Shalom, n. 345, febbraio 2002

Intervista a Bernard Lewis

Fiamma Nirenstein

PRINCETON – Incontrare il professor Bernard Lewis nella sua casa di Princeton, una cittadina accademica e britannica come lui, il maggior mediorientalista del mondo, a metà strada fra Washington e New York, è come affondare in una dimensione sapienziale e remota della guerra al terrorismo.
Uscire dalla rumorosa attualità per addentrasi insieme all'Emeritus Professor che quasi ogni giorno viene consultato dalla Casa Bianca e dai ministeri degli Esteri e della Difesa americani, per guardare al conflitto col binocolo dei millenni. E troviamo un sorprendente Lewis, che guarda con spietata sincerità. Nella sua casa fra gli aceri arrossati la sua immensa biblioteca di legno chiaro parla per la sua bocca; le pareti di testi sul Medio Oriente scritti da lui stesso si sono appena arricchite di un piccolo volume nuovo, "Musica di un tamburo lontano", 129 poesie classiche arabe, persiane e turche, che ha personalmente tradotto. Un segno d'amore verso una cultura cui ha donato una vita di pensiero.
Professor Lewis, come sta andando la guerra? Gli Stati Uniti hanno fatto la scelta giusta per evitare una guerra di religione quando hanno creato una coalizione che comprende svariati Stati islamici?
"Non credo che la coalizione sia una buona idea: innanzitutto devo ancora capire che contributo può dare a una guerra contro il terrore uno Stato come l'Iran, che lo finanzia dalla rivoluzione islamica, o la Siria, che ospita e protegge molti gruppi terroristi".
Sembra che l'intenzione sia quella di incrementare l'amicizia con un Islam vasto riducendo il mondo degli estremisti.
"Valori storici fondamentali del mondo mussulmano sono: fermezza, forza, coraggio. I valori della tolleranza e della magnanimità sono molto ammirati nell'Islam, ma una posizione di forza è condizione ineliminabile per farne uso. Altrimenti il messaggio è chiaro: ti chiedo aiuto e mi avvicino cortesemente a te perché sono debole, in stato di bisogno. Cerco rifugio. Così viene letta oggi la coalizione: un gesto di debolezza, una testimonianza di paura dopo l'attacco di Bin Laden".
Davvero il mondo mussulmano può pensare che il potente Occidente abbia paura?
"Ve ne sono abbondanti prove. Fra queste, nel maggio ‘98 Bin Laden diceva a un giornalista dell'Abc: "Abbiamo visto negli ultimi anni il declino del governo americano e la debolezza dei soldati americani che sanno fare solo guerre fredde, e non hanno capacità di ingaggiare lunghi conflitti. Lo si è visto a Beirut dove i marines sono fuggiti dopo due esplosioni. Lo stesso fecero in Somalia. La nostra gioventù era sorpresa della debolezza degli americani. Dopo pochi colpi, fuggono sempre via sconfitti". L'invito a far parte della coalizione a certi Stati è visto come l'ammissione, proprio durante la guerra al terrorismo, che c'è tolleranza verso il terrore, appunto a causa della paura. E' un messaggio molto pericoloso".
Insomma, lei è contro la coalizione.
"Loro percepiscono che, invece di fare una guerra al terrorismo, mettiamo in piedi una coalizione che implicitamente lo ammette. E' pericoloso suggerire che pur di non apparire in guerra contro l'Islam, accettiamo di non apparire del tutto in guerra contro il terrorismo. E' un segnale di paura".
Lei presuppone un vasto consenso a Bin Laden.
"La maggioranza musulmana non è certo d'accordo con Bin Laden ma purtroppo è oggi una minoranza che guida i processi politici. E certamente l'odio verso l'Occidente ha radici molto profonde e antiche".
In che cosa consiste?
"Noi Occidentali abbiamo una concezione della storia meno viva del mondo musulmano. Quando Bin Laden accenna a fatti storici significativi, la sua "audience" è ben consapevole di ciò di cui lui sta parlando. Il Salahadin è là con loro. Le vittorie e le sconfitte, i riferimenti coranici sono parte della memoria collettiva più comune. E ricordi che i mussulmani si vedono non come una nazione divisa in gruppi religiosi, ma una religione divisa in nazioni. Hanno invaso tre volte l'Europa: i Mori in Spagna, i Tartari fino in Russia, i Turchi fino a Vienna. Tre volte sono stati fermati e respinti, sono tornati, sono stati ricacciati, si sono misurati con Bisanzio, con il Sacro Romano Impero e infine oggi con l'Occidente e gli Usa".
Prima lo scontro fra civiltà era una regola: ma oggi non sentiamo più forte il bisogno di convivenza e tolleranza?
"Gli ebrei, i buddhisti, gli hindu hanno nei secoli dovuto o voluto accettare la convivenza. La Cristianità e l'Islam nascono ambedue esclusivisti, per loro ogni altra religione è incompleta o falsa. Il conflitto globale fra queste due religioni ha determinato la storia finchè le cose sono cambiate per la Cristianità, che nel frattempo ha battuto l'altra religione totalitaria. Il cristianesimo si è modificato, l'Islam invece non l'ha potuto o voluto fare. Se si guardano le scritte nella Moschea della Roccia a Gerusalemme, sorta sulle vestigia sia del Tempio di Erode sia di una grande Chiesa, sono piene di espressioni tese a esaltare la superiorità dell'Islam e a negare la Trinità. L'Islam non ha mai smesso di sognare una grande rivincita sul mondo corrotto e perverso che l'ha soggiogato".
E perché proprio adesso la guerra?
