La Repubblica, domenica 28 gennaio 2001, pag. 35, Cultura

Majorana - Indagine su una scomparsa misteriosa

Franco Prattico

«Al mondo vi sono varie categorie di scienziati, gente di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno molto lontano. C'è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni, come Galilei e Newton. Ettore era uno di questi». Il soggetto è Ettore Majorana, e chi ne parlava così era Enrico Fermi, uno che di "genio" se ne intendeva (e del quale tra qualche mese si celebrerà il centenario della nascita), che prima ancora della misteriosa scomparsa del grande fisico siciliano, commentava: «Ettore Majorana ha al massimo grado quel raro complesso di attitudini che formano il fisico teorico di gran classe...uno dei più forti ingegni del nostro tempo».
A poco più di sessant'anni dalla sua misteriosa scomparsa, avvenuta il 27 marzo 1938, durante la traversata tra Palermo e Napoli, dove Majorana aveva la cattedra di fisica teorica, conferitagli per "meriti eccezionali", sulla sparizione del grande scienziato siciliano continuano a intrecciarsi ipotesi e ricostruzioni più o meno romanzesche, come quella, celebre, di Leonardo Sciascia. C'è chi lo vuole nascosto in un convento, in preda a una improvvisa crisi mistica, chi fuggito in Argentina (dove c'è ancora chi sostiene di averlo incontrato). Naturalmente, data l'importanza della figura scientifica di Majorana, a quei tempi impegnato alle frontiere della neonata fisica quantistica, in prima linea a cercare di sciogliere l'enigma della sua scomparsa sono proprio gli uomini di scienza; e tra questi, in Italia, principalmente Erasmo Recami, docente di struttura della materia presso l'Università di Bergamo, che ha dedicato gran parte del suo tempo (ha insegnato anche a Catania e in Brasile, a Campinas, e si è occupato lungamente di velocità ultrarelativistiche) alla raccolta di documenti e informazioni sugli ultimi anni di attività di Majorana.
Lodevolmente un piccolo, coraggioso editore romano, Di Renzo Editore, ha pubblicato l'ultima fatica in questa direzione di Recami: Il caso Majorana (pagg. 275), un volume che raccoglie non solo un'accurata ricostruzione degli ultimi giorni del grande scienziato siciliano tra Napoli e Palermo, ma anche l'epistolario, i documenti e le testimonianze di colleghi, amici e familiari di Majorana, e anche numerose foto di famiglia, tracciando così un quadro della vicenda "gialla", ma anche della figura e almeno in parte della psicologia di questo purtroppo perduto genio scientifico italiano.
Nato a Catania nel 1906, Majorana era un meridionale tipico, "un saraceno" lo definì Edoardo Amaldi: magro, asciutto, non alto (1,68), viso lungo e olivastro, occhi scuri vivaci, capelli neri. Il suo carattere introverso, ipercritico e inquieto lo rendeva, secondo Recami, un personaggio un po' pirandelliano. Secondo un altro grande scienziato italiano recentemente scomparso, Bruno Pontecorvo, lo stesso Fermi (che non era né tenero né facile agli entusiasmi) lo riteneva «il più grande fisico teorico dei nostri tempi». Entrò, sia pure non stabilmente, a far parte di quel gruppo dei "ragazzi di via Panisperna" capeggiato da Fermi e composto da Rasetti, Amaldi, Segrè, D'Agostino e Pontecorvo, che doveva passare alla storia della scienza come una delle équipe più creative della prima metà del secolo. Nel gruppo Fermi era "il Papa" e Majorana venne soprannominato "l'Inquisitore", per la sua mente critica e acuta priva di complessi nei confronti di chiunque (non esitò in una lettera dalla Germania a definire il grande Bohr, uno dei fondatori della fisica quantistica, "sensibilmente rimbambito").
