La Repubblica delle Donne, 14 aprile 1998, pag. 79

Un giorno in orbita

Taccuino stellare di Umberto Guidoni, astronauta italiano trasferito a Houston. Dove si illustra il nuovo progetto di laboratorio orbitale per esperimenti scientifici in assenza di gravità

Oria Gargano

Nello spazio cosmico viaggia di tutto. Così, il primo marzo del 1996, la notizia che Ron e Tosca avevano vinto il festival di Sanremo giunse via fax a bordo di un'astronave, sotto forma di un'agenzia dell'Ansa. Lo Space Shuttle era il Columbia e a far parte dell'equipaggio c'era l'italiano Umberto Guidoni che, giunto al nono giorno di navigazione, cominciava a riprendersi da quelle sensazioni mai vissute prima e diventate familiari nel corso del suo primo (e non ultimo) viaggio spaziale: 377 ore e 40 minuti in cui ha completato 252 orbite intorno alla Terra, pari a 6 milioni e mezzo di miglia.
"Ci si prepara tanto a vivere situazioni simulate, ma quando ci si trova davvero nello spazio è tutta un'altra emozione. L'astronave è uguale all'ambiente ricostruito per gli addestramenti, ma stavolta si fa per davvero, e quando il count-down è a zero si parte. Arrivati in orbita ti trovi a galleggiare senza peso. L'organismo è confuso, non si orizzonta. Da quando siamo nati, abbiamo il sangue che circola nel corpo secondo la legge della gravità, una parte di esso è fisso nelle estremità inferiori, proprio perché il peso lo trattiene. Lì è tutto diverso, perché il sangue scorre libero mentre tu galleggi, il cuore pompa di meno, cambiano i valori della pressione arteriosa. I fluidi vanno dappertutto. La testa e la faccia sono più gonfie. La fame si riduce, perché si riduce la necessità di mangiare. Sulla Terra ci si accorge di avere appetito perché si sente un "buco" nello stomaco. Lì ci sono sempre dei fluidi che premono e dunque si ha la sensazione di essere sazi. Io in sedici giorni ho perso tre chili. E poi la visione della Terra da fuori disorienta. È come se il cervello cercasse uno schema interpretativo di quello che vede e ci vuole un po' per mettere a fuoco il tutto. Qui sappiamo da sempre riconoscere l'alto e il basso, il su e il giù. Lì è tutto relativo. E se stai a testa in giù, dopo un po' ti accorgi che il pavimento e il soffitto sono intercambiabili e che forse sono gli altri a stare capovolti. Meno male che il cervello è pronto a interpretare gli stimoli che riceve, a cambiare i sistemi di riferimento".
"Dopo un giorno o due diventa una cosa normale e quando si torna bisogna riabituarsi alla presenza di gravità. La prima mattina in cui mi sono svegliato a casa mia ho fatto un gran volo dal letto, perché volevo planare giù come facevo dentro l'astronave. Mi chiedevo: come è possibile che abbia vissuto tutta la vita qui, in questo posto dove ogni cosa cade per terra?".
Romano, ormai trapiantato a Houston (Mariarita, la moglie, l'ha seguito e nel 1992 è nato Luca), Guidoni racconta questo e molto altro durante una sua visita in Italia. Nell'occasione ha presentato il libro Il giro del mondo in 80 minuti (Di Renzo Editore), ha tenuto conferenze su e giù per la penisola, ha mangiato "mediterraneo" a casa dei suoi, che si sono ritirati ad Acuto, nel Frosinate, ha rivisto i vecchi compagni del Gaio Lucilio, il liceo frequentato negli anni '70.
Quegli ex ragazzi se lo ricordano bene il collega di studi che ripeteva sempre di voler andare nello spazio. Ma lui minimizza la consapevolezza di allora: "Sono del 1954, avevo quindici anni quando vidi in televisione lo sbarco sulla Luna. Immaginavo che andare nello spazio fosse un'impresa eroica, un sogno. Intanto divoravo libri di fantascienza".
Come è passato dalla fantascienza alla scienza lo racconta il curriculum: laurea con lode in fisica con specializzazione in astrofisica alla Sapienza di Roma. Nel 1984 si trasferisce all'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario (Ifsi) di Frascati: proprio lì, lui che credeva di rimanere coi piedi sulla terra, comincia a pensare che nel cielo può andarci davvero. "Mi sono trovato a Frascati nel momento in cui si stava realizzando l'esperimento del "Tethered Satellite System", cioè del satellite "a filo", destinato a un progetto della NASA. Era proprio la missione a cui avrei partecipato. In parole semplici è così: un satellite è legato allo shuttle da un filo sottilissimo, lungo venti chilometri. Nello spazio, srotolando questo filo, si crea una specie di struttura simile alla dinamo che, nel campo magnetico della Terra, genera elettricità".
