Alias n. 29, sabato 22 luglio 2000, pag. 21

Richard Brilliant, le mie vacanze romane

Roberto Andreotti

[…] Ha fatto a meno di Commodo lo spot sulla Villa dei Quintili, ma non ha certo rinunciato a resuscitare per il Grand Tour Duemila – più traslucida e crepuscolare, però – un po’ dell’aura della campagna romana alla Goethe di Tischbein. Ma come si deve parlare «a tutti» dell’antico?

Secondo uno studioso americano che in fondo non ha tradito le promesse del suo cognome, Richard Brilliant, «uno dei problemi da affrontare è rappresentato dal fatto che per molti andare a Disney World vale più che andare a vedere i monumenti antichi» (Lo credono anche molti romani non «Romanisti»). Non sono in tanti coloro che voltandosi indietro potranno dire: «Da bambino la mia salute è stata sempre cagionevole…Così, per fuggire dai confini del mio letto, imparai presto a leggere, a leggere avidamente, come un aspirapolvere…Non sono sicuro di come cominciai a interessarmi alla storia antica e all’archeologia, ma già in giovane età ero assorbito dal mondo dell’Antichità Classica».
È questo l’incipit di un agile pamphlet cinematograficamente intitolato – Un americano a Roma - appena uscito da Di Renzo Editore (pp.75, euro 8,26): Brilliant, autore di importanti studi sulla narrazione nell’arte antica e ora docente alla Columbia University, vi ha raccolto una serie di «Riflessioni sull’arte romana» che abbozzano una mini-autobiografia intellettuale, a un certo punto folgorata dall’iconologia (che egli ha sempre applicato ai suoi lavori, invero con esponenziale persuasione) e da Roma. Vi arrivò per la prima volta qualche anno dopo Audrey Hepburn, con un assegno biennale del Fullbright Grant per studiare l’impaginazione figurativa dei bassorilievi antichi dal punto di vista del gesto e del rango: i gradi del potere e del suo esercizio implicati nella rappresentazione. Nei primi anni sessanta studiò l’arco di Settimino Severo («il mio arco»), a cui dedicò una monografia e che ora rimpiange, sempre più sfarinato. A fine testo, dopo il grido di dolore sulla distruzione a opera del traffico, arriva un fervorino sull’esportazione di opere d’arte, che suona «italiani non potrete proteggere tutto, la globalizzazione vi incalza». Da rispedire al mittente.