Corriere della Sera, venerdì 30 aprile 2004, pag. 33

Morris, la scimmia è sempre più nuda

L’etologo inglese racconta la propria visione del mondo

Edoardo Boncinelli

«L’uomo è l’animale più presuntuoso del Creato»:
Negli Anni Sessanta fece un certo scalpore e riscosse un enorme successo La scimmia nuda di Desmond Morris, uno zoologo inglese votatosi alla divulgazione. Vi si analizzavano i comportamenti dell’animale uomo con gli occhi di uno scienziato che l’osserva come se si trattasse di una specie qualsiasi, sottolineandone i tic e le compulsioni dovuti ai condizionamenti biologici e culturali, ma anche l’unicità e la grande libertà di orizzonti, in un quadro di riferimento di tipo naturalistico. Desmond Morris, oggi settantaseienne, racconta la sua vita e la sua visione del mondo umano e animale in Linguaggio muto. L’uomo e gli altri animali, un piccolo, delizioso libretto della serie «Dialoghi» che l’Editore Di Renzo (pagine 96, 10) dedica da qualche anno a varie personalità di spicco, in campo scientifico e non. Morris vi delinea a grandi tratti la sua biografia e la sua carriera di etologo umano o, se si preferisce, di zoologo metropolitano, che partito dall’osservazione degli animali ha finito per fissare sempre più insistentemente la sua attenzione su quel particolarissimo animale che è l’uomo. In questo panorama non possono non risaltare gli elementi del confronto con le specie a noi più affini, le nostre cugine scimmie antropomorfe.
A nessuno piace l’idea di discendere dalle scimmie o, meglio, da un antenato che condividiamo con quelle. Che tutte le specie viventi derivino, per discendenza diretta, da un piccolo gruppo di organismi primordiali, viene oggi generalmente accettato. Ma conosco pochissimi italiani che abbiano una certa familiarità con i meccanismi evolutivi proposti dalla teoria attuale, il neodarwinismo, che li condividano e soprattutto che non invochino, come ha fatto del resto apertamente la Chiesa, l’esistenza di un «salto ontologico» fra l’uomo e i suoi antenati. Nell’opinione di queste persone, in sostanza, la teoria dell’evoluzione va bene per i tapiri, i pipistrelli e i formichieri, ma non per gli esseri umani, che preferiscono considerare come angeli decaduti piuttosto che come animali evoluti. Può essere che abbiano ragione loro; in fondo l’uomo è l’animale più presuntuoso del creato. Comunque siano andate le cose, mi pare estremamente utile e direi illuminante cercare di capire che cosa, effettivamente, ci separa dalle scimmie. La domanda è più che appropriata in questo periodo di grandi novità biologiche, prima fra tutte la decifrazione e la comparazione dei genomi delle varie specie. Certo non possiamo pensare che la differenza fra noi e gli scimpanzè si riduca all’attività di un singolo gene, che si tratti di un gene che ha a che fare con il linguaggio, come FoxP2 o di una proteina muscolare, una miosina, che, divenuta più tenace e robusta, avrebbe liberato l’uomo dalla necessità di possedere potentissimi muscoli masticatori, per lasciare lo spazio necessario per il possesso di un cervello molto più grande. Ci vuole ben altro. Ma che cosa esattamente? La biologia degli Anni Sessanta ci mostrò che moltissime proteine, presenti nel nostro corpo, sono straordinariamente simili a quelle delle scimmie antropomorfe. E' di quegli anni l’affermazione spesso ripetuta che uomo e scimpanzè si assomigliano biologicamente al 98% o più, anche se in realtà non è paragonando la struttura delle proteine che si può avere un’idea precisa della somiglianza e della differenza fra le specie. L’analisi dei geni corrispondenti ha confermato l’eccezionale grado di somiglianza biologica che ci lega ai grandi primati e l’imminente completamento del genoma dello scimpanzè non potrà che fornirci un’ulteriore conferma. E fornirci forse una nuova stima percentuale, per quello che può valere. Si pensi a tale proposito che la differenza di un solo nucleotide su tre miliardi, vale a dire uno scarto dello 0,00000003%, il minimo possibile, può separare un uomo vivo da un uomo morto. I genomi di tutte le specie contengono regioni strutturali e regioni regolatrici. Le regioni strutturali specificano la composizione delle diverse proteine, le molecole delle quali siamo fatti tutti. Le regioni regolatrici controllano invece il quando, il quanto e il dove della produzione delle stesse. Una differenza in una regione strutturale può alterare la natura di una proteina e anche condurre a morte l’organismo interessato, ma non ne cambierà significativamente la morfologia e la fisiologia. Una differenza in una regione regolatrice può invece trasformare radicalmente un organismo, cambiandone la forma del cranio, la struttura della laringe, lo spessore della corteccia cerebrale, la disposizione di alcune sue regioni anatomo-funzionali, la distribuzione della peluria sul corpo o della dentatura nella bocca e via discorrendo. Si può passare così con continuità e quasi insensibilmente da una bertuccia a una Berta o a un Alberto. Prepariamoci a gustarci grosse novità su questo piano.
Ma ritorniamo a Desmond Morris e al suo aureo libretto. Vi si può trovare un gran numero di osservazioni, su quello che ci accomuna agli scimpanzè e su quello che ci differenzia da questi, sul significato dei nostri gesti e del nostro modo di vestire, sul clima delle manifestazioni sportive e sulla superstizione, sulla conflittualità e sui contrasti tra generazioni, sulla differenza dei sessi e sul turismo culturale.
Parlando degli aspetti tribali delle opposte tifoserie del calcio ci fa vedere, a esempio, come «metaforicamente, ogni settimana, i tifosi uccidono una grande preda e il momento dell’uccisione è rappresentato dal goal. Quando la palla colpisce la rete, è come se la tribù avesse ucciso un temibile animale e tutti allora possono festeggiare l'avvenimento». E che dire dei contrasti fra generazioni? Morris osserva che di necessità «i giovani di oggi, vestiti in modo così trasgressivo, diventeranno inevitabilmente gli ottusi tradizionalisti di domani e, a loro volta, resteranno inorriditi dalla nuova ondata che li seguirà».
Il bello è poi che si finisce sempre per affermare «che le abitudini delle nuove generazioni sono, in qualche misura, un decadente declino dei valori più nobili della generazione precedente». Sono almeno cinquemila anni che assistiamo impotenti alle stesse scene e dobbiamo ascoltare le stesse recriminazioni. Per deliziarci delle quali alcuni si fanno anche pagare. Occorrerebbe ogni tanto pensare a queste cose. O forse occorrerebbe solo pensare.