Mondo Operaio del gennaio-febbraio 2002, Rassegne

La scommessa dell'Illuminismo islamico

Paola Vasconi

Dopo i fatti dell'11 settembre 2001 sono numerosi i libri apparsi in italiano perché tradotti, o di autori italiani che tentano di introdurre da una parte una migliore conoscenza della cultura islamica per un confronto reale e non di parte tra le due culture, e dall'altra per diffondere la conoscenza sulle idee che circolano in questo universo in gran parte sconosciuto al mondo occidentale che è l'Islam.
Perciò ho voluto intitolare questa rassegna di libri dedicati all'Islam a quella tendenza interna al mondo islamico che purtroppo in questi giorni sembra essere poco amplificata, ma che in fondo è l'unico aspetto di speranza che proviene dall'Islam. Perché da tre mesi a questa parte tutto l'Occidente non ha potuto che concentrarsi su quelle cause di "incompatibilità ambientale" tra modo di radice ebraico-cristiana e mondo di radici islamiche che considerano il mondo islamico una realtà priva di sfaccettature, dove le parole d'ordine di bin Laden di distribuzione dell'Occidente vengono prese come l'aspetto unico, o perlomeno preponderante, del mondo islamico.
Così la realtà dell'Islam, benché senz'altro più corrispondente a quella di una società chiusa intollerante che alla tolleranza di una società aperta (secondo le ben note categorie popperiane), finisce per essere fatta coincidere con la situazione estrema della società dei talebani. Il che, naturalmente, come è stato detto da più parti in questi mesi, finisce per isolare l'Islam in una condizione di sistema antimoderno condannato a perire rinunciando alla propria identità o ad essere appunto l'espressione di un sistema politico-sociale medievale.
Ora appunto questo falso dilemma investì già il sistema occidentale tre o quattro secoli fa, quando lo sviluppo della società moderna cristiana portò a quella serie di conflitti interni noti come guerre di religione, che segnarono il travaglio interno del passaggio alla società moderna da parte dell'Occidente. Ma alcune idee che sbloccarono la situazione dell'Occidente soprattutto nel XVIII secolo, favorendo quel passaggio a sistemi più aperti e tolleranti che a tratti sono riusciti sia pure con difficoltà non piccole a imporsi nel sistema europeo-occidentale, presero piede grazie anche all'avvento di quel processo di laicizzazione del pensiero politico e non solo, che è diventato noto come illuminismo.

Ora è proprio questo che nella percezione comune di noi occidentali sembrerebbe mancare all'Islam. Non riusciamo a localizzare quella componente laica, "illuminista" del pensiero islamico che invece crediamo di individuare con sicurezza in altre confessioni religiose, che presentano agli occhi dei laici un aspetto "modernista", "illuminato".
Parlando dei cristiani siamo certi di poterci rivolgere sempre ad una parte non integralista, parlando degli ebrei siamo lo stesso in grado di distinguere tra ortodossi oltranzisti e intolleranti e una profonda e duratura cultura ebraica laica e tollerante; parlando degli islamici molti sono scettici sulla possibilità di confrontarsi con un interlocutore situato sullo stesso piano della modernità di un cristiano o di un ebreo laici. Ovvero, c'è mai stato o ci sono segnali che stia avvenendo nel mondo islamico quel fenomeno di laicizzazione reale di qualche sua componente in modo da riprodurre taluni effetti benefici dell'illuminismo? Possiamo sperare in un "illuminismo islamico", sia pure oggi minoritario, per innestare il passaggio a certi aspetti dell'organizzazione politico-sociale che noi occidentali consideriamo indispensabili ai sistemi moderni?

