Il Sole-24 Ore, domenica 2 settembre 2001, Scienza e Filosofia

I lapsus della psicoanalisi

Un grande filosofo della fisica che oggi si dedica alla critica delle teorie dell’inconscio

Umberto Bottazzini

Qual è il carattere di scientificità della psicoanalisi? La domanda non è certo nuova e le risposte sono state le più diverse. Lo stesso Freud ha affermato a più riprese che «la psicoanalisi possedeva tutte le caratteristiche per collocarsi saldamente nel regno delle scienze naturali». Ancora alla fine della sua vita ribadiva che «gli evidenti risultati ottenuti con l’ipotesi dei processi mentali inconsci permettono alla psicologia di avere un proprio posto come scienza naturale». Al contrario, tra i critici più radicali della legittimità scientifica della psicoanalisi figura, come è noto, Karl Popper. Secondo Popper la teoria psicoanalitica è, al pari dell’astrologia, addirittura il prototipo di una pseudo-scienza irrefutabile, giacché non regge al vaglio del criterio della falsificabilità, che per lui rappresenta la cartina di tornasole della scientificità di una teoria, il marchio della sua legittimità scientifica. L’idea stessa della falsificabilità come criterio di scientificità delle teorie gli venne in mente ancora giovanissimo, quando fu colpito dalla differenza tra la teoria della relatività di Einstein da un lato e la psicoanalisi freudiana e l’astrologia dall’altro.
La critica di Popper è stata fatta propria da molti filosofi. E tuttavia, osserva Adolf Grünbaum, l’accusa di «non falsificabilità» nei confronti della teoria psicoanalitica «non è corretta». Inoltre, mettendo l’accento sulla non falsificabilità «Popper aveva fondamentalmente frainteso le autentiche responsabilità intellettuali della psicoanalisi, dimenticando questioni ben più sottili». In questo libro Grünbaum ricorda il vivace scambio di idee che ebbe una volta a casa del filosofo inglese a Londra a proposito dei nessi di causalità in psicoanalisi. Alla domanda: «Cosa mi dice delle ipotesi psicoanalitiche che spiegano la presunta causa della paranoia ed, egualmente, delle altre ipotesi freudiane eziologiche e causali?» Popper rimase impassibile e si limitò a controbattere: «Ma non ci sono ipotesi causali in psicoanalisi!». Da questa divergenza di opinioni Grünbaum racconta di aver preso l’avvio per una “critica sistematica” dell’intera filosofia della scienza di Popper.
In questo libro il filosofo di Pittsburgh ripercorre alcune tappe dell’”odissea” intellettuale che lo ha portato dalla filosofia della fisica alla critica delle teorie psicoanalitiche. Fuggito a quindici anni dalla nativa Germania per gli Stati Uniti alla vigilia della “notte dei cristalli” del 1938, a New York Grünbaum ebbe come compagno di studi Bob Cohen, il futuro curatore dei BostonStudies in the Phisosophy of Science, che esercitò un’influenza decisiva sulla sua formazione. Dopo la guerra Cohen lo incoraggiò a seguirlo a Yale, dove egli si addottorò in fisica mentre Grünbaum continuò gli studi di fisica e filosofia e infine prese il dottorato con Carl Hempel con una tesi sui paradossi di Zenone. I Problemi filosofici dello spazio e del tempo (1963) e La scienza moderna e i paradossi di Zenone (1967) sono i volumi che ne testimoniano gli iniziali interessi filosofici. L’odissea intellettuale di Grünbaum approda nel 1984 ai Fondamenti della psicoanalisi, il volume in cui sottopone a una critica filosofica le ipotesi centrali dell’edificio teorico freudiano e fa i conti con le posizioni di Popper.
Ricordando le principali differenze tra i processi inconsci ipotizzati dalla moderna psicologia cognitiva a seguito delle scoperte di Heinz Hartmann e i contenuti inconsci della mente rivendicati dalla psicologia psicoanalitica, Grünbaum osserva che «l’esistenza dell’inconscio cognitivo non riesce a sostenere, e addirittura può gettare qualche dubbio sull’esistenza dell’inconscio psicoanalitico di Freud». Un ulteriore «grave errore logico che è divenuto di moda», afferma Grünbaum, è la «stravagante tesi» che «la presunta influenza dilagante delle idee freudiane sulla cultura occidentale» fornisce una prova della validità dell’impresa psicoanalitica. Prendendo ad esempio i lapsus o altri atti mancanti – un qualunque lapsus viene «tipicamente ma erroneamente chiamato lapsus freudiano» - egli ha buon gioco nel mostrare che questa tesi «è necessario chiedersi se effettivamente esistono» lapsus freudiani cioè «lapsus che appaiono psicologicamente immotivati ma effettivamente causati da spiacevoli idee rimosse. È molto importante essere consapevoli di quanto sia difficile fornire prove inconfutabili per tali nessi di causalità». E anche se qualsiasi lapsus è effettivamente causato da repressioni, dice Grünbaum, Freud «non ci dà buone ragioni per pensare che i suoi metodi clinici possano identificare e confermare empiricamente le loro cause».
La teoria freudiana dei lapsus è uno degli aspetti della teoria della rimozione, secondo Freud «la pietra angolare su cui posa l’intera struttura della psicoanalisi», la «sua parte essenziale». La critica di Grünbaum mette in luce una ulteriore difficoltà basilare che investe tale teoria e si basa sui «difetti epistemologici» della “regola fondamentale” delle “libere associazioni” «la presunta tomografia al microscopio e ai raggi X della mente umana», la regola che impone al paziente di dire all’analista qualunque cosa gli passi per la mente. Infatti, «attenti studi hanno mostrato che le cosiddette libere associazioni non sono libere, ma sono strettamente influenzate da una sottile stimolazione del paziente a opera dell’analista».
Cosa concludere per il futuro della psicoanalisi alla luce dei «difetti epistemici intrinseci al metodo psicoanalitico»? Secondo Grünbaum, «a dispetto della povertà delle credenziali cliniche potrebbe forse ancora risultare che la brillante immaginazione teorica di Freud sia stata un vero e proprio caso di “felice scoperta” per la psicopatologia o per la comprensione di alcune sottoclassi di lapsus». Così, conclude Grünbaum, «mentre la psicoanalisi può essere in tal modo definita scientificamente in vita, essa attualmente non gode di buona salute, almeno per quanto riguarda i fondamenti clinici che la sostanziano».