Corriere della Sera – Tecnologie, mercoledì, 17 novembre 2004, pag. 11

Memoria in scatola: ecco la vita eterna

Rudy Rucker

[Presso Di Renzo Editore, Roma, Rudi Rucker ha pubblicato nel 2000 il libro Filosofo cyberpunk]

Uno dei sogni più venerabili della fantascienza è che le persone riescano un giorno a diventare immortali. Gli uomini raggiungerebbero questo obiettivo incorporando la loro personalità in una sorta di contenitore che possa durare nel tempo. Una volta estratta dal corpo in un formato leggibile, la propria personalità potrebbe essere copiata su un corpo umano nuovo e privo di dati, cresciuto in una tanica,su un robot umanoide o, perché no, su di un pellicano con un cervello ampliato. Preservate il vostro software, il resto è carne!
In pratica copiare il cervello è molto difficile perché non si presenta in forma digitale. L’informazione del cervello è conservata nella geometria complessa delle cilindrasse,dei dendriti e delle sinapsi;nel continuo bilanciamento biochimico delle sostanze; e nel flusso rapido della corrente elettrica. In uno delle miei iniziali racconti cyberpunk «Software», ho scritto a proposito di alcuni robot che si erano specializzati nell’estrazione del software della personalità degli umani mangiando il loro cervello. Quando uno dei miei personaggi sentì parlare di questo processo, «la sua lingua si contrasse cercando di mandar via il cattivo sapore immaginato dei tessuti del cervello, pezzetti che schizzano qua e là con i neuroni ancora attivi, inaciditi dalle sostanze chimiche che fungono da trasmettitori».
Ma in questo contesto parlerò di un modo più delicato e più approssimativo per copiare la personalità di una persona. Invece di cercare di replicare con esattezza l’architettura del cervello, potrebbe essere sufficiente copiare tutte le memorie di un individuo, preservando i collegamenti tra di esse. Penso che noi possiamo considerare la memoria di una persona come una banca dati estremamente interconnessa contenente fatti e sensazioni. La struttura della memoria è un po’ simile a un sito Internet che contiene parole, suoni e immagini combinati in un superblog, cioè un diario informatico creato su Internet, con trilioni di collegamenti.
Credo che tra pochi anni diventerà possibile trovare sul mercato un prodotto che renda facile farsi una copia utilizzabile della propria memoria. Uno strumento che ho chiamato lifebox, il contenitore perpetuo della propria vita. (Ho usato per la prima volta questo termine in un breve racconto, «Soft Death», la morte dolce, pubblicato nel settembre del 1986 su una rivista di fantascienza dal nome «The Magazine of Fantasy and Science fiction»).
La mia idea è che la lifebox personale vi inviterà a raccontare le vostre esperienze, e sarà dotata di un software capace di riconoscere il linguaggio, in grado di riorganizzare le vostre storie e farvi delle domande per l’aggiornamento. La lifebox formerà così una banca dati dei fatti e degli aneddoti che conoscete, e si creeranno anche dei collegamenti tra i vari ricordi. Alcuni collegamenti saranno fatti esplicitamente da voi, altri verranno dedotti dalla lifebox e altri ancora si genereranno spontaneamente grazie alla somiglianze tra i dati.
E poi? La propria lifebox sarà dotata di una specie di software per navigare, e di un motore di ricerca capace di trovare dei link che abbiano un senso all’interno della banca dati individuale. La lifebox entrerà in funzione quando sarà interpellata a voce, o tramite delle domande scritte, da parte di altre persone. Amici, amanti o soci di lavoro preziosi che vogliono darvi un’occhiata, oppure dei nipoti che vorrebbero scoprire come eravate un tempo.
La vostra lifebox darà alle altre persone l’impressione verosimile di sostenere una conversazione con voi. Le loro domande saranno analizzate per trovare delle parole-chiave che permettano di accedere all’informazione contenuta nel database personale. Lifebox non pretende di essere un programma intelligente, non ci si aspetta che ragioni e che risolva dei problemi proposti da noi. Lifebox è in realtà un semplice lettore iPod con un po’ di software in più.
Creare questi apparecchi non dovrebbe essere troppo difficile e secondo me siamo già nel reame del possibile. La immagino come una piccola scatola di plastica nera delle stesse dimensioni di un pacchetto di sigarette, dotata di cuffie leggere da mettere in testa e un microfono da pinzare alla camicia, simile a quelli che vengono usati dagli impiegati in ufficio. La scatoletta può essere usata per raccontare la storia della propria vita e lasciarla ai posteri, per i figli e i nipoti. Immaginate un signore dai capelli bianchi nel retro della sua casa: parla, gesticola, porta in testa delle cuffie e ha nella tasca della camicia la sua lifebox. La macchina gli parla con una suadente voce di donna.
L’idea di marketing che sottende la scatola dei ricordi è semplice: c’è sempre qualcuno che vuole scrivere la propria autobiografia,ma con la lifebox non ha bisogno di prendere carta e calamaio, può cavarsela semplicemente parlando nella scatoletta. Il software della lifebox è abbastanza brillante da organizzare da solo il materiale in un tutto intelligibile. Proprio come uno scrittore fantasma automatico.
L’effetto della lifebox sarebbe quello di realizzare una sorta di immortalità artistica accessibile a un ampio numero di persone. La maggior parte di noi non apparirà mai in un film, e anche scrivere un libro è piuttosto difficile. Una delle maggiori difficoltà nello scrivere un libro di qualsiasi genere è che l’autore in qualche modo deve domare la ramificazione selvaggia dei propri pensieri e renderli un susseguirsi lineare di parole. È difficile anche solo capire da dove cominciare.
Le mie aspettative sono che nel giro di pochi anni, un gran numero di persone sarà in grado di conservare il proprio software tramite l’impiego della lifebox. In maniera un po’ rudimentale il concetto di lifebox esiste già nella forma dei blog, i diari su internet. Le persone inviano rapporti giornalieri e foto di sé su internet,e se i navigatori seguono in dettaglio un particolare blog con il tempo possono immedesimarsi nel blogger, l’autore di questi diari. E, inoltre, molti blog si presentano già con un proprio motore di ricerca che crea dei link automaticamente.
Come qualsiasi altra forma di sforzo creativo, riempire la propria lifebox richiede dedizione e un certa quantità di tempo, e non tutti saranno disposti a impegnarsi così. E alcune persone hanno la lingua legata o sono così inibiti da avere problemi nel raccontare sé stessi. La lifebox potrà includere sicuramente alcuni copioni simili a quelli di un terapeuta creati per convincere anche gli individui più recalcitranti a raccontarsi. Ma la lifebox non sarà adatta per tutti. Mi piace l’idea della lifebox, e ho dei progetti vaghi di provare a crearne una per me stesso, collegando tra loro i miei diari, le mie interviste e i miei libri. Ma non penso veramente che sarà come un alter ego. Si tratterà semplicemente di un’altra opera d’arte, non molto diversa da una collezione di scritti messi su uno scaffale per libri.

Copyright Rudy Rucker (C)2004
Traduzione di Gabriela Lotto