Lo sviluppo in questa direzione è la chiave di volta di due interessanti libri, uno interno e uno esterno alla realtà dell'Islam. Il libro interno è una piccola casa editrice, la Di Renzo Editore, ed è di un siriano, Sadik J. Al-Azm, e in modo molto significativo si intitola L'illuminismo islamico, ma in modo altrettanto significativo, porta come sottotitolo il titolo del famoso saggio di Freud sui rapporti tra psicoanalisi e politica, Il disagio della civiltà(Di Renzo Editore, Roma).
Al-Azm è uno dei pochi "occidentalisti" del Medio Oriente. Egli insegna infatti storia della filosofia europea moderna a Beirut e Damasco. Al-Azm è il prototipo de quell'atteggiamento spinto alla comprensione delle altre culture che si sviluppò in particolare nella fase in cui sorse la filosofia della storia dell'illuminismo, quello spirito che ritroviamo in Leibniz che studia la cultura cinese, in Kant che nelle sue lezioni di geografia fisica viene affascinato dal confronto tra le tradizioni dei popoli, quel clima insomma che è poi sfociato nell'ambiente dell'idealismo nella nascita di scienze sociali dotate di metodologia loro propria, comprensive anche di quell'aspetto di conoscenza dell'altro da sé che ha generato gli studi orientalistici e il ruolo da essi esercitato all'inizio del XIX secolo (dalla filologia e glottologia alla filosofia).

Interessante per comprendere questa componente minoritaria della cultura islamica, ma che può essere determinante nel favorire anche nel mondo islamico un processo di laicizzazione analogo a quello innescato dal pensiero illuministico nell'Occidente, è la biografia di Al-Azm, con cui si apre il suo libro. Al-Azm racconta la sua particolare infanzia vissuta con una singolare parità tra lui e le sue sorelle, e individua anche alcuni dei motivi che l'anno spinto a diventare "occidentalista", ad esempio una migliore comprensione della lingua araba influenzata in vario modo dal contatto con le lingue europee, la nascita del movimento costituzionalista in Egitto, Iraq, Siria e Iran all'inizio del ventesimo secolo, la comprensione di concetti che hanno attraversato la cultura orientale e quella occidentale come patriottismo, scienza, tecnologia, cittadinanza ecc..
Il libro non è naturalmente solo una autobiografia intellettuale, ma una rassegna delle odierne questioni che riguardano il fondamentalismo islamico e questioni politiche come la posizione della Siria rispetto alla questione palestinese. Ma sottolineo l'interesse dell'apertura sull'autobiografia intellettuale, che rende inviso l'autore a gran parte del mondo islamico con la pubblicazione nel 1969 di un libro dal titolo che sembra kantiano, Critica del pensiero religioso, pubblicato, condannato e sequestrato, e capace di innestare una persecuzione che anticipava il caso Rushdie.

Che questa corrente "ragionevole" dell'islamismo debba infine prevalere è d'altronde l'autorevole opinione della ponderosa storia del fondamentalismo islamico del francese Gilles Kepel, responsabile degli studi sul mondo musulmano all' "Istitut d'études politiques de Paris". La storia di Kepel si snoda dall'analisi degli eventi politici collegati alla rivoluzione di Khomeini in Iran, con gli eventi che nel mondo arabo e musulmano l'hanno preceduta e seguita, sino alla diffusione recente delle idee del fondamentalismo, dall'Iran, alle diverse realtà dell'opposizione palestinese alla Stato d'Israele (in primo luogo Hamas), fino agli avvenimenti relativi a figure del terrorismo internazionale come quella di bin Laden che hanno portato allo scoppio del conflitto in Afghanistan.

