Synthesys n. 7

Divorzio e figli

(Melvin G. Goldzband - Tempo di qualità, Di Renzo Editore)

La maggior parte dei genitori non decide certo di proposito di distruggere la vita dei propri figli, eppure molto spesso la vita dei bambini viene distrutta da certi comportamenti inconsci e involontari dei genitori. Tuttavia, nelle situazioni di divorzio in cui si verificano litigi fra i genitori in merito all’affidamento dei figli, accade spesso che gli adulti coinvolti pianifichino freddamente di distruggere il loro odiato ex coniuge, inconsapevoli che questa decisione distruggerà anche la felicità dei bambini ed il loro successivo sviluppo emotivo.
Recentemente ho presentato una relazione ad un simposio organizzato, a San Diego, dalla Facoltà di Medicina e dal Dipartimento di Psichiatria. Il simposio era intitolato: “Come affrontare i pericoli degli anni ‘90”. A prima vista potrebbe sembrare improprio presentare, in tale contesto, un discorso circa i problemi relativi agli interventi psichia­trici nell’affidamento dei minori e nel sistema di visite, ma - credetemi - non lo era. Non mi riferisco qui soltanto al fatto che affrontare in tempo questi problemi significa esercitare una buona psichiatria preventiva: mi riferisco anche alla possibilità di evitare, in questo modo, il manife­starsi di comportamenti violenti in un periodo successivo della vita del minore.
Non è paradossale associare il concetto di pericolosità al diritto di famiglia negli Stati Uniti. Si sono verificati molti casi in cui un genitore irato e vendicativo ha provoca­to una strage nelle aule di un Tribunale, nella casa dell’ex coniuge o nelle strade. Il rapimento dei bambini è tutt’altro che insolito nei casi di affidamento e di un sistema di visite contestate, e non è mai veramente da escludere anche l’eventualità di un omicidio. Molti giudici che si occupavano di diritto di famiglia mi hanno confidato di ritenere che nelle aule dei tribunali dove si discutono i divorzi, nonché nei corridoi circostanti, dovrebbero stazionare agenti bene addestrati, e in numero maggiore che nel caso di processi penali. Posso capire il loro punto di vista.
Dopo molti anni in cui ho potuto osservare, e ho cercato di gestire, litigi relativi all’affidamento ed alle visite, posso dichia­rare, senza ombra di dubbio, che in nessun altro caso la rabbia è cosí profonda e le tendenze manipolatorie dei partecipanti sono cosí chiaramente individuabili. Certo, dobbiamo ralle­grarci se l’ira fra i coniugi si manifesta di solito con dei tentativi manipolatori, piuttosto che con un omicidio. Tutta­via, gli aspetti pericolosi di tale manipolazione sono tali che possono essere lesi i processi della crescita, dello sviluppo e del­l’identificazione dei bambini coinvolti nel divorzio, se non i bambini stessi! Può darsi che non perdano letteralmente la vita, ma certamente ne perdono le potenzia­lità.
Come possiamo risolvere tali litigi senza che si verifichi violenza o continua manipolazione da parte dei genitori in lite? Ancora una volta la risposta è molto sem­plice, ma non sembra essere stata adottata abbastanza spesso. Il modo di evitare un continuo litigio che può sfociare nella violenza è quello di evitare i tribu­nali. La ricerca ha dimostrato che portare i casi in tribu­nale serve solo a prolungare l’agonia, e la ragione è ovvia. Quando si fanno una causa ed un processo, uno dei contendenti risulterà vincitore e l’altro risulterà perdente. Quest’ultimo continuerà a nutrire la stessa rabbia che lo ha portato inizial­mente al conflitto, e le nostre statistiche dimostrano che tali casi di solito ritornano in tribunale dopo un certo periodo (di settimane o di mesi) con rinnovato antagonismo. Le cause vengono quindi concluse e poi ricominciate, e nel frattempo i genitori - e, ancora piú importante, i bambini contesi - finiscono con lo sviluppare una forte ansia. Le loro vite girano attorno al processo in corso, e ne risulta una instabilità che rende piú che mai negativa la situazione. Se viene riportata in tribunale la causa per l’affida­mento, come spesso succede, e il vincitore della prima causa diviene il perdente nella seconda, i bambini verranno portati via dalla casa del genitore da cui