Corriere della Sera, 9 marzo 2000

Perché io mi dichiaro contrario all'accanimento terapeutico

Mirko Drazen Grmek

Pubblichiamo un brano dal libro di Mirko Grmek, "La vita, le malattie, la storia" (Di Renzo Editore, pagine 63)

I medici, nei riguardi dei malati che considerano condannati, sono vittime di due tentazioni che vanno parimenti proscritte: l'eutanasia e l'accanimento terapeutico. Sono contrario all'accanimento terapeutico, perché è mia convinzione che in questa pratica si nasconda spesso un mero desiderio di sperimentare. Il chirurgo che ha trapiantato, in un paziente affetto da tumore in fase avanzata, fegato, pancreas, intestino tenue e duodeno, ha fatto solo uno "scoop" personale. Se, infatti, la sperimentazione richiede il consenso informato del paziente, non così è per l'accanimento terapeutico, che lascia una porta troppo aperta alla discrezionalità del medico. Tuttavia se sono contrario all'accanimento terapeutico, lo sono pure nei confronti dell'eutanasia.
Penso ovviamente all'eutanasia nel senso forte della parola e non alla cosiddetta "eutanasia passiva", che non si dovrebbe neppure definire tale e che nella maggioranza dei casi rientra nella categoria dell'assistenza medica al morente. L'esperienza insegna che la stragrande maggioranza dei malati colpiti da affezioni dolorose e in situazioni disperate non desidera mettere fine ai propri giorni, bensì avere sollievo dalle sofferenze, anche a costo di una vita abbreviata, ma non il suicidio immediato, con tanto di assistenza medica. D'altro canto, le moderne tecniche di rianimazione permettono di mantenere in vita malati che, abbandonati al decorso spontaneo dei processi patologici, piomberebbero rapidamente nella morte. Il ricorso a tecniche come la respirazione artificiale continua deve essere considerato abusivo se la personalità del malato è molto compromessa e se il suo stato è senza speranza di miglioramento. Spesso un tale accanimento è praticato a scopo sperimentale, cioè nell'interesse del medico o, a rigore, della medicina, ma non del malato. Dato che non è facile navigare tra queste due tentazioni, Scilla e Cariddi della medicina tanatologica, i medici e il personale ospedaliero devono dar prova di coraggio, di discernimento e di compassione, lasciandosi guidare da una massima il cui enunciato è tanto semplice quanto la sua applicazione è ardua: "Bisogna assicurare più la qualità della vita che la sua durata".