"Sono circa 300 anni che l'Occidente domina il mondo: la civiltà islamica che prima era assi più ricca, più forte, più creativa, durante il suo collasso ha però assistito a una quantità di conflitti interni all'Occidente stesso. I nazisti, i sovietici, la Guerra Fredda hanno dato all'Islam l'idea che l'Occidente potesse autodistruggersi. Non solo: gli hanno fornito la possibilità di incunearsi nel conflitto, di parteggiare guadagnando in armi, speranze, rapporti internazionali. Poi, la fine della Guerra Fredda. L'America diviene l'unica superpotenza, contro la quale non vi sono alleati. E qui è successa, agli occhi di Bin Laden, una cosa terribile: l'Arabia Saudita la invita addirittura sul suo territorio nazionale, il cuore dell'Islam, le consente di violarlo come i crociati. Neppure l'Impero britannico ha mai osato spedire truppe in Arabia. Solo quando Renaul de Chatillon razzia lo Hejaz, quella è la vera minaccia per l'Islam. Non Gerusalemme, di cui non gliene è importato quasi niente fino a tempi recenti. La guerra oggi ha un nemico evidente, un invasore, un solo rappresentante della Cristianità, detto non a caso "Satana", perché Satana porta subdole tentazioni".
E l'Europa?
"No, l'Europa non è agli occhi dei musulmani capace di essere l'interlocutore-nemico. Non ce la fa neppure sul suo territorio, nel Kosovo. Nella storia, è stata salvata dagli americani. No, l'Europa semmai è..."
Un amico?
"No, ma è un mondo di cui si può supporre che, come si dice in arabo, provi "shamatah", la segreta soddisfazione di vedere colpito qualcuno che non ami. Un mondo che sogna di fare da contrappeso agli Usa con il mondo islamico. Illusione ferale: l'Europa deve solo capire, dopo gli ultimi terribili eventi, che non c'è futuro per lei se gli Usa perdono. Che sarà facilmente invasa, soggiogata. Se l'Europa vuole che gli Usa, che l'hanno già salvata, la salvino di nuovo, stavolta deve metterci del suo. Non c'è spazio per manovre bizantine".
Perché è così preoccupato? L'America è forte.
"Perché in realtà la vera forza con cui si può vincere una guerra è quella per cui si sente appieno la propria forza, in modo che i nemici se ne accorgano senza remissione. L'America può perdere se viene percepita come spaventata.
Attenzione: in Afghanistan alcuni anni fa la vittoria dei mujaheddin sui russi, allora l'altro grande impero, ha dato agli islamisti un enorme incoraggiamento. Eppure l'Urss era dura, e l'America è morbida, non vuole rischiare vite, cosa di cui invece ai russi importava poco. L'Islam si sente rafforzato dalle circostanze storiche, mentre noi, che ce l'abbiamo messa tutta per affermare i nostri valori di convivenza e tolleranza, francamente siamo scorati, impauriti. E così loro ci percepiscono".
Però ormai perdono da secoli.
"D'accordo, ma adesso sono favoriti da una quantità di fenomeni: per esempio la demografia, l'immigrazione a tappeto, il contatto ravvicinato con una civiltà che se prima faceva loro più rispetto adesso invece disprezzano. Disprezzo: questa è un'altra parola chiave. L'odio non mitigato da rispetto o paura. L'odio che non teme, ma spera".
Quanto è diffuso quest'odio fra le popolazioni musulmane?
"Nei Paesi autoritari non ci sono indagini d’opinione. Ma è interessante notare che tutti i dirottatori provenivano da Paesi i cui governi sono amichevoli con gli Usa, come l'Egitto, che riceve 2 miliardi e mezzo di dollari l'anno dall'America e la cui stampa è violentemente antiamericana, unica libertà concessa col permesso di Mubarak. Invece in Iran, dove il governo (salvo che con gli ultimi chiari di luna) è stato violentemente antiamericano, la folla ha appena dimostrato in piazza la sua simpatia per gli Usa colpiti. In odio ai loro governi corrotti e autoritari, la gente sceglie la strada opposta. L'odio che si esprime è un odio permesso, come quello, molto richiesto, verso Israele".
E allora che cosa sappiamo dell'opinione pubblica islamica?
"Sappiamo che l'estremismo è aizzato e fuorviato da dittatori interessati: questo indica secondo me l'unica strada d’uscita da questa situazione e l'unica strategia possibile. Molto potrebbe cambiare se svariati degli attuali governi autoritari e corrotti fossero spazzati via dalla loro gente, se si aiutassero le rivoluzioni possibili, in Iraq, dove spero che presto Saddam Hussein sparirà di scena, o in Iran, dove la gente sembra veramente satura di integralismo, o in Sudan, o in Yemen".
Che cosa pensa delle analisi secondo le quali se gli Usa non avessero sostenuto Israele, il disastro non sarebbe successo?
"E’ una stupidaggine che copre una forma consueta di antisemitismo: dar la colpa agli ebrei di tutto è una posizione molto classica. Il conflitto israelo-palestinese è stato citato solo ultimamente da Bin Laden per motivi strumentali, una vana tromba di guerra. Ma è per il mondo musulmano come lo scontro in Bosnia, o a Mindanao. E' l'ultimo fra i motivi di questo scontro globale".
Che finirà quando?
"Voglio essere positivo: io spero molto nell'incoraggiamento che gli Usa possono dare alla nascita e al consolidamento di regimi democratici. L'Occidente ha tradito l'opposizione irachena, ha tradito anche quella iraniana, ha abbandonato i dissenzienti nei Paesi Arabi. E che dire dell'Arabia Saudita, il migliore amico degli Usa, i cui legami col terrorismo sono purtroppo assai estesi? E' tempo di guardare in faccia questi regimi e il pericolo che comportano. Guai se non saremo forti".