stavano per andare, per essere condotti in quella dell’altro genitore. Anche questo spostamento genera instabilità, ed il livello di ansia cresce. L’ansia è ancora piú contagiosa del morbillo. Se il genitore con il quale i bambini sono andati a vivere prova ansia per le eventuali azioni dell’altro, anche i bambini divengono ansiosi. Se il genitore che ha l’affidamento almeno temporaneo è coinvolto nel continuo litigio con l’ex coniuge, i bambini percepiranno la rabbia del genitore affidatario verso l’altro, o dovranno sorbirsi le lamentele di costui contro il genitore affidatario. In un caso o nell’altro, i rapporti dei minori con entrambi i genitori ne risentiranno in modo negativo. Spesso riscontriamo che i bambini subiscono una specie di lavaggio del cervello da parte del genitore affidatario, tanto che alla fine temono l’altro genitore, dipinto come un pericoloso figuro. E lo temono anche se, in fondo al cuore, sanno bene che quel genitore non ha mai commesso azioni ostili o cattive nei loro riguardi. Il risultato è che i bambini diventano confusi e si trovano nella insostenibile ed inaccettabile posizione di un conflitto di lealtà. Quando un bambino, per far felice un genitore, deve odiare od evitare l’altro, il risultato sarà l’insorgere di sensi di colpa. Piú avanti nella vita, o spesso anche durante la stessa infanzia, i problemi derivanti da tali sensi di colpa e da altre psicodinamiche imposte fanno insorgere malattie psichiatriche. Negli Stati Uniti questo problema è stato chiarito nel progetto sulla depressione infantile, preparato dalla Università di Pittsburg.
Soprattutto, la vita tende ad essere tutt’altro che facile per i bambini contesi in caso di divorzio, nonché per i loro genitori in lite, e ciò a prescindere da quanto siano comuni i problemi in questione, o da quanto se ne parli. Ed il problema sta diventando sempre piú comune, anche qui.
Nel 1920 negli Stati Uniti il tasso dei divorzi era 1.6 su 1000. Naturalmente allora il divorzio era considera­to una calamità sociale, persino un anatema, per molti. Il tasso dei divorzi rimase basso anche malgrado la tremenda scossa della depressione economica degli anni ‘30, e solo durante la Seconda Guerra Mondiale iniziò a crescere in modo precipitoso. Le donne erano diventate sempre piú indipenden­ti, ed il Paese divenne sempre piú dipendente da loro.
Nel 1946, subito dopo la Guerra, il tasso di divorzi era salito a 4.3 su 1000. Questo dato rimase stabile durante gli anni ‘50, cui però fecero seguito le rivoluzioni anti-establishment degli anni ‘60 e ‘70. Nel 1980 il tasso dei divorzi aveva raggiunto la cifra di 5.3 su 1000, ed a metà degli anni ‘80 le statistiche americane riportavano la cifra assoluta di 1.161.000 divorzi l’anno. Da allora le cose non sono cambiate di molto. Per dirla in altro modo, circa il cinquanta per cento dei matrimoni americani può finire con un divorzio. Per fortuna, la maggioranza non comporta battaglie per l’affidamento, sebbene in molti casi si verifichi quel genere di continua manipolazione fra ex coniugi, che produce altri tipi di litigi circa i minori, compresi quelli relativi al sistema di visite o all’effettivo comportamento dell’altro genitore. I coniugi possono arrivare a formulare accuse di abuso fisico o persino sessuale, il che comporta indagini da parte degli enti di protezione del minore e della polizia. Pensate un momento all’ansia che tutto ciò può far insorgere!
Il tasso dei matrimoni è di nuovo in crescita, nel mio Paese, dopo un periodo in cui i giovani non si sposavano piú con la stessa frequenza di prima. Una tendenza piuttosto forte era la convivenza senza matrimonio, altro risultato della rivoluzione sessuale. Attualmente, tuttavia, il tasso dei matrimoni sta crescendo nuovamente, ma la durata media di quel 50 per cento di matrimoni che finiscono con il divorzio è di sette anni, periodo certamente sufficiente a mettere al mondo un certo numero di figli. Deve davvero meravigliare che i tribunali americani siano intasati dai casi di rapporti domestici, che si sentano cosí tante storie di tragedie ad essi collegate, e che cosí pochi dei casi di affidamento vengano risolti senza che si ricorra nuovamente in tribunale?
