La Stampa, mercoledì 3 ottobre 2001, tuttoScienzetecnologia, pag. 4

Perché la psicoanalisi non sarà mai scienza

Aldo Carotenuto

Lo storico caso del «triangolo» tra Freud, Jung e Sabina Spielrein: conta il risultato terapeutico, non le chiacchiere sul «love affair».

Potrebbe sembrare un’eresia, detta da uno psicoanalista, ma non c’è argomentazione di Grünbaum su cui io non possa serenamente dirmi d’accordo. Condivido tutti gli spunti critici da lui proposti sul ruolo della suggestione in analisi, sulla confusione dei termini, sui molti falsi storici di Freud e delle scuole analitiche e sulla necessità della psicoanalisi di tenersi al passo con le nuove scoperte delle neuroscienze (Adolf Grünbaum, «La mia odissea dalla filosofia alla psicoanalisi», Di Renzo Editore, 96 pagine). D’altronde era opinione e premonizione dello stesso Freud che un giorno molte delle sue teorie avrebbero potuto trovare conferma o disconferma nelle evoluzioni della chimica e della biologia.
Da almeno un ventennio la psicoanalisi non ha più prodotto alcunché di ambizioso o di innovativo. Ci si è limitati a una sterile rincorsa sulla scia delle conquiste della psicologia sperimentale, che ha messo a dura prova l’orgoglio degli psicoanalisti. Ma dalla psicologia sperimentale, purtroppo, la psicoanalisi non ha tratto alcun insegnamento. Al contrario, ci si è barricati dietro l’assurda pretesa di validare scientificamente le teorie, senza tuttavia manifestare alcuno sforzo di competenza metodologica. E non c’è nulla di peggio di chi si improvvisa scienziato senza averne i mezzi e le conoscenze.
Perché la psicoanalisi non ha i mezzi per farsi scienza? Perché – come sottolinea Grünbaum – in essa gioca un ruolo troppo forte la suggestione, o empatia che dir si voglia, che lega l’analista al proprio paziente. La psicoanalisi è fatta di chiacchiere, direbbe uno scienziato, forse a ragione. Ma sarebbe il caso di esaminare più in profondità il ruolo e il valore di queste chiacchiere. Se avere qualcuno disposto ad ascoltare i miei problemi è la mia esigenza primaria come paziente, ascoltare è il mio dovere come analista. Non fingiamo che ci sia qualcosa di più! La psicoanalisi, ai giorni nostri, non è nulla di più che un palliativo contro la solitudine e le difficoltà relazionali. Se poi da questo incontro, tra colui che narra e colui che ascolta, può nascere la suggestione di stare meglio e il coraggio di determinate scelte che la solitudine ci negava, ben venga! Ci vuole una teoria per tutto questo? C’è bisogno di scrivere un trattato per spiegare che il male comune di questo millennio è una “sindrome” di incomunicabilità pirandelliana? Non credo. Ma sicuramente ci vuole molta onestà. L’onestà di non montarsi la testa, sostituendo all’ascolto il consiglio – quanto è difficile per un bravo analista non cedere alle lusinghe dell’onnipotenza! – oppure facendosi carico dell’assurda pretesa dogmatica e ideologica che è la nostra personale bravura a curare l’altro. Tutt’altro. Il risultato di un’analisi si costruisce sempre in due: paziente e analista.
provocatoriamente si potrebbe dire che il modo in cui un analista e un paziente si salutano la prima volta deciderà della riuscita o meno dell’analisi. Se uno dice “buongiorno” e l’altro risponde “buonasera” è chiaro che non si viaggerà mai sulla stessa lunghezza d’onda. Ovviamente questa è solo un’estremizzazione, perché anche il cosiddetto “transfert negativo” ha il suo valore nel creare un rapporto tra due persone, ma l’esempio rende bene l’idea di come alla base del mio rapporto con l’altro non c’è alcun complesso edipico, nessuna castrazione o rimozione. C’è solo una reciprocità di bisogni che ben si incontrano: il mio di ascoltare e quello dell’altro di raccontare.
Con questo non voglio dire che gli sforzi di Freud per dare una veste scientifica alla psicoanalisi fossero solo tempo perso. Al contrario, erano necessari, ma la psicoanalisi di Freud non ha più nulla a vedere con quello che ai nostri giorni accade in un setting analitico.
Freud curava l’isteria. Oggi dell’isteria non c’è più traccia, salvo quei rari casi di possessione demoniaca. D’altronde, mi si permetta la battuta, essere isterici dopo che è stato scoperto l’inconscio è anacronistico! Freud era un medico. Oggi invece la maggior parte degli analisti hanno una formazione umanistica, per lo più filosofica. Freud stava gettando le basi per qualcosa di veramente nuovo, che esigeva chiarezza e scientificità per farsi accettare. Gli analisti attuali non hanno niente di nuovo da dire e si limitano a difendere strenuamente l’eredità di cui vivono. Freud stesso non ha mai risolto veramente il conflitto tra la psicoanalisi come scienza e la psicoanalisi come arte. Cercava prove scientifiche del suo lavoro, ma scriveva come un romanziere – il premio Goethe sembrerebbe proprio una sconfitta più che un successo. Parlava in termini tecnici, ma non mancava di ricordare il suo debito verso gli scrittori – come Shakespeare, Goethe o Schnitzler – che prima di lui e meglio di lui avevano intuito i segreti dell’inconscio.
Come si fa a dimenticare che l’intuizione artistica arriva sempre prima della sua prova scientifica? Quale sarà, allora, la mia posizione riguardo alla validità o meno della psicoanalisi? Risponderò con un episodio storico legato ai rapporti tra Freud e Jung. Quando presentai a New York il mio libro «Diario di una segreta simmetria» (trad. ingl. «A Secret Symmetry», in cui portavo alla luce per la prima volta i documenti relativi al rapporto – analitico e non – tra Jung e Sabina Spielrein, successivamente, tra questa e Freud, ci fu un gran dibattere animato da una sola domanda ricorrente: c’è stato tra Jung e Sabina un “love affair”?
La riuscita o meno del caso clinico sembrava improvvisamente irrilevante, mentre la “metodologia” seguita da Jung era diventata il pomo della discordia. Persino fra me e Bruno Bettelheim ci fu un animato scambio di pareri sulla rivista «Spring», ma la conclusione su cui ci trovammo in perfetto accordo era che, nell’incapacità di dare una risposta certa alla domanda, era comunque evidente che quella modalità di rapporto che si era instaurata tra Jung e la sua paziente, risultò di fatto terapeutica. Sabina Spielrein era guarita – e non in senso metaforico, ma in senso reale ed evidente. Che ci siano state, dietro quel caso, vicende poco chiare e mistificazioni di vario genere è evidente – a cominciare dal modo in cui Freud e Jung usarono Sabina per materializzare i loro diverbi – ma è un fatto altrettanto certo che il rapporto tra Sabina e Jung funzionò. Per merito di Jung? Per merito di Sabina? Direi per merito di entrambi, perché l’uno aveva bisogno di trovare e trovarsi con l’altro.
Questo e solo questo è il grande mistero della psicoanalisi. E probabilmente ha ragione Grünbaum nel dire che l’analisi della suggestione meriterebbe un riconoscimento molto più ampio in campo psicoanalitico. Ma mi azzarderei persino a chiamarla, più che suggestione, un cieco bisogno, una “dedizione totale” – dalle parole di Jung – dell’uno verso l’altro.