IL MATTINO, 28 dicembre 1998, pag. 1

Senza più maestri, i giovani avranno ben poco da imparare

Aldo Carotenuto

Caro Professore. Si intitola così l'ultimo libro dello storico dell'arte Federico Zeri, pubblicato postumo da Di Renzo Editore. E forse certe polemiche le si può solo lasciare in eredità ai posteri, nella speranza che non le lasciano scivolare via con troppa superficialità.
Senz'altro questa eredità io l'ho colta e accolta con grande soddisfazione ed entusiasmo: finalmente qualcuno che senza troppe remore o imbarazzo ha il coraggio di gridare allo scandalo.
L'argomento centrale a queste pungenti riflessioni è l'esilio delle grandi menti italiane, che trova la sua massima degenerazione all'interno dell'Università. Che dire del fatto che a Carlo Rubbia ci son voluti anni, nonostante il premio Nobel, per ottenere la sua prima cattedra in Italia?
Ma questo è solo uno dei casi più eclatanti di quel partitismo che ha fatto delle sedi accademiche l'alveo di una dura lotta tra avverse fazioni, dove solitamente non entrano i migliori, ma i più forti, i più assistiti, per meriti che la cultura non ha mai contemplato.
Tutto ciò in ragione del fatto che il titolo di studio conseguito non ha più alcuna attinenza con la preparazione dei docenti: una laurea ottenuta a Roma o Catania vale quanto quella dell'estrema periferia del mondo e la frequenza delle lezioni, un tempo obbligatoria, è diventata un optional - se non addirittura un disagio - per via del sovraffollamento delle nostre facoltà. Per non parlare, poi, dei semestri che rappresentano una vera e propria "truffa" ai danni degli studenti: in sei mesi infatti si riducono a tre, una volta tolte le festività e le avverse condizioni climatiche.
Tutto ciò rende possibile il fatto che si possono superare egregiamente gli esami senza mai aver visto in faccia un docente e, pertanto, se quest'ultimo è preparato o meno, non avrà alcuna rilevanza. Al di là del riconoscimento di un titolo accademico, ormai egida di un presunto e puramente formale intellettualismo, sono diventati veramente rari i casi di studenti che si possono ancora vantare di essersi formati "alla scuola di…".
Ai miei tempi, era ancora un segno di merito dire "mi sono laureato con Remo Cantoni" - come è stato nel mio caso -; invece oggi i nomi di riguardo si fanno sempre più esigui, mentre continua ad affollarsi la lista degli ignoti.
In altre occasioni, ho avuto modo di parlare di "sindrome di Bonifacio VIII", il Papa che divenne proverbialmente noto per le sue prevaricazioni, e l'ho assimilata al comportamento di taluni docenti universitari che fanno sfoggio di vanità e di titoli, guadagnati per usurpazione delle fatiche altrui.
Come faceva notare Zeri, ciò che manca nei nostri atenei è lo spirito critico: lo studente non ha voce in capitolo e, in molti casi, manca persino la libertà di scegliere con quale professore adempire i propri studi, giacché la frequenza delle lezioni è deterministicamente assegnata in base alla lettera del proprio cognome. Cosa c'è di stimolante e formativo in un sistema come questo?
Nulla. Il conformismo dilaga e gli anni dell'Università, che dovrebbero essere anni formativi, sono ormai solo una breve parentesi in vista di un attestato di idoneità.
Ma idoneità a far cosa? Questo non è ancora chiaro, visto che l'esperienza pratica è la grande assente dei curricula universitari.
Delle volte sono colpito nel leggere le opinioni di alcuni colleghi la cui ingenuità li spinge a fare appello al buon senso dei commissari, che durante i concorsi sono deputati alla scelta dei docenti; ma si tratta soltanto di esortazioni che non raggiungono alcun obbiettivo. Sono del tutto consapevole delle estreme difficoltà che si incontrano una volta che sia necessario affrontare in modo drastico il problema dell'istruzione universitaria.
Ma diventa sempre più un tema inderogabile. La forza di uno Stato è nella sua scuola.