Questo progetto inaugurava anche una partnership scientifica diretta tra la NASA e la nascente Agenzia Spaziale Italiana. "Fino ad allora eravamo stati coinvolti soltanto in quanto membri di progetti europei. A riconoscimento di questo impegno, la NASA offrì ad un astronauta italiano la possibilità di volare". Cominciò la selezione. Tentarono quasi in cento. "Mandai la domanda e non lo dissi nemmeno a mia moglie. Tanto, pensavo, non ce la farò. E invece superai tutte le prove. Alla fine fummo presi in due". I due prescelti erano Umberto Guidoni e Franco Malerba. Anche se soltanto uno fra loro doveva partire, furono entrambi addestrati, come i portieri di una squadra di calcio: uno titolare e l'altro in panchina. A differenza che nel calcio, però, il secondo sarebbe per sempre rimasto tale, perché altre missioni per gli italiani non erano previste. Il titolare era Malerba e nel luglio 1992 andò in orbita. La missione fu disastrosa. Il filo non cominciò neanche a svolgersi, il meccanismo si inceppò. Franco Malerba non volò mai più.
La NASA, però, voleva "risarcire" gli scienziati italiani, perché il fallimento dell'esperimento non era certo dovuto al satellite realizzato a Frascati. Così arrivò il momento di Guidoni.
Quattro anni di preparazione, fino a quel 22 febbraio 1996 in cui fece il grande salto dentro al cosmo. La missione andò bene, perché, anche se il filo non fu srotolato del tutto, il satellite funzionò.
Guidoni si conquistò sul campo il diritto a partecipare alla prossima impresa, che partirà quest'anno: la Stazione Spaziale Internazionale, un laboratorio permanente orbitante, realizzato da America, Russia, Giappone, Canada, Europa e Italia. Nel laboratorio spaziale verranno eseguiti esperimenti scientifici in assenza di gravità. Situazione ottimale, questa, giacché sulla Terra bisogna fare i conti col peso. Nel cosmo, al contrario, si potranno realizzare cristalli senza impurità che, installati nel cuore dei computer, permetteranno all'elettronica performance al momento impensabili. Nel campo della biomedicina si potrà studiare la struttura tridimensionale dei virus, molto meglio di quanto non si possa fare sulla Terra, e potranno essere inventati nuovi farmaci.
Nella preparazione della Stazione Spaziale, l'Italia è anche protagonista di un accordo bilaterale con gli States, in base al quale realizzerà tre unità del Modulo Logistico Pressurizzato, una specie di bus che trasferirà rifornimenti ed esperimenti dalla Terra allo spazio.
I voli che stanno per cominciare serviranno a montare la Stazione Spaziale come un immenso giocattolone di Lego. Nel 2002 sarà funzionante e potrà ospitare sette astronauti "fissi", in turnover tra loro. Ma andare nello spazio diventerà un'esperienza a portata di chiunque?
"Proprio di chiunque no, ma tra dieci/quindici anni sarà normale andarci a lavorare. Come è oggi andare su una piattaforma petrolifera o in altri posti particolari che richiedono una preparazione specialistica".
E, a fare il pendolare con lo spazio, potrà esserci più di un italiano. L'Agenzia Spaziale Italiana sta selezionando ragazzi e ragazze, laureati in scienze matematiche, fisiche e naturali, ingegneria, medicina e chirurgia o con il titolo di pilota sperimentatore di aeromobile. Vengono richiesti tre anni di documentata esperienza post-laurea, conoscenza della lingua inglese parlata e scritta e obblighi militari assolti entro fine giugno 1998. Ultima richiesta, la più complicata: garantire un periodo di operatività di almeno 10 anni. Al bando di concorso, scaduto a fine marzo, hanno risposto in più di cento. Tra loro ci sono due nuovi astronauti italiani.
Anche loro vivranno nei dintorni di Houston, nel cuore della NASA, racchiusi nella comunità dei colleghi e delle loro mogli. La loro vita sarà simile a quella dei piloti delle basi militari come la raccontano i film americani anni '40. Saranno pagati dall'Agenzia Spaziale Italiana, non più di un ricercatore di livello e, quando voleranno, non percepiranno neppure la trasferta.
Ma, al di là del ruolo riconosciuto all'Italia, la novità politica del progetto consiste nella leadership paritetica tra Stati Uniti e Russia. Per la prima volta gli americani hanno partner che una piccola stazione orbitante, cioè la MIR, l'hanno già realizzata. Agli astronauti di Houston è stato tenuto un corso di formazione per prepararli a collaborare con i russi.
Ma, tornando allo spazio, chi lo conosce cosa pensa degli omini verdi? "La vita su un altro pianeta c'è di sicuro: ci sono talmente tante stelle".