Nel tentativo di gestire la notevole esplosione di divorzi e di litigi per l’affidamento e per il sistema di visite è stato sviluppato il sistema della mediazione. In teoria molto promettente, in realtà esso non ha raggiunto tutti gli scopi che si prefiggeva, perché una gran parte delle persone che eseguiva la mediazione negli Stati Uniti non aveva ricevuto un addestramento adeguato. I mediatori sono in grado di fornire un buon aiuto a quelle coppie che scelgono la mediazione, invece della causa in tribunale, per concludere il loro divorzio, e che hanno già raggiunto un accordo preliminare di massima relativo all’affidamento dei figli. Quando, però, tra i coniugi non c’è comunicazione alcuna, quando essi si detestano e vengono trascinati a forza in una situazione di mediazione, l’azione di molti mediatori risulta spesso inefficace.
Tuttavia, il fatto che molti mediatori non sappiano fare il loro lavoro non vuol dire che il sistema in sé sia basicamente deficitario. Anzi, è talmente efficace che, se usato abbastanza presto, è probabilmente il modo migliore per evitare tragedie, compresi i continui litigi e lo sconvolgi­mento nell’ambito delle famiglie coinvolte, tipici di cosí tante cause per l’affidamento discusse in tribunale. Questi risultati negativi non sono conseguenze sempre inevitabili delle battaglie condotte in tribunale, ma si verificano con tale frequenza da far ritenere imperativa l’adozione di un approccio diverso.
I risultati negativi non sono necessariamente una colpa dei tribunali, ma dipendono piuttosto dalla natura del problema. Una situazione estrema è il caso di due individui cosí adirati l’uno verso l’altro che i loro bisogni e i loro desideri narcisistici ne offuscano la capacità di giudizio; questa rabbia che li pervade non si dissolve, e meno che mai si dissolverà se un’autorità esterna, quale un giudice, imporrà loro una decisione che almeno uno dei due litiganti non aveva alcuna intenzione di seguire. Come ho già detto in altra sede, ci sarà sempre un vincitore e un vinto. Può darsi che la vittoria sul perdente sia necessaria al vincitore non necessariamente per avere i figli, ma sem­plicemente per appagare se stesso. Questo è solo un modo per esternare la rabbia ed i terribili sentimenti di dolore e di delusione provati dal soggetto. La rabbia è comprensibile, persino adeguata in caso di divorzio, ma non deve essere usata come dinamica che influenza negativamente i bambini.
Negli Stati Uniti, cominciando dallo Stato della Cali­fornia, l’adozione del concetto della non colpa in caso di divorzio ha ovviamente contribuito alla rapida crescita dei tassi di divorzio, dilatando anche i problemi di cui ho discusso finora. La vera fonte dei problemi, tuttavia, sta nella personalità dei contendenti. Il divorzio senza colpa significa semplicemente che ciascuna delle parti può chieder­lo senza dover accusare l’ex coniuge di colpe che possono aver provocato l’incomprensione fra le parti. Il coniuge che chiede il divorzio può dichiarare semplicemente che la coppia ha delle differenze inconciliabili, che non è necessario descrivere, e che quindi i due non possono piú vivere assieme in pace e in modo costruttivo.
Il mio caro amico e collega Dott. Stefano Ferracuti mi ha accennato al fatto che in Italia la popolazione può tutto­ra avere, in merito alla stabilità familiare, dei valori piú rigidi che negli Stati Uniti. È possibile che sia cosí, ma resta il fatto che le cose possono cambiare. Per esempio, mi sembra che la relativa facilitazione delle procedure di divorzio con il concetto di non colpa non sia, in America, l’unica causa degli alti tassi di divorzio in quel Paese. In Italia ci sono solo 30.000 divorzi l’anno, contro il milione e piú di divorzi negli USA. Ma questa è solo la situazione attuale. Il Dott. Ferracuti mi ha informato che in Italia esiste già un meccanismo per rendere piú facile la separazione, ed è quello detto consensuale. Ritengo sia facile prevedere che i tassi di divorzio aumenteranno anche in Italia, lentamente, magari non fino ai livelli di quelli statunitensi, ma ciononostante aumenteranno. E con essi aumenterà il numero delle cause per l’affidamento.
