La Stampa, mercoledì 1° dicembre 2004, TuttoScienze, pag. 1

L’immortalità? La troveremo in un hard-disk

Francesco Lentini

[presso Di Renzo Editore Rudy Rucker ha pubblicato Filosofo cyberpunk]

Chi vuol vivere per sempre? Le note del famoso brano dei Queen "Who wants to live forever" (Highlander - L'ultimo immortale) echeggiano tra i padiglioni del Futurshow (Fiera di Milano, 19-22 novembre) e restano sospese nell'aria anche dopo che le hostess in divisa blu hanno accompagnato all'uscita gli ultimi visitatori. I riflettori puntati sul futuro si spengono, ma non le idee e le "provocazioni" che alcuni visionari hanno lanciato tra il pubblico. Uno di questi visionari è Rudy Rucker, docente di computer-science alla San Josè State University. Rucker è autore di saggi e romanzi pubblicati anche in Italia, ma la sua intuizione migliore è nel racconto di fantascienza «Soft death», la dolce morte. L'idea è quella di un contenitore perpetuo della propria vita chiamato lifebox, una scatola-nera capace d'immagazzinare la totalità della esperienze personali. La lifebox è in grado di riconoscere il linguaggio naturale e di porre domande per il suo aggiornamento. Entra in funzione quando deve memorizzare fatti nuovi e tutte le volte che viene interpellata da altre persone. Un motore di ricerca permette di accedere alle informazioni richieste: perciò l'impressione che se ne ricava è quella di conversare con un alter-ego del proprietario. È qualcosa di molto simile alla "personalità virtuale", un progetto di cui parlai un giorno nell'articolo "Gorby nel floppy-disk" («Tuttoscienze» n° 547). Progetto che mi diverto a rilanciare al Futurshow. Siamo quattro viandanti del tempo riuniti in una saletta della Fiera di Milano, verso le cinque del pomeriggio. Rudy Rucker, Carlo Galimberti ed io, in un incontro con il pubblico organizzato dalla giornalista Arianna Dagnino. Galimberti è docente di Psicologia delle Comunicazioni all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Sul mega-screen c'è una videata del programma di conversazione Eloisa, un software da me ideato alcuni anni fa e che oggi può dare un senso al concetto di immortalità digitale. C'è sempre qualcuno che vuole scrivere la propria autobiografia, dice Rucker, ma presto potrà farlo senza bisogno di prendere carta e penna, e funzionerà molto meglio di un blog. Pura utopia? Alcuni ricercatori americani pensano di fare l'upload (trasferimento effettivo) dell'intero substrato mentale in un robot, ma ci sarebbe una tecnica meno invasiva. Non sappiamo cosa sia la mente, dunque non possiamo trasferirla. Però possiamo già trasferire in un computer la personalità, o parte di essa, per ottenere quello che da ora in poi si chiamerà cyberself. Mettendo me stesso sul floppy-disk ottengo un cyberself. Può funzionare, funziona già su www.eloisa.it. Galimberti è d'accordo, ma il suo mestiere è analizzare le implicazioni sociali di questo nuovo tipo di comunicazione. La cosa davvero interessante è vedere come reagiscono gli altri al contatto con il nostro doppio digitale. Poi bisognerà capire se questa è una tecnologia per tutti o solo per pochi eletti. Non c'è dubbio che il progetto sottende un'idea di business: chi non desidera lasciare traccia di sé? Una ragazza del pubblico domanda cosa accadrebbe se un futuro Hitler entrasse in possesso del software di creazione del cyberself. Come programmatore di computer non sono in grado di prefigurare un simile scenario. Ma tra chi sarà disposto a tutto pur di essere universalmente ricordato (i faraoni lo erano), ci sarà sempre qualcuno che vorrà sopravvivere solo nel ricordo dei propri cari. Chi vuol vivere in eterno?