofia dello psichico. Nella prospettiva abbracciata dall'autore si dà ovviamente differenza tra verità e realtà. E cosa ne è, agli occhi di Rank e della differenza che essi hanno voluto vedere, della pretesa di verità avanzata dalla psicoanalisi? Nulla, il deserto appunto. Perché? Perché, sostiene Rank, con la verità non si può vivere. Nella misura in cui ci avviamo in direzione della verità, noi iniziamo a distruggere non soltanto la realtà, ma anche la nostra relazione con la realtà. È di questo che Rank parla nello scritto Terapia della volontà, in un capitolo dedicato al ruolo del terapeuta. In esso Rank dichiara non necessaria la ricerca della verità del passato o, anche, del presente, verità che egli definisce “storica”. Tale affermazione è legata comunque alla cifra terapeutica che la ricerca di “verità storica” dovrebbe assicurare. Ora, per Rank, è proprio dal punto di vista terapeutico che non è necessario cercare la verità. Rank parla quindi di “falsificazione della storia”, ovvero di “falsificazione del passato”. Da un punto di vista terapeutico, dal punto di vista, potremmo dire, della salvezza, tale falsificazione diventa necessaria (4). Essa è in realtà opera di autocreazione e con tale discorso Rank congeda ogni residuo essenzialismo dal proprio vocabolario e impone alla psicologia una diversa e più feconda prospettiva. Una prospettiva che lo vede alleato degli sviluppi successivi, e che non dovremmo pensare come appartenenti a qualche corrente particolare, variamente noti come “decostruzione”, “testualismo”, “postmoderno” e simili.
Alla dissoluzione dell'arte in psicologia è succeduta l'idea d'una fine dell'arte e d'una fine della stessa psicologia. Ci si potrebbe chiedere perché. Ci si potrebbe chiedere perché in terra tedesca il termine “al di là” costelli tanti amori. La terra tedesca, che per Jung (ma anche Lutero sarebbe stato d'accordo) è stata sempre terra di catastrofi psichiche, sembra sedotta dal pensiero della fine. Lo Spirito di Hegel è propriamente il deserto di cui parlo io. Dove tutto è intero il desiderio non entra ed è per questo che, come sa la lingua inglese, l'intero ha sempre un buco. Non si dà realtà senza caso o contingenza ed è qui che Hegel, Nietzsche e Heidegger vengono contestati da Rorty: le loro narrazioni non ammettono il caso, la contingenza. Il futuro ha comunque smentito Hegel e Rank, perché, semplicemente, l'arte è il futuro, la fine dell'arte essendo soltanto uno dei suoi possibili racconti.
S'è detto delle relazioni che intercorrono tra filosofia e letteratura. Simili osservazioni potrebbero essere fatte se ci si sposta, sempre tenendo l'occhio sulla letteratura, dalle parti della psicologia. E allora si può scoprire, ad esempio, con Harold Bloom, che Proust e Kafka hanno molto più a che vedere con Freud di Darwin o Einstein. Il che ci consente di lanciare uno sguardo diverso e complice al comune destino nelle trame del quale sembrano doversi abbracciare i vocabolari della filosofia e della psicologia. Perché, se è vero che Rank ha pensato la fine dell'arte quale corrispettivo della fine della psicologia, e se non è men vero che oggi noi siamo in una posizione migliore per giudicare erroneo (per quanto affascinante) un tale assunto, pure possiamo provvisoriamente e prospetticamente concludere che, certo, la letteratura, di tutti i vocabolari esistenti, appare quello più comprensivo e, dunque, in grado di operare quale mediatrice tra gli altri vocabolari. È insomma sul piano della letteratura che si giocano le relazioni e le distanze di filosofia e psicologia, al di là d'ogni miraggio di fine (perché soltanto racconto tra racconti) e d'ogni pretesa di superiorità.

NOTE
(1) B. CROCE, La “fine dell'arte” nel sistema hegeliano (1933), in Storia dell'estetica per saggi, Laterza, Bari, 1967 (1942).
(2) Nella traduzione inglese, che gode d'una prefazione di Anaïs Nin, il titolo suona Art and Artist. Creative Urge and Personality Development, Norton, New York & London, 1989 (1968).
(3) O. RANK, Il tema dell'incesto. Fondamenti psicologici della creazione poetica (1912), SugarCo, Milano, 1989, p. 222.
(4) O. RANK, Will Therapy (1929-1931), Norton, New York, 1978, p. 172.