Corriere della Sera, sabato 3 febbraio 2001, Elzeviro Tra scienza e romanzo

Il fisico si muove con coraggio corsaro

Giulio Giorello

“Nella luna c’è una certa isola presso un grande continente, …sembra avere qualche affinità con l’Inghilterra…In quest’isola dimorano tre Filosofi –Suzione L’Epicureo, Quid il Cinico e Succiabricciole il Pitagorico”. Così William Blake nel lontano 1785 descriveva la sua immaginaria (ma non troppo) “Isola nella Luna”, burlandosi dei filosofi che passano il loro tempo a “pensare al nulla”- finché un giorno nell’isola irrompe “Trovavento” e questo straordinario pensatore cambia la loro visione del mondo, rivelando che le cose non sono così semplici e che ogni infima particella di materia ha il suo doppio. In una storia poeticamente ricostruita della fisica del Novecento “Trovavento” potrebbe essere Paul Adrien Maurice Dirac (1902-1984), il grandissimo fisico britannico che ha formulato rigorosamente i principi della meccanica quantistica e che è passato alla storia come lo scopritore (o inventore) dell’antimateria. E Dirac è anche l’eroe per eccellenza del fisico Paolo Budinich nel suo L’arcipelago delle meraviglie. Avventure di mare e di scienza (Di Renzo Editore, Roma 2000) Il “pitagorico” Galileo, una sorta di Succiabricciole della nascente scienza moderna, aveva dichiarato che il Libro del Mondo era scritto in caratteri matematici e, rompendo con la secolare tradizione aristotelica, aveva invitato a cercare le “ragioni geometriche” dei fenomeni osservati. Nel secolo che appena si è chiuso Dirac ha compiuto un passo ulteriore: la matematica anticipa le strutture del reale che il fisico con paziente lavoro di riscontro andrà a ritrovare ed esplorare. Cosa avrebbe mai scoperto Colombo senza le mappe di Toscanelli? Anche quando si imbatte in un ostacolo imprevisto, lo scienziato postgalileiano viaggia armato di una “mappa” matematica. Questo “Ulisse della conoscenza” rivela mondi nuovi, staccandosi dalla costa, battendo rotte audaci, accettando le sfide dell’oceano. Come Bertolt Brecht diceva di Galileo, parafrasando forse inconsapevolmente l’elogio che del “matematico fiorentino avevano tracciato gli accademici Lincei (1623) come di colui che era stato scopritore non di un latro continente bensì di “non vedute parti del cielo”. Parola di Budinich – che è non solo un prestigioso fisico (le sue ricerche spaziano dallo studio dei raggi cosmici all’elettrodinamica quantistica, dai fondamenti della relatività all’impiego della simmetria nell’unificazione delle forze fondamentali; oggi è professore emerito di quella Scuola internazionale superiore di studi avanzati, o Sissa, di Trieste, di cui è stato fondatore), ma anche provetto navigatore in quell’arcipelago delle meraviglie che è il mare del Quarnero, sorta di “mitico oceano casalingo”. Paolo – ci racconta - è nato su un isola, Lussino, “tra quelle che i Greci chiamavano le Assirtidi e che D’Annunzio cantò come le isole di sasso che gli ulivi fan d’argento. Ai nativi la storia travagliata di quelle pietre apparve sempre insensata. Quando io vi nacqui, nel 1916, era austriaca; nel 1918, quando venni portato a Trieste, era italiana; poi quando vi ritornai alla fine della guerra, nel 1946, era jugoslava e, oggi, infine è croata”. Così operano le vicissitudini della storia. Forse contro tale “insensatezza” un buon rimedio è la ricerca di leggi invarianti tipica della scienza. E qui torna opportuna la lezione di Dirac: lo strumento matematico, scrive Budinich, funziona da “telescopio mentale”. Permette di ritrovare quel senso che una miriade di fenomeni apparentemente contradditori sembra mettere in discussione. Quando Dirac si trovò a conciliare le due grandi rivoluzioni fisiche del Novecento, la relatività di Einstein e la meccanica quantistica, guidato solo dal gusto per l’eleganza matematica, ideò per il moto dell’elettrone un’equazione che prevedeva anche “soluzioni per valori negativi dell’energia” –il che allora sembrava solo un paradosso. Sfidando la comunità dei colleghi, Dirac escogitò un’immaginifica “teoria dei buchi”, in base alla quale lo spazio vuoto veniva concepito come “un mare di elettroni in stati di energia negativa”- l’assenza, di uno di questi elettroni, pensata come un “buco” in quel “mare”, poteva allora intendersi come “un elettrone di energia positiva” o, come poi venne battezzato, un “positrone”. E’ un esempio affascinante di come la matematica orienti la lettura delle pagine del galileiano Libro del Mondo; anche se la “teoria dei buchi” venne in seguito relegata tra le immagini che hanno svolto una pura funzione euristica nella determinazione delle leggi fisiche, l’esistenza del positrone fu sperimentalmente accertata –e oggi non c’è fisico che non ammetta l’antimateria come quella fondamentale porzione della realtà che ha la proprietà di “annichilire la materia ordinaria”. Anche il fisico cerca la rotta come un navigatore che “viaggia in un paese sconosciuto” e la sua imbarcazione è guidata dall’intuizione matematica. Questo ci porta ad interrogarci sulla natura del timoniere: che sono mai la nostra mente, la nostra coscienza, quella cosa impalpabile ed elusiva che chiamiamo “io”, capaci di sollevare tante domande e di trovare qualche buona risposta ai misteri dell’universo? Forse niente di più dell’abilità di un navigatore, della destrezza di un corsaro, in grado di correre l’avventura del sapere con lo stesso coraggio e la stessa modestia di qualunque “barcaiolo” del Quarnero.