Jekyll, giugno 2001, recensioni

Majorana, genio immaturo

Angelo Mastroianni

"Il caso Majorana" di Erasmo Recami (Di Renzo Editore, 2000, pagine 273)

"Non allarmarti. Segue lettera. Majorana". Questo inquietante telegramma proveniente da Palermo fu ricevuto la mattina del 26 marzo 1938 da Antonio Carrelli, direttore dell'Istituto di fisica dell'Università di Napoli. Il mittente era il giovane professore di fisica teorica Ettore Majorana. Poco dopo l'arrivo del telegramma, infatti, Carrelli riceveva una lettera da Napoli in cui Majorana affermava di aver "preso una decisione che era ormai inevitabile" e chiedeva di perdonarlo per la sua "improvvisa scomparsa". Un biglietto per la famiglia, rimasto a Napoli nell'albergo dove Majorana alloggiava, conteneva un più esplicito riferimento alla morte. Il giorno dopo (il 27 marzo) Carrelli riceveva una seconda lettera da Palermo in cui Majorana confermava che non era accaduto nulla: "Il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'albergo Bologna". Non se ne seppe più nulla. Se fosse ancora vivo, Majorana avrebbe oggi 95 anni.
Con questo libro, già pubblicato da Mondadori nel 1991 e riproposto da Di Renzo con pochissime e irrilevanti differenze, Recami ricostruisce il caso Majorana arricchendolo con informazioni sulla sua facoltosa famiglia e sui suoi straordinari risultati scientifici. In più, all'epoca della prima edizione, il libro presentava almeno due novità importanti rispetto alle altre biografie di Majorana esistenti: l'approfondimento della pista argentina e la pubblicazione del suo epistolario.

Chi era Ettore Majorana
"Da lontano appariva smilzo, con un'andatura incerta; da vicino si notavano i capelli nerissimi, la carnagione scura, le gote lievemente scavate, gli occhi vivacissimi e scintillanti: nell'insieme, l'aspetto di un saraceno". Così Edoardo Amaldi ricordava l'ingresso di Majorana nell'Istituto di fisica di via Panisperna a Roma, nel 1927. Lo accompagnava l'amico comune Emilio Segrè per presentarlo al 'maestro' Enrico Fermi, da poco chiamato a Roma come primo professore di fisica teorica in Italia. Amaldi e Segrè avevano parlato spesso con Fermi di questo ragazzo catanese conosciuto alla facoltà di ingegneria, brillante e ipercritico, molto timido ma capace di fare miracoli con la rapidità e l'intelligenza dei suoi calcoli.
L'abilità matematica di Ettore si era manifestata fin dall'infanzia, quando veniva 'mostrato' a parenti e amici come un bambino prodigio. Divenne poi un ragazzo a suo modo allegro, generoso, capace delle esperienze spericolate tipiche di tutti i giovani. Dotato di un raffinato senso dell'umorismo e dell'ironia, acuto nelle osservazioni e nei discorsi di cultura generale, ferratissimo anche in letteratura e filosofia (amava particolarmente Pirandello), al di fuori dell'ambiente di studio Majorana era ben inserito nella sua compagnia e aveva un rapporto abbastanza normale con la famiglia. Quando invece era nel suo mondo, alle prese con le equazioni e le teorie della fisica, Ettore mostrava i lati contraddittori della sua personalità indecifrabile. Ne sono esempi tipici il suo rapporto con Fermi e con la scienza ufficiale.

Majorana e Fermi: due geni diversi
Fin dal primo giorno in istituto Majorana contrappose la sua mente rigorosa, 'pura', tipica del matematico o del fisico teorico al genio di Fermi, più 'semplice' e fenomenologico. Doveva fare un certo effetto assistere alle gare di calcolo tra questi due scienziati: Fermi col suo inseparabile regolo intento a riempire lavagne di formule, Ettore voltato verso il muro lo sfidava con un foglietto e una penna. Fermi invece non si sentiva affatto in competizione, anzi, contravvenendo alla severità di giudizio che lo contraddistingueva, considerava Majorana superiore a se stesso. Una volta, dopo averlo definito un genio "come Galileo e Newton", Fermi aggiunse: "Majorana aveva quello che nessun altro al mondo ha; sfortunatamente gli mancava quel che invece è comune trovare negli altri uomini, il semplice buon senso".

