Il Secolo d’Italia, Idee & Immagini, mercoledì 15 novembre 2000, pag. 17

Arriva il Manifesto del Cyberpunk

Angelo Gallippi

Nuova fantascienza. Il cyberpunk è un tipo di fantascienza sorto in America nei primi anni ’80 e ben noto anche nel nostro Paese, dove non mancano le traduzioni dell’abbondante produzione originaria, anche a opera di piccole case editrici specializzate (per esempio la Fanucci di Roma). Poco a che vedere con gi scenari di Star Trek o Guerre stellari, e non solo per l’ambiente rigorosamente terrestre, ma soprattutto per il suo disinteresse per lo spazio, e anzi, l’avversione verso l’esplorazione missilistica delle stelle.
Grande predilezione invece per computer, software e chip, naturali ingredienti delle imprese di hacker che usano droghe allucinogene, impianti telematici e stati di trance per compiere missioni criminali ed eroiche nei regni fantastici della realtà virtuale e della Realtà. Padre fondatore della nuova fiction è William Gibson, che nel 1984 la rendeva popolare con il romanzo Neuromante, ambientato in un futuro prossimo dalle tinte fosche dominato da reti mondiali di computer, intelligenze artificiali aggressive, capitalismo monopolistico e una cultura mondiale etnicamente eclettica nonché politicamente apatica e alienata.
Il verbo di Gibson è stato subito ripreso da decine di fertili scrittori; tuttavia, se i libri cyberpunk non mancano, quello che finora mancava era il manifesto del nuovo genere letterario che, un po’ come quello sul futurismo pubblicato da Maniretti su «Le Figaro» del 20 febbraio 1909, esponesse in maniera sistematica i fondamenti ideologici della nuova fantascienza.
Lacuna colmata. A colmare la lacuna ci ha pensato, il recente libro-intervista Filosofo cyberpunk (Di Renzo Editore, Roma, 2000, 87 pp.), Rudy Rucker, che insieme a Gibson, Bruce Sterling e John Shirley è uno dei capostipiti del genere. Rucker, classe 1945, ha il curriculum tipico del nuovo intellettuale high-tech: laurea in matematica nel Jersey e precoce docenza universitaria, una ventina di libri tra narrativa e saggi, una mezza dozzina di programmi di software e, naturalmente, un passato da hippie con lunghi capelli sulle spalle.
Per Rucker il cyberpunk è fantascienza colta che risulta facile da leggere, contiene molta informazione e parla delle nuove forme di pensiero che stanno emergendo dalla rivoluzione informatica. È una narrativa centrata sulla fusione di uomini e macchine, il che spiega la sua caratteristica di letteratura di consumo in un’epoca in cui i computer stanno assumendo molte incombenze umane, mentre gli uomini ricevono assai più informazioni elaborate dalle macchine.
Ed è certo frutto della fantasia , ma assai più collegata alla realtà di quanto si possa pensare: basta recarsi all’annuale Conferenza degli hacker che si tiene nella mitica Silicon Valley californiana per ascoltare molte trame dei futuri romanzi cyberpunk: dai programmi di grafica pensati per rimpiazzare le droghe psichedeliche ai robot sensibili alla luce che prediligono i contorni delle ombre, dai programmi in grado di guidare un robot un corpo robotico nel mondo fisico a quelli che consentono votazioni elettroniche istantanee, diecimila canali Tv e simili utopie.