È una lettura attenta delle posizioni, e densa di particolari, ma ancora una volta, in sintonia con la posizione di Al-Azm, Kepel non per caso intitola il suo libro alla Ascesa e declino del jihad. Perché da questo punto di vista la storia del fondamentalismo islamico rappresenterebbe una parabola iniziata con il khomeinismo e con il terrorismo fiorito nei campi profughi del Libano degli anni settanta, ma che con bin Laden e i recenti sviluppi avrebbe raggiunto il vertice della curva per iniziare la sua inesorabile parabola discendente. Così di recente Kepel si è espresso nelle interviste collegate alla promozione del suo libro. L'idea di Kepel è che l'idea islamista, dell'organizzazione integralista islamica come modello della società, sia stata in continua ascesa fino all'inizio degli anni novanta, per poi cominciare il suo inarrestabile declino che ha avuto come detonatore l'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Da questo punto di vista lo sviluppo afghano rappresenta uno degli esiti della disgregazione del blocco islamista saudita che, andato alla deriva in Pakistan, si attesta in Afghanistan, diventando il centro di tre direttrici impazzite, in Bosnia, Algeria, Egitto, tre esempi dove, tra il 1992 e il 1995, il patto sociale islamista tra ceti medi conquistati dal fondamentalismo religioso e gioventù urbana povera ha creato il terreno fertile per il terrorismo religioso suicida. Il segno della svolta per Kepel risale già al 1997, con l'elezione del più moderno Khatami in Iran, che per Kepel è il segno, debole ma plausibile, del nuovo patto sociale che nel mondo musulmano del terzo millennio potrebbe sconfiggere quello che ha generato il fondamentalismo.

Questo nuovo patto è appunto quello che lega i ceti medi laici, non più demonizzati, con le classi più povere, sul programma della lotta contro la violazione dei diritti umani e sull'aspirazione a una forma musulmana di democrazia: in altre parole, proprio un patto che sembra richiamare quell'illuminismo islamico di cui parlava Al-Azm. Kepel amplifica alcuni cambiamenti nella parziale laicizzazione della Stato avvenuti in Algeria, in Indonesia, in Sudan come sia pur deboli segnali di questo declino del jihad.
Certo la debolezza delle posizioni laiche nell'Islam crea situazioni conflittuali rispetto al modello occidentale: lo ricorda Karen Armstrong nel suo L'Islam, un quadro della storia dell'Islam non prigioniero degli stereotipi. Così la mancanza di democrazia in Algeria crea problemi alla mentalità degli occidentali, ma è un fatto che la prevalenza della legge religiosa della shariah avrebbe prevalso nella realtà algerina se il Fis, il Partito islamico fondamentalista, fosse andato al potere in seguito al pieno rispetto delle regole democratiche occidentali (essendo il più votato). La prevalenza del modello occidentale democratica in questo caso avrebbe già gettato il paese in una situazione simile a quella di realtà devastate dal fondamentalismo.

Se il pensare alla situazione dell'Islam con le categorie occidentali può essere fuorviante, creare proposte efficaci può dipendere dalla ripresa per intellettuali e politici dell'occidente di quello spirito illuministico che auspicheremmo trionfasse anche dalla parte islamica. Occorre allora assumere l'atteggiamento che abbiamo visto far proprio da Al-Azm.
Non si tratta di diventare tutti orientalisti, ma almeno di cercare di diffondere il più possibile la conoscenza reciproca delle due culture. Per far questo è una buona panoramica dei rapporti che l'Europa del Mediterraneo ha avuto con l'Islam il testo di Franco Cardini, Europa e Islam, storia di un malinteso, che per il modo con cui i musulmani hanno considerato l'Europa rimanda a I musulmani alla scoperta dell'Europa di B. Lezis (Roma-Bari, Laterza 1991). Il testo di Cardini è interno alla collana della Laterza "Fare l'Europa", che nasce dalla collaborazione tra cinque editori europei (Beck per la Germania, Blackwell per la Gran Bretagna, Editorial Critica per la Spagna, Seuil per la Francia). E siccome il dialogo tra le culture non deve mai presupporre il rifiuto della propria identità, ma è appunto anche un modo per chiarirla, e molta parte dell'Occidente è cristiana, chiude la rassegna di testi un libretto di Gianni Baget Bozzo, che da cristiano commenta aspetti dottrinali dell'Islam in Di fronte all'Islam nella forma di un "adversus Islam", nel modo cioè in cui i Padri della Chiesa si ponevano non "contro" i differenti dal Cristianesimo, ma "di fronte", con la capacità di assumere la differenza e riconoscerla.