Etimos, n. 1, gennaio 2005

Richard Brilliant, l’importanza del gesto

Maria Pia Felici

A dispetto del titolo, che fa pensare a ben altri ambiti, Un americano a Roma (Di Renzo Editore) di Richard Brilliant è un testo interessante e ricco di spunti per ripensare l’arte romana e la rappresentazione artistica in generale (e il sottotitolo recita appunto Riflessioni sull’arte romana).
Brilliant, professore di archeologia alla Columbia University, non è molto noto in Italia e qualcuno potrebbe pensare che un paese con una tradizione artistica e archeologica come la nostra poco ha da imparare da un americano. Nulla di più sbagliato.
Il testo di Brilliant è denso di intuizioni “brillanti” – scusate il gioco di parole – a partire dall’analisi del gesto nell’arte romana e alla sua importanza nella narrazione. Partendo dallo studio di monumenti e oggetti celebrativi – l’arco di Settimio Severo, la colonna traiana, ma anche le monete con le effigi degli imperatori – Brilliant individua nel gesto simbolico lo strumento che identifica lo status in un mondo in cui esso è un atto sociale da tutti conosciuto e dal significato facilmente accessibile. Accompagnamento naturale del pensiero e delle emozioni, il gesto viene utilizzato dagli artisti romani in relazione a due tradizioni ben precise: quella della formazione retorica, base dell’educazione dell’uomo di stato ma anche degli uomini d’affari, e la grande tradizione teatrale, che permetteva ai romani di apprezzarne la forza espressiva.
L’analisi del gesto si collega direttamente al ruolo e all’importanza della narrazione. La scelta e l’utilizzo delle immagini per influenzare il pubblico, senza ricorrere alla parola, è fondamentale nell’arte romana e Brilliant sembra particolarmente interessato al modo in cui le opere d’arte vengono recepite dal pubblico nel contesto della loro immediatezza e accessibilità. I dettagli descrittivi e le composizioni prendono il posto degli elementi del discorso che nella narrazione orale servono al racconto. Identificano i personaggi, li collocano in una dimensione spazio-temporale ben definita e per questo devono essere da tutti facilmente comprensibili. È dunque la sottile differenza tra descrizione e narrazione che sta alla base dell’analisi dell’archeologo americano.
Il libro si conclude con appello alla conservazione e al restauro di monumenti che, ci dice l’archeologo americano, sono la testimonianza tangibile delle capacità esclusive di alcuni popoli e della loro peculiare visione del mondo.