Majorana era un personaggio "strano", taciturno, chiuso. Una parentesi di studio e lavoro a Lipsia e poi a Copenaghen (proprio al fianco di Bohr) non ne migliorò il carattere: lo testimoniano le lettere ai familiari e a qualche raro amico. L'impressione che si ricava da queste testimonianze è quella di un uomo a disagio nel ruolo che la vita (e in un certo senso anche le aspettative familiari, dei compagni e del suo maestro Fermi) gli affidava: appunto, quello di genio. br>Recami, come tutti gli altri scienziati, esclude l'ipotesi che Majorana si fosse reso conto già allora con notevole anticipo, entrando perciò in crisi, dei possibili usi bellici dell'energia nucleare, anche se secondo una testimonianza della sorella Maria, avrebbe dichiarato una volta che "la fisica è su una strada sbagliata". Ma «se davvero», scrive Recami, «Majorana avesse temuto la liberazione dell'energia nucleare, avrebbe pure capito di potere essere più utile alla sua causa da vivo che da morto». Forse la scienza non lo emozionava più. Ma era la strada alla quale lo costringevano anche i successi delle sue ricerche anticipatrici e le stesse premure (forse un po' soffocanti) dei familiari e principalmente della madre (una tipica madre mediterranea, che è vietato deludere...) alla quale usava dare conto anche delle volte che ricorreva alla lavanderia per la biancheria personale e di ogni altro suo movimento. Insomma, un genio per forza, anche per non deludere l'altolocata e meridionalissima famiglia.
Sotto la pressione di una mente eccezionale, Majorana - che non è da escludere aspirasse dentro di sé a una pacifica mediocrità, e certamente alla solitudine e al silenzio - si sentiva probabilmente a disagio nell'abito che gli avevano cucito addosso: e se ciò fosse vero, proprio in questo sarebbero le radici della sua introversione, della scarsa comunicativa, dell'astrarsi dal mondo. In ciò simile a un'altra delle grandi menti del secolo scorso, Kurt Gödel, che però ebbe la fortuna, contrastata a lungo dai suoi familiari, di trovarsi accanto una compagna dolce e comprensiva che lo accompagnò e lo aiutò per tutta la vita, nonostante i suoi sbalzi d'umore e le sue manie; mentre a quel che risulta Majorana, nella sua breve vita, non ebbe mai un amore che lo estraesse dalla cerebrale e creativa solitudine.
Non era né umorale né passionale: amava l'ordine, la precisione, l'organizzazione. E forse in questo è il motivo dominante di una celebre lettera a Segrè dalla Germania del 1933, dove minimizza la questione ebraica: «Qualcuno afferma che la questione ebraica non esisterebbe se gli ebrei conoscessero l'arte di tener chiusa la bocca (sic!), ma la posizione attuale degli ebrei in Germania non è così grave come potrebbe apparire di lontano. (?) Nel complesso è lecito guardare all'avvenire degli ebrei tedeschi con un certo grado di ottimismo...». In realtà, come dimostrano altre lettere, Majorana era ferocemente antirazzista (scriveva con disprezzo di «quella sciocca ideologia della razza») e non ammirava affatto la Germania nazista, come qualcuno ha scritto. Ma certamente ammirava l'ordine e l'efficienza di quel paese.
Fuga o suicidio? Il libro di Recami non fornisce naturalmente una risposta. Ma è senza dubbio significativo che Majorana fosse rimasto profondamente colpito dal suicidio di un altro grande fisico olandese, Paul Ehrenfest, di cui a Lipsia era divenuto amico, e dalla morte del padre, l'anno successivo.
Il 25 marzo 1938 Majorana manda una lettera al direttore dell'Istituto di fisica dell'Università di Napoli, Antonio Carrelli, nella quale annunzia di avere preso una decisione «ormai inevitabile» e chiede scusa per i problemi «che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti». Sul tavolo della sua stanza d'albergo a Napoli lascia una lettera ai familiari, chiedendo che non si vestano di nero e si imbarca sul postale per Palermo. Il giorno dopo è a Palermo e di lì spedisce a Carrelli un telegramma nel quale annulla il contenuto della lettera spedita il giorno prima e gli indirizza una lettera nella quale afferma: «Il mare mi ha rifiutato». E gli comunica invece la sua intenzione di rinunziare all'insegnamento. La sera successiva prenota un posto in cabina sullo stesso vapore con cui è arrivato a Palermo, che arriva a Napoli la mattina successiva. Da quel momento si perde ogni traccia di Majorana.
Alcune testimonianze, che Recami riporta diligentemente, qualificandole come "serie", parlano di una successiva presenza di Majorana a Buenos Aires. Naturalmente, senza conferme certe. Insomma, il mistero sulla scomparsa del giovanissimo (aveva 32 anni) scienziato permane: suicidio o fuga? In ogni caso un'assenza che ha pesato, e forse pesa ancora, sulla cultura e sulla ricerca scientifica italiana. E che Recami ha avuto il merito di ricordarci.