Corriere della Sera, mercoledì 26 luglio 2000, pag. 29, Il libro del giorno

Nolte, le confessioni di un «revisionista»

Vittorio Strada

«Revisionismo» è l’etichetta «politicamente corretta» applicata a chi non accetta la versione che l’ideologia antifascista di sinistra ha dato della storia del nostro secolo e, ritenendola tendenziosa e falsa, la sottopone a «revisione», proponendo analisi storiche nuove, le quali, naturalmente, a loro volta non si sottraggono a quel processo di libera critica che dovrebbe costituire la norma di ogni ricerca, senza limitazioni e, tanto meno, incriminazioni. Se questo è il famigerato «revisionismo», il suo rappresentante forse più bersagliato è Ernst Nolte, le cui interpretazioni della storia del Novecento, centrate su due eventi capitali come il comunismo e il fascismo, sono ben note al lettore italiano. Nel nostro Paese, infatti, Nolte, boicottato in Germania, dove vive e lavora, ha trovato una sorta di seconda patria. È lui stesso a riconoscerlo nel «dialogo» intitolato L’eredità del Nazionalsocialismo. È lecito un paragone fra Milosevic e Hitler? (Di Renzo Editore) che, in realtà è una confessione autobiografica, nella quale si inseriscono anche riflessioni sui problemi cruciali del presente, come l’intervento della Nato in Serbia, nonché su questioni di più ampio respiro come la globalizzazione. Scherzando, Nolte dice di considerarsi «un emigrato in Italia» perché qui ha trovato un’udienza che altrove gli è stata negata e ha avuto scambi di idee con Leo Valiani, Augusto Del Noce e Renzo De Felice. Fuori d’Italia è con François Furet che Nolte ha intrattenuto in un dialogo epistolare di grande interesse (edito in Italia da Liberal), esempio di un rapporto costruttivo tra storici diversi, le cui divergenze non hanno impedito di collaborare, andando al di là della sterile polemica «antirevisionista». In questo libretto Nolte ricorda il suo scambio di lettere con Furet, chiarendo un equivoco sorto intorno alla sua affermazione secondo cui il nazionalsocialismo avrebbe un «nucleo razionale». Il che non significa, precisa, che nell’antisemitismo hitleriano ci sia qualcosa di «ragionevole», ma che si può e si deve cercare di «comprendere in maniera razionale» anche fenomeni storici mostruosi che, come il nazionalsocialismo, sembrano l’incarnazione di un «male» assoluto.