LiberEtà, Novembre 2001, pag. 38

Globalizzare i frutti della scienza

Eugenio Manca

«Fuga di cervelli dal terzo mondo. Sa che cosa vuol dire? Vuol dire che uno studioso, uno scienziato, un ricercatore, abbandona il suo paese e se ne va altrove, in un altro continente, un altro emisfero, dove può lavorare disponendo di tecnologie, laboratori, sedi scientifiche, biblioteche, atenei. Mette la sua intelligenza, le sue capacità, i suoi talenti non al servizio della patria, che conta su di lui e su di lui ha investito risorse, ma al servizio di altri paesi, di altre economie. E questa che cos’è se non spoliazione del terzo mondo, impoverimento, in altre parole ingiustizia?»
Se c’è un uomo in Italia che conosca a fondo il significato della parola cooperazione, quello è Paolo Budinich. Il professor Budinich, il fisico Budinich, lo scienziato che ha tessuto la tela della creazione del sistema scientifico di Trieste, e che per anni, instancabilmente, ha diretto il Centro internazionale di fisica teorica di Miramare, accanto al pachistano Abdus Salam, lo “scienziato di Allah” al quale nel 1979 fu assegnato il Nobel.
Ogni anno – spiega Budinich – tre o quattromila scienziati provenienti da oltre cento paesi d’Africa, d’Asia, d’Europa, studiano e lavorano insieme a Trieste: al centro di fisica, al centro d’ingegneria genetica, al sincrotrone, all’Accademia scientifica del terzo mondo, alla Scuola internazionale superiore di studi avanzati, nell’osservatorio geofisico. Sedi prestigiose, conosciute in tutto il mondo, sostenute dall’Onu e dal governo italiano. Un incontro formidabile di intelligenze, di culture, di esperienze. E una sola è la raccomandazione che noi facciamo loro: studiate qui, addestratevi, cooperate, ma non stancatevi di lavorare nei vostri paesi, di tener vive le vostre comunità scientifiche, perché è là anzitutto che c’è bisogno di voi.
Borse di studio, corsi di specializzazione, permanenze nei centri di ricerca, stages: dunque la scienza come terreno di cooperazione, strumento di comprensione fra gli Stati e fra i popoli? Budinich conferma: quella di Trieste è un esperienza formidabile, ovunque raccogliamo testimonianze di riconoscenza e d’affetto, ma dobbiamo renderci conto che è solo una goccia nel mare delle necessità. Sono ancora troppi i paesi nei quali i giovani trovano sbarrati gli accessi alla scienza, alla cultura, alla ricerca. E oggi che cosa può fare un paese senza un’università decente; o se c’è, sistematicamente spogliata dei migliori docenti, senza tecnologie, senza computer, senza reti informatiche, senza sistemi di comunicazione veloce? Come può progredire, e tentare di superare il gap che lo separa dagli altri paesi sviluppati?»
Paolo Budinich – un signore distinto, brevilineo, dagli occhi penetranti e la barbetta bianca – ha ottantacinque anni suonati, ma il suo spirito è quello di un ragazzo. Chi lo conosce è pronto a testimoniare che oggi lavora più di ieri («faccio adesso le migliori cose della mia vita. Non ho tempo di diventar vecchio!» ha detto lui stesso alla festa per i cinquant’anni di LiberEtà svoltasi a Ferrara): È stato sempre un uomo di frontiera: forse perché nato in un’isola – Lussino, a sud di Pola – che in un secolo ha dovuto cambiare quattro volte bandiera (austriaca, italiana, iugoslava, infine croata)? Forse per lo spirito d’avventura di cui è impastata la sua famiglia e dei suoi avi naviganti? Forse per la passione delle traversate a vela, cui si è dedicato fino a tempi non lontani? Fatto è che della frontiera, o meglio del superamento delle frontiere, il professor Budinich ha fatto la cifra della sua vita di studioso, di organizzatore culturale, di maestro.
In un suo affascinante Librino autobiografico (L’arcipelago delle meraviglie, avventure di mare e di scienza) pubblicato l’anno scorso da Di Renzo Editore, Budinich nota come la vera fonte di ricchezza delle nazioni, oggi, più che le materie prime siano i cervelli. E aggiunge: «La fuga dei cervelli non è altro che un ulteriore contributo dei paesi poveri ai paesi ricchi. Per dare un solo esempio, anni fa il reddito annuo pro-capite del Pakistan era di circa duecentomila lire, mentre il costo dell’educazione di Salam per quel paese si può stimare in non meno di cento milioni, tutti più o meno a beneficio dell’Inghilterra, e, dal 1960, anche dell’Italia, paesi che si sono gloriati e hanno beneficiato del suo premio Nobel. E questo di Salam è ancora uno dei casi rari anomali, in quanto una buona parte di quel beneficio è poi tornata, attraverso il centro che Salam dirigeva, ai paesi del terzo mondo».
Ingiustizie sociali e sviluppo ineguale
Dunque un dramma del tempo nostro, riprova dei squilibri non più tollerabili: la fuga dei cervelli, l’emarginazione di paesi che sono serbatoi di intelligenze, l’ingiustizia che vede i ricchi farsi ancor più ricchi a spese dei poveri. Dice ancora:«Da un paese arretrato e povero non puoi far altro che scappare: niente scienza, niente tecnologia, niente medicine, niente crescita economica e sociale. Lo sappiamo tutti che l’Africa non può comprare le medicine per combattere il flagello dell’Aids; o che molte malattie tropicali non vengono neppure studiate dall’Occidente, perché i farmaci per combatterle non avrebbero mercato in quelle plaghe di miseria e di fame; o che i bambini del terzo mondo vengono talvolta utilizzati per atroci commerci, di organi o di sesso. Se c’è un’operazione che viene battezzata come “Giustizia infinita”, ebbene in essa bisognerebbe comprendere anche il superamento di ingiustizie come queste. Le strategie di sviluppo talvolta sfuggono agli stessi governi nazionali, sono ormai in altre mani, quelle della grande finanza multinazionale. E diciamolo pure: la miseria, la fame, l’ignoranza, l’ingiustizia, sono il terreno di coltura del peggior fanatismo e dei gesti peggiori, come l’assalto terroristico a New York». Vuol dire professore che il terrorismo può beneficiare di una qualche giustificazione? La risposta di Budinich è netta: «No, nessuna giustificazione. Il terrorismo non ha giustificazioni e va combattuto senza quartiere. Dico però che il terrorismo lo si può sconfiggere definitivamente estirpandone le radici, andando alle cause che lo producono e alimentano. Se un ragazzo si precipita con un’autobomba contro una caserma, o con un aereo si lancia contro il Pentagono, sapendo di provocare un disastro e in esso cercando anche la propria morte, questo mi fa pensare a quale grado di ostilità e di furore ci sia nella testa. L’Islam non c’entra. Abdus Salam era un musulmano praticante, ma nessuna ombra di oltranzismo c’era nella sua mente. Non la religione ma piuttosto il fanatismo religioso, il fondamentalismo cieco, mischiati con il senso di impotenza, disperazione e furore per la spoliazione sistematica, tutto questo genera il clima entro cui il terrorismo alligna. Insomma il terrorismo è il sintomo del male che dobbiamo saper eliminare. Saremo noi, noi occidentali, abbastanza avveduti per comprenderlo?».