Ritengo si tratti piú di un fenomeno sociologico e generazionale che di un fenomeno giuridico. Negli Stati Uniti, la generazione dei venti-trentenni è stata caratterizzata da una netta tendenza narcisistica. È stata definita la generazione dell’“Io prima di tutto”. Secondo una genera­lizzazione formulata su questi giovani, i loro atteggiamenti e le loro responsabilità sociali sarebbero sottosviluppati, ed i loro modelli resterebbero legati ai bisogni infantili di gratificazione e di stimolo im­me­dia­ti, forse anche molto mutevoli. Naturalmente le generalizzazioni sono pericolose e passibili di errori, ma se in questa c’è un nucleo di verità, pro­babilmente potrete vederlo anche nel vostro Paese.
Il Dott. Ferracuti sostiene che la relativa facilità del processo di divorzio negli Stati Uniti sia responsabile delle differenze nei tassi di divorzio nei nostri due Paesi. Naturalmente anche il fatto che nel mio Paese il divorzio sia legale da molto piú tempo che in Italia costituisce una fondamentale differenza. Sono d’accordo con il mio amico che i tassi di divorzio in America non sarebbero cosí alti se il processo di divorzio fosse piú restrittivo e difficile. Tuttavia, la storia ha dimostrato che tenere unita una coppia quando fra i coniugi non c’è altro che offese, dolore e odio provoca una grave tensione psicologica che può essere trasmessa ai figli. Molti psichiatri infantili hanno dichia­rato che una tale vita pseudo-familiare può risultare per i bambini piú dannosa di un divorzio, anche se forse non cosí dannosa come un divorzio nel quale i due genitori continuano a litigare sui figli. Una volta, quando il divorzio era difficile per tutti, sgradevole e terribilmente costoso, le coppie restavano assieme piú a lungo. Spesso razionalizzavano la cosa dicendo di farlo per il bene dei figli, sebbene poi li allevassero in un focolare pieno di rabbia e di risenti­mento. Quella decisione portava spesso anche ad un risenti­mento dei genitori verso i figli, perché li obbligavano a stare assieme, mantenendo un rapporto privo d’amore. Può darsi che il risentimento fosse inconscio, e, se non lo era, creava dei profondi sensi di colpa e di vergogna.
Certamente le cose sono state facilitate con il princi­pio del divorzio senza colpa. D’altro canto, ammetto che il divorzio senza colpa può non essere stato la miglior cura per quel particolare problema. La miglior cura - e spero mi si perdonino i pregiudizi di psichiatra - sarebbe stata un coscienzioso e profondo auto-esame di ciascuno dei partner. Essi avrebbero dovuto imparare a mettersi l’animo in pace per un rapporto che consideravano cosí poco gratificante. Il successivo passo ideale sarebbe stato un ulteriore auto-esame, nel tentativo di trovare comunque qualche aspetto positivo nel rapporto. Purtroppo l’auto-esame e l‘introspe­zione non sono l’attività preferita di molte persone, sia negli USA che - come mi dice il Dott. Ferracuti - in Italia. Spero che il mio libro, che rivolge al lettore precise e imbarazzanti domande, possa servire a stimolare tale in­trospezione ed a provocare risposte oneste circa le motivazioni che spingono il genitore a certi comportamenti. Genitori che sappiano riflettere ed esaminarsi con onestà sono migliori, per i bambini, di genitori che non sappiano farlo onestamente.
La mia speranza, per l’Italia, è che il vostro Paese sappia cavarsela con il divorzio meglio di quanto non abbia­mo fatto noi, forse inducendo gli avvocati, i giudici ed i legislatori ad incoraggiare i genitori in fase di divorzio a guardare di piú in se stessi, per vedere piú chiaramente anche il male che stanno facendo ai propri figli. Il Dott. Ferracuti mi ha scritto: “Non esiste mediazione prima della tempesta. Di solito, la coppia cerca la mediazione dopo la separazione, allo scopo di ridurre il conflitto....” Ferracu­ti continuava dicendo che la mediazione può essere fatta in centri statali chiamati “consultori”, o in centri privati, ma che i risultati non sono molto buoni in entrambi i casi. Egli riassume il problema dicendo che si interviene sempre troppo tardi. Io sono convinto che non si possa legiferare o imporre la psicoterapia, cosí come non lo si può fare con la maturità, tuttavia spero che la legge possa comunque fare qualcosa.