Majorana e la fisica
Recami sembra condividere l'espressione di Sciascia secondo cui Ettore "portava" la scienza. A volte forse come un peso, altre volte invece con una naturalezza sfrontata. Questa spavalderia contrastava nettamente con la sua proverbiale modestia e con la riluttanza a pubblicare le sue idee lungimiranti. In quei casi Majorana diventava eccessivamente autocritico, quasi timoroso. C'è un esempio emblematico di questo atteggiamento: Majorana aveva intuito alcuni aspetti della natura del nucleo atomico, ma non aveva ascoltato i consigli di Fermi che lo aveva invitato a scrivere un articolo. Si decise solo dopo le insistenze di Werner Heisenberg, che intanto aveva pubblicato una teoria nucleare analoga. Fermi avrebbe voluto parlarne a un convegno, ma Majorana disse che avrebbe acconsentito solo a patto di non essere citato e di attribuire le sue idee a un altro! Naturalmente Fermi non accettò.
All'istituto Ettore trascorreva molto tempo in biblioteca, preferendo il lavoro solitario allo spirito di gruppo che rese celebri i ragazzi di via Panisperna. Fu l'unico a non lavorare in collaborazione diretta con Fermi, pur essendo il solo in grado di interagirvi alla pari. Nella sua breve carriera scientifica Majorana pubblicò dieci articoli, tutti di altissima classe. Dalle sue lezioni all'Università di Napoli (pubblicate da Bibliopolis nel 1987 assieme a dei frammenti di questo libro, all'epoca in fase di pubblicazione) emerge una visione della meccanica quantistica estremamente moderna, anche dal punto di vista didattico.

Dopo la scomparsa
Majorana aveva lavorato alle sue lezioni con grande impegno fino all'ultimo. Solo due mesi prima di sparire si dichiarava gratificato per quella cattedra (ottenuta fuori concorso "per l'alta fama di singolare perizia", con Fermi in commissione) ed era anche soddisfatto di alcuni studenti, che gli sembravano "risoluti a prendere la fisica sul serio". Dubbi più rilevanti sulla sua fine li desta il prelievo degli stipendi arretrati per una somma di circa 10 mila dollari di oggi. Molte le voci che hanno contribuito ad alimentare il suo caso: Majorana avrebbe chiesto ospitalità in convento; sarebbe stato visto a Catania; sarebbe emigrato in Argentina. Quest'ultima pista, che presenta elementi interessanti e abbastanza credibili, viene ricostruita nei dettagli fino all'ipotesi di coinvolgimento nelle vicende dei desaparecidos.
È interessante notare come neanche in quelle tragiche lettere da Palermo in cui decideva della sua sorte, Majorana rinunciò ad affiancare il suo dramma ("il mare mi ha rifiutato") al suo stile ironico ("non mi prendere per una ragazza ibseniana perché il caso è differente"). Visto il personaggio, non c'è motivo di credere che il suo caso si risolverà facilmente, né che sia giusto farlo. Piuttosto sarebbe un grande e meritato tributo riportare alla luce, se ancora esistono, le carte che Majorana affidò alla sua studentessa Gilda Senatore prima di prendere la sua decisione e che forse contenevano gli studi che stava portando avanti in completo isolamento. Quanto alle ragioni del suo malessere interiore, potremmo aiutarci con le parole che lo stesso Ettore scrisse a un amico in tempi non sospetti, col suo solito stile semiserio: "Né devi credere che sia impossibile che mi venga un accidente nel fiore dell'età; al contrario, abbilo per molto verosimile. Infatti io sono stato fin dalla nascita un genio ostinatamente immaturo".