Panorama del 21 febbraio 1993, pag.98

Okay: il pezzo è giusto

Al Lingotto un gruppo di storici e critici fa le quotazioni: così i mercanti vanno in mostra

Intervista con Federico Zeri di Sandra Petrignani

Gestione pubblica o gestione privata? Federico Zeri ha la sua formula: «Gestione privata dei musei purché ci sia un controllo serio ed efficace da parte degli organi pubblici». Preferisce non indicare modelli in altri Paesi. «Noi potremmo diventare un modello» afferma. «L’Italia è un posto pieno di cose belle e belle idee paralizzato da una burocrazia che risale ai Borboni. Anche solo ottenere la fotografia di un quadro conservato in un museo italiano richiede mesi, anni di attesa».
Un’iniziativa privata che si sente di lodare senza riserve è il restauro del Lingotto, la fabbrica storica della Fiat a Torino, che Renzo Piano ha restituito a nuove funzioni e nuova vita. «Il Lingotto è un impressionante monumento di architettura industriale. C’erano due soluzioni» ricorda Zeri «demolirlo o conservarlo. ma conservare senza inventarsi un’utilizzazione significa condannare un monumento a una più lenta agonia. Al Lingotto, ora, si tengono spettacoli teatrali, mostre, come l’annuale Mostra del libro, mentre nella parte inferiore sono rimaste intatte le terribili catene di montaggio che continuano a raccontarci la storia dolorosa di tanti operai».
E al Lingotto si aprirà il 27 febbraio, per chiudersi il 7 marzo, un Salone dell’antiquariato che sta suscitando qualche preoccupazione di concorrenza nel pullulante scenario delle mostre-mercato. Come mai? Che cosa avrà di particolare l’esposizione del Lingotto? «L’intento è offrire una seria garanzia sulle opere in vendita. Sembra poco?» (sospiro). «Invece è tutto lì il problema. Di questi saloni in Italia ce ne sono tanti, troppi. Non c’è piccola città che non tiri fuori il suo. Anche per questo il commercio di opere d’arte si è negli ultimi anni moltiplicato in modo incredibile, ed è sceso di livello. per questo e per l’ingenuità dell’acquirente italiano che non cerca il quadro, cerca il nome. Un quadro meraviglioso può essere di anonimo, il quadro di un grande artista può essere modesto. ma l’acquirente italiano non lo capisce, lui preferisce sempre e comunque il nome. La conseguenza è un’inflazione di opere molto modeste di autori grandi con tanto di perizia e di garanzia. Uno può possedere un Tiziano documentatissimo, ma se è un quadro orrendo non diventa più bello per la firma che porta».
Ecco un altro grosso problema, quello delle perizie commerciali spesso discutibili... «Già. Purtroppo in Italia non esiste un albo di esperti d’arte e chiunque può scrivere perizie senza essere perseguibile nel caso si scopra che ha scritto scemenze». E di quelle scemenze in giro se ne sono parecchie. Uff, meglio non parlarne» commenta Zeri, ma per pura civetteria, in realtà è un argomento che gli sta a cuore e che spiega la particolarità dell’iniziativa al Lingotto. « redigere un albo di esperti è una questione delicata e difficile, ma è urgente farlo. Esperti che siano poi responsabili di ciò che affermano almeno per un 50 per cento del valore dell’opera. Così fra l’altro, si eviterebbero certe sopravvalutazioni».
Al Lingotto un’équipe di 19 esperti nei vari rami (pittura antica e moderna, argenteria, porcellane, mobili), presieduta da Zeri, ha selezionato le opere esposte in modo molto severo, attribuendo a ogni pezzo il suo giusto valore. «Abbiamo escluso per esempio i quadri ridipinti, le maioliche restaurate che rivelano l’inganno solo a un sofisticatissimo esame tecnico. E abbiamo scelto non in base ai nomi altisonanti, ma in base alla bellezza di opere e oggetti». Il pezzo più importante è senz’altro un Boccaccio Boccaccino proveniente da una collezione romana, poi c’è un doppio ritratto attribuito ad Annibale Carracci, un Luca Giordano e un Giuseppe De Nittis che svela la grandezza di certo Ottocento italiano. Il Novecento vola meno alto, ma dignitosamente con Gigi Chessa, Giovanni Boldini fra gli altri.
Zeri non ama anticipare troppo, insiste che non contano i nomi ma le opere e sottolinea ancora una volta il ruolo della commissione di cui fanno parte Rossanna Bossaglia ed Ester Cohen, Enrico Castelnuovo e Andrea De Marchi, per citare solo qualche nome. La manifestazione avrà poi, il 2 di marzo, una serata mondana governata da Marella Agnelli, con un’asta di beneficenza. Insomma, questo Lingotto sembra un po’ una prova generale della gestione che Zeri vorrebbe trionfasse sull’intero mercato d’arte. « certo l’albo degli esperti che auspico dovrebbe avere la funzione che al Lingotto avrà la nostra commissione. ma i problemi sono anche altri. prima di tutto quello della catalogazione. Dal ’41 in poi sono stati fatti pochissimi cataloghi delle nostre opere d’arte, così mancano descrizioni, fotografie, indicazioni che sarebbero preziose per frenare le esportazioni clandestine e recuperare le opere scomparse».
Quanto all’«emergenza catalogazione» introdotta da Sisinni, Zeri pensa che stia producendo buoni risultati, ma in ritardo. «Per anni critici che veneriamo come semidei andavano dicendo al ministero che il Catalogo è un sistema superato, facilitando di fatto la spoliazione. per non parlare di quella truffa colossale che sono stati i giacimenti culturali inventati da Gianni De Michelis: malgrado i miliardi investiti siamo ancora senza un catalogo definitivo del nostro patrimonio artistico».
Più clemente Zeri si mostra verso il neoministro Alberto Ronchey. «Non sa niente del patrimonio artistico italiano, ma sta dimostrando buona volontà. del resto eredita un ministero che ha conosciuto almeno 60 anni di negligenza. Si può anche essere Napoleone, ma senza bravi generali si rischia di perdere tutte le battaglie».