Prima dell’applicazione del principio della non colpa, la coppia che divorziava doveva trovare delle ragioni per il divorzio, come per esempio la crudeltà fisica o mentale, l’infedeltà o tutta una lunga lista di altri peccati sociali. Le cause in tribunale divenivano terribilmente sgradevoli a causa di questo tipo di accuse, e la pubblicità che ne deri­vava provocava forti sensi di vergogna e, in alcuni casi, persino il suicidio. La parte cosiddetta colpevole, cioè il coniuge che aveva commesso il peccato in questione (spesso il marito), doveva pagare per questo perdendo una buona parte dei beni acquisiti durante il matrimonio. Inoltre, quasi certamente non gli veniva consentito di vedere i bambini molto spesso, poiché il contatto con lui veniva considerato socialmente indesiderabile, dato il suo peccato sociale, o quello che veniva descritto come tale. In altre parole, la parte “colpevole” veniva considerata inadeguata a fungere da genitore.
Sebbene l’inadeguatezza al ruolo genitoriale non sia considerata oggi un argomento valido, nell’era della “con­sensuale”, tuttavia questa etichetta si trova spesso tuttora nelle cause in tribunale, almeno nella mente del giudice o delle parti in lite, o dei loro avvocati. Essi cercano di dipingere l’ex coniuge nel modo peggiore. All’epoca dei divorzi difficili, i peccati sociali che si tiravano in ballo spesso non erano veri, ma inventati. Spesso venivano inven­tati addirittura con il consenso della parte avversa, che non li aveva veramente commessi, ma che accettava di venirne accusata solo per ottenere il divorzio. Se il marito era un gentiluomo, era automaticamente lui la parte cosiddetta colpevole. Inoltre, all’epoca erano molto pochi i padri che avrebbero lottato per avere l’affidamento esclusivo dei minori. Le donne non lavoravano quasi mai fuori di casa, come avviene oggi, ed i padri avevano l’obbligo di continuare a fornire il sostegno economico sia per la madre che per i bambini. Quando il divorzio era un anatema, era logico che dovesse essere il piú doloroso possibile.
Oggi, nel mio Paese, praticamente ogni divorzio è fatto sulla base della non colpa, il che comprende anche le procedure per una suddivisione equa della proprietà comune; non resta quindi molto per cui litigare, se si eccettua l’affidamento dei figli. Nella maggior parte delle giurisdizioni statunitensi, lo stesso approccio ostile caratteristico di altre situazioni per cui le coppie che divorziano erano solite litigare, viene mantenuto anche per le liti circa l’affidamento ed il sistema di visite. Dopo tutto, se i coniugi che si separano sono, come è logico, terribilmente feriti, delusi l’uno dell’altro ed arrabbiati, devono pur litigare per <M>qualcosa<D>!
Pertanto, si adotta spesso il cosiddetto approccio classico dell’andare in causa per l’affidamento dei minori, anche se non è realistico e certamente non viene fatto per il bene dei bambini. Rappresenta piuttosto uno spostamento di interesse e di affetto dall’ex coniuge ad un modo indiretto di esprimere la propria ostilità verso di esso. I bambini di per se stessi possono non essere cosí importanti come la rabbia verso l’ex coniuge. I figli divengono solo un mezzo per esprimere la propria ira.
Un altro elemento significativo che entra in gioco nell’errata decisione di far causa per l’affidamento dei minori è un residuo dell’antica disposizione giuridica, per cui i bambini sono considerati proprietà dei loro genitori. Tale punto di vista crea automaticamente una rivalità fra i geni­tori, ciascuno dei quali è, naturalmente, terribilmente possessivo per quanto concerne la sua proprietà. Un aspetto collaterale di ciò riguarda l’obbligo del genitore di provve­dere un sostegno finanziario per i bambini quando questi vivono con l’altro genitore. Ciò comporta la rinuncia ad una ulteriore proprietà materiale. I valori della proprietà diventano importanti in questi casi, anche se spesso vengono distorti. Molte lotte per l’affidamento nasco­no dal fatto che un genitore cerca di evitare il dover inviare all’altro del denaro per il sostegno del minore. A volte un genitore abbandona i propri figli smettendo di inviare il denaro e interrompendo del tutto le visite.
