"Ritorno del Golem" numero 3 marzo 2005

Cronone

Sylvie Coyaud

Oltre al problema delle lingue neolatine che confondono in una stessa parola il tempo che fa e quello che scorre, c'è quello del linguaggio in generale che fatica raccontare alcunché senza usare il "prima" e il "dopo". In compenso lo fa ugualmente per lo spazio e per il tempo, il che ci rende automaticamente einsteiniani attorno ai tre anni di età.
Però da un secolo a questa parte la fisica ha fatto passi avanti, e ogni tanto qualche fisico tenta di aggiornarmi. Dieci anni fa Steven Weinberg aveva fatto sforzi inauditi per farmi capire cosa accadeva al tempo quando lo spazio non era ancora nato, il "prima" del Big Bang insomma. Senza Big Bang, niente spazio, e senza spazio, niente tempo. Fin lì ero arrivata. Ma come si fa a pensare un "prima" dell'inizio del tempo senza cascarci dentro, al tempo?

Weinberg mi citava Sant'Agostino sperando che mi illuminasse più della matematica che dopo molti zigzag cancella la "t" dalle equazioni. S'illudeva, sono rimasta all'oscuro, però mi sono abituata al fatto che i fisici inventassero mondi matematicamente coerenti eliminando quella "t" fastidiosa e per noi letale, come nel Platonia di Julian Barbour (La fine del tempo, Einaudi, 2003).

Nel dicembre scorso, un altro fisico, Carlo Rovelli dell'université de la Méditerranée a Marsiglia, mi ha semplificato la vita. Ha scritto su Edge: "Contrariamente a quello che si crede, il mondo fisico non esiste 'nel tempo'. Al livello microscopico elementare, il mondo viene descritto meglio nei termini di una teoria atemporale in cui le leggi fisiche non esprimono l'evoluzione nel tempo di variabili fisiche ma soltanto relazioni tra variabili. Il tempo emerge soltanto termodinamicamente quando si descrivono variabili macroscopiche. Perciò il tempo è soltanto un effetto collaterale della nostra ignoranza dello stato microscopico del mondo."
Aspettate a ripiegare sulla certezza che ormai privati del tempo, vi resta lo spazio al quale appigliarvi. Segue un secondo principio: "Il mondo fisico non esiste nello spazio: è fatto di un insieme di particelle e di campi che non vivono in uno spazio esterno, ma piuttosto vivono le 'une degli altri' e che possono avere un rapporto di contiguità. L'ordine implicato in questa relazione è lo spazio."
Non è mica matto come un cappellaio, Carlo Rovelli, solo logico. "Quanto abbiamo imparato del mondo fisico con la relatività generale e la meccanica quantistica implica questi due principi. Il secondo è in gran parte un ritorno alla comprensione relazionale, pre-Newtoniana dello spazio, mentre il primo ha pochi antecedenti nella nostra cultura."

Insomma, dice Carlo Rovelli, rassegnatevi: non esiste un campo in cui si dispiegano lo spazio e il tempo, caracollando ognuno sulla rispettiva particella o in tandem sulla stessa.
Nella nostra esperienza quotidiana il campo c'è? Sì, e ha zone di turbolenze e altre di attrazione quasi gravitazionale, i "cronotopi" che sono i luoghi affollati nelle proprie ore di punta. Se ne possono intercettare le particelle e, volendo, farle scontrare con un colpo di acceleratore. Nemmeno quell'idea mia, ma di G. Servizi, A. Bazzani, B. Giorgini, G. Turchetti, dei teorici del gruppo di fisica dei sistemi complessi presso il dipartimento di fisica dell'università di Bologna. Pensano "la città come un sistema complesso che si autorganizza, permeato di intelligenza diffusa", e quindi si può rappresentare "utilizzando i metodi della meccanica statistica e la teoria dei sistemi dinamici. Concepiscono una città come spaziotempo che evolve dinamicamente. "Gli agenti di questa dinamica sono per un verso i cittadini, sia in quanto singoli, sia in quanto componenti di una categoria sociale. Per l'altro verso sono i cronotopi, luoghi che sono gli agenti primigeni della dinamica temporale urbana (per esempio l'università che funziona come attrattore per gli studenti, i docenti, eccetera lungo l'arco della giornata)".

Per arrivare a "una mobilità fluida, comoda e bella", hanno messo pedoni, macchine, bici, metro, tram e cronotopi nelle equazioni e ne è uscito Mobilis (da Mobilis in mobile, ovvero come un sommergibile nell'oceano o un pesce nell'acqua, fate voi, comunque è il titolo di un capitolo in Ventimila leghe sotto i mari). E' un sistema virtuale, invariante in scala che vale a Casalpusterlengo come a Tokyo, e brevettato dall'università. In teoria, con un po' di sensori a spiare i nostri spostamenti nei luoghi strategici, tutti i trasporti si metteranno al nostro servizio per accorciarci i tempi di percorrenza e le distanze soggettive finché daremo ragione a Carlo Rovelli. In pratica Mobilis è stato provato non nel centro di Bologna alle 8.50 del mattino perché Nemo propheta in patria (battuta pessima, ma Jules Verne ne faceva di peggiori), bensì in quello di Rimini, topos di punta, ma non in questo chronos d'inverno, e ha funzionato.
Sempre in teoria, se la città è un campo, come ogni campo che si rispetti deve essere associata a una particella. Suggerirei l'urbano. E per quella del campo di attrazione dei cronotopi, il cronotopone, roditore del tempo che non c'è mai, infatti.
Dopo Sant'Agostino ma prima di Carlo Rovelli, Charles Dodgson, professore di matematica a Oxford, aveva già svolto il tema del tempo che non c'è, nemmeno in uno spazio fuori luogo e fuori città, e ciò nonostante aveva dato un orologio al coniglio sempre in ritardo di Alice nel paese delle meraviglie.