Corriere della Sera, 8 marzo 2000

Grmek, il medico che ha scelto di morire

Viviana Domenici

"Ormai passava gran parte delle giornate attaccato a una macchina che lo aiutava a respirare e per questo ha deciso di andarsene. L'ha fatto come poteva farlo solo un uomo come lui: ha stabilito la data, ha telefonato agli amici più cari per salutarli, ha messo in ordine la casa, ha pulito tutto. Poi se n'è andato". Danielle Gourevitch, collega e stretta collaboratrice di Mirko D.
Grmek da trent'anni, racconta come il grande storico della medicina di origine croata abbia scelto di morire domenica notte nella sua casa parigina di Rue de Savoie, ma il dolore le soffoca le parole in gola e chiede di essere richiamata. "Non mi è facile in questi momenti parlare dei suoi ultimi giorni. Aveva 76 anni, dal 1998 sapeva quello che aveva e lo scorso anno aveva perduto il suo unico figlio. Una ventina di giorni fa decise la data della sua fine e poiché io dovevo venire a Roma per una conferenza, temevo che mettesse in atto il suo progetto durante la mia assenza. Per questo non volevo partire, ma lui mi spinse a farlo: "Vai tranquilla - mi ha detto -. Aspetterò che tu torni, poi me ne andrò io". Così sono partita per Roma e sono rientrata a Parigi giovedì. Gli ho telefonato subito e abbiamo deciso di vederci il giorno dopo, venerdì. Sono andata da lui nel pomeriggio, per dirci addio. Non poteva più respirare e i medici gli avevano proposto una tracheotomia per prolungargli ancora un poco la vita, ma lui l'aveva rifiutata. Ormai aveva deciso di morire". Sebbene fossero sempre più rari i momenti in cui poteva respirare senza l'ausilio della macchina, Grmek non esitava a sfruttare quelle brevi pause se qualcosa lo coinvolgeva davvero. Non sapendo delle sue reali condizioni fisiche, l'avevamo chiamato dal "Corriere" una decina di giorni fa per chiedergli un parere su un antico modellino di fegato di cui gli avevamo inviato un disegno e lui - con la passione di sempre, con la sua cortesia innata -, s'era staccato dalla macchina per telefonare: "Nel disegno c'è qualcosa che non capisco bene; comunque lo pubblichi, è un oggetto interessante". E quando assicurammo che gli avremmo subito spedito le foto per avere un parere più preciso, ci aveva interrotto: "Non so se avrò tempo". Solo ora è diventato chiaro il senso di quel "non aver tempo". Così come assumono un nuovo drammatico significato alcuni brani che Grmek scrisse due anni fa ne "La vita, le malattie e la storia", pubblicato in Italia da Di Renzo Editore: "Sono contrario all'accanimento terapeutico, perché è mia convinzione che in questa pratica si nasconda spesso un mero desiderio di sperimentare. Tuttavia, se sono contrario all'accanimento terapeutico, lo sono pure nei confronti dell'eutanasia. Penso ovviamente all'eutanasia nel senso forte della parola, e non alla cosiddetta "eutanasia passiva", che non si dovrebbe neppure definire tale e che nella maggioranza dei casi rientra nella categoria dell'assistenza medica al morente".
Spiega Danielle Gourevitch: "Quando scrisse quelle righe sapeva già che cosa lo aspettava e affidò le sue riflessioni a quel piccolo libro stampato in Italia, un Paese che amava davvero. Ora che se n'è andato penso che passerà a trovare gli italiani prima di tornare da noi a Parigi".