Il concetto dei figli come proprietà ha causato piú problemi di ogni altra cosa nelle cause di divorzio. Malgrado i notevoli progressi delle scienze sociali e della psichia­tria infantile, i tribunali e la legislatura nei Paesi anglo­sassoni non hanno ancora accettato di riconoscere la realtà, cioè che entrambi i genitori sono proprietà dei bambini, e che ciò che deve essere difeso è il diritto di proprietà dei bambini per entrambi i genitori. Naturalmente i bambini non votano e non pagano le tasse, per cui i loro diritti vengono spesso ignorati da coloro che scrivono le leggi.
La vita è dura per i giudici del diritto di famiglia, come lo è per la gente che compare dinanzi a loro nei tribu­nali. Lo standard del migliore interesse, che teoricamente intende essere onesto e giusto, deve essere misurato da ciascuno di questi giudici. Si tratta dello standard giuridico sulla base del quale vengono prese le decisioni relative all’affidamento di minori contesi nei paesi di lingua in­glese, e probabilmente è lo stesso che viene usato in Italia. Promette di essere migliore e piú flessibile degli standard precedenti, ma ciononostante rappresenta una fonte di notevoli difficoltà, come spiegherò fra poco.<%0>
Prima dell’adozione del cosiddetto standard del migliore interesse del bambino, i tribunali dei paesi anglo­sassoni usavano altri regolamenti per determinare il destino dei minori in caso di divorzio. Ci si dimentica spesso che, fino alla metà del diciannovesimo secolo, quando un raro caso di divorzio compariva davanti ad un tribunale nei paesi di lingua inglese, i bambini contesi venivano sempre affidati al padre. Dopo tutto, secondo il regolamento della proprietà, il padre veniva sempre considerato padrone di tutta la proprietà relativa al matrimonio. Inol­tre, fattori economici imponevano che i figli restassero col padre, a prescindere dalla loro età, per lavorare nella fattoria o nella industria familiare, nella quale il padre stesso li avrebbe presto impiegati. Non era quasi mai previsto un sostegno economico per la madre, che solitamente finiva in strada, e raramente o mai riusciva a rivedere i figli. Ovvia­mente, questo standard non era nel migliore interesse di nessuno.
La rivoluzione industriale ha creato grandi cambiamenti nel tessuto sociale generale, compresa la modalità di assegnazione dei bambini in caso di divorzio. I riformatori sociali cominciarono a rendere pubbliche le terribili condizioni di vita di molti bambini indifesi, affamati, fondamentalmente resi schiavi nelle fabbriche o in altri insalubri luoghi. I tribunali cominciarono a reagire. Seguí la diffusione del cosiddetto standard della prima infanzia, secondo il quale i bambini in tenera età dovevano stare con le madri, le quali, per la loro natura piú benevola, erano considerate dall’era vittoriana come le piú adatte ad alle­varli. I padri venivano in gran parte esclusi da qualunque associazione con i loro figli. Uno sviluppo successivo porta­va ad un sistema di visite regolato, deciso dal tribunale.
È stato solo dalla metà del nostro secolo che lo standard del migliore interesse si è andato diffondendo nei tribunali americani nella formulazione di decisioni relative al diritto di famiglia. Sembra abbastanza ragionevole che le decisioni relative all’affidamento di minori contesi debbano basarsi sul concetto del loro miglior interesse, e che i bambini debbano quindi essere affidati a quel geni­tore che può garantire una situazione migliore. Tuttavia, non esiste, ovviamente, una definizione univer­sale, uniforme, di quello che possa essere il miglior interesse dei bambini contesi, con l’eccezione del fatto che i litigi a causa loro devono comunque aver fine. Ogni caso, comunque, dovrà essere esaminato indi­vidualmente.
