Archivio Attivo Arte Contemporanea, giugno 2002, Libri

Federico Zeri - Caro Professore

R.M.

"Caro Professore" di Federico Zeri venne pubblicato per la prima volta dalla Di Renzo Editore di Roma nel 1998, nella collana I Dialoghi e poi ristampato nel 2002.
I libri di questa collana nascono e si strutturano a seguito di numerosi colloqui con i singoli autori e si suddividono in Dialoghi-Scienza, Diagloghi-Uomo e Società, Dialoghi-Documenti, Dialoghi-Arte e Spettacolo. Le domande non compaiono mai nel testo, ma solo le risposte, sistemate in modo coerente così da ottenere una sorta di monologo. L'autore rivede il materiale di volta in volta, correggendo, indirizzando e modificando quello che precedentemente aveva detto dando corpo a una chiacchierata a ruota libera sui temi a lui più cari.
Nel caso di Federico Zeri (1921-1998), pur avendo riletto e apportato ritocchi durante le singole fasi, purtroppo non ha potuto visionare completamente l'ultima stesura ma, ciò nonostante, in questo piccolo libro vi è tutto il suo spiritaccio caustico, lucido e implacabile. Federico Zeri è stato uno dei più grandi esperti di storia dell'arte del nostro secolo, autore di numerosi libri e di centinaia di articoli pubblicati nelle maggiori riviste di storia dell'arte italiana e straniere. Ha curato molti cataloghi, tra i quali quelli relativi ai dipinti italiani del Metropolitan Museum di New York, della Walter Art Gallery di Baltimora, della Galleria Spada e della Galleria Pallavicini di Roma. Amava enormemente l'arte della conversazione e amava parlare di sé, dei suoi interessi, dei suoi incontri e delle sue indignazioni; in questo profilo autobiografico Zeri discorre liberamente della sua vita partendo dalle lontane origini orientali della sua famiglia e dalla sua formazione culturale che, come lui stesso racconta, fu "strutturata in modo molto disordinato e basata su interessi da autodidatta".
Un uomo dagli interessi eterogenei, che abbracciavano più discipline e più periodi storici, con una particolare passione per la chimica, la botanica e l'arte; si definiva una spirito libero e altrettanto liberamente in questo volumetto riversa senza troppe remore o imbarazzo il suo malcontento verso la nostra società che gestisce in modo retrogrado la tutela del proprio patrimonio artistico, verso lo snobismo e settorialismo accademico all'interno delle università dove conta più il titolo che la competenza, verso l'ottusità di una certa critica d'arte.
Un uomo dal singolare umorismo - come lo ricorda Lidia Storoni Mazzolani - in chiusura di lettura "Non era però l'intelligenza che colpiva in lui e nemmeno la cultura, ma piuttosto un cruccio severo, profondo, come d'un padre che vede maltrattati i suoi figli: il patrimonio artistico italiano era la sola cosa che gli stesse a cuore e non tollerava di vederlo trascurato o non trattato con il rispetto, dirò di più, la riverenza che merita. […] Mi parve sempre lacerato da uno scontento amaro del suo tempo, del suo Paese e, soprattutto, del modo com'era amministrato il retaggio impareggiabile che i nostri avi ci hanno affidato. […] Questo volumetto postumo è un grido di dolore".