Negli Stati Uniti praticamente ogni giurisdizione ha sviluppato i propri concetti a proposito del miglior interesse, ed entro quei limiti ogni giudice ha le proprie idee. Lo standard naturalmente viene ridefinito caso per caso e da ogni giudice. Proprio come fanno gli psichiatri e gli psicologi, i giudici si fanno influenzare dalla loro prepara­zione di base e dai loro pregiudizi nel determinare quale sia il miglior interesse dei bambini contesi. Spesso il giudice percepisce che nessuno dei due genitori in lite si preoccupa veramente del bambino, e allora la sua comprensibile rabbia verso quei genitori narcisisti spesso finisce con l’influen­zare il processo decisionale. Ho cercato sempre di far capire ai miei studenti quanto dannoso possa risultare questo loro rancore quando cercano di mediare tra due genitori in lite. Apparentemente nessuno insegna ciò ai giudici. È classico che gli avvocati delle parti chiamino in causa esperti di igiene mentale, che devono dimostrare come la parte avversa sia come minimo inadeguata, o addirittura mostruosa, mentre il loro cliente è praticamente un santo. C’è da meravigliarsi se molti giudici ci considerano disonesti?
Lasciate che continuino a pensare di poter prendere delle decisioni migliori di quelle che potremmo prendere noi. Non discuterò su questo punto, anche se si sbagliano. La cosa che discuterò, invece, è che, nella maggioranza dei casi, è obbligo dei genitori prendere le decisioni relative ai figli, bene ed in modo definitivo, e ritengo sia meglio lasciare i tribunali fuori dalla questione, a meno che non si tratti di obbligare i genitori a raggiungere tali decisioni. Anche gli esperti di igiene mentale dovrebbero essere esen­tati dal prendere decisioni, almeno nei casi normali, ma si dovrebbe comunque far ricorso alle loro capacità psicotera­peutiche o mediatorie. Psicoterapeuti ben addestrati possono usare la propria abilità per trattare anche i piú arrabbiati genitori in lite, e indurli a prendere delle decisioni sui figli senza coinvolgere il tribunale. <%-2>Il nucleo fondamentale del concetto di avvocato del bambino è questo prendere <M>tutte<D> le decisioni per il bene dei minori, e dovreb­be essere uno standard nella pratica di molti esperti di igiene mentale che lavorano in questo campo.<%0>
Non sono abbastanza informato circa le leggi del divor­zio in Italia per commentarle. Ho provato a darvi un’idea di come il sistema giuridico statunitense abbia cercato di trattare i casi di minori contesi in caso di divorzio, ma, ripeto, cercate di convincere i giudici in Italia a far pressioni sulle coppie in fase di divorzio, affinché decida­no concordemente cosa fare dei figli <M>prima<D> di arrivare in tribunale per discutere eventuali altri problemi legati al divorzio. Le ricerche svolte negli USA hanno dimostrato in modo definitivo che le decisioni prese concordemente dai genitori verranno rispettate da entrambi, molto piú di quanto non avvenga con le decisioni imposte dal giudice o da qualche altra autorità esterna, le quali, di solito, creano soltanto un maggiore risentimento in almeno uno dei due coniugi.
A causa della mia posizione cosí chiaramente in favore di un avvocato per i bambini, la gente mi ha spesso chiesto se fossi contrario al divorzio. Il divorzio può essere con­siderato da molti una disgrazia sociale, ma io ritengo che possa anche essere una disgrazia necessaria. Non è giusto che degli individui debbano restare prigionieri di un rappor­to che produce soltanto una continua sofferenza per loro stessi e - cosa piú importante - per i loro bambini. Dubito che abbiate mai sentito un divorziato rimpiangere di non vivere piú con l’ex coniuge. Non c’è dubbio che un divorzio sia molto sgradevole per i bambini, come lo è, del resto, una vita familiare fatta di continui litigi. Tuttavia, le ricerche in merito hanno dimostrato che i bambini possono riuscire ad adattarsi ad un divorzio, specialmente se esso non diviene una prolungata ed estenuante tortura, nella quale la coppia continua a litigare sulla pelle dei figli.
Desidero concludere questo mio discorso ricordando un fatto indiscutibile relativo ai bambini, che è ben noto a tutti voi, e che ho trattato ampiamente nel mio libro. È molto piú faticoso allevare dei bambini disturbati che dei bambini sani. Ritengo sia necessario che i genitori in lite, i loro avvocati, i tribunali ed i legislatori, comprendano bene e riflettano su quello che i bambini devono passare per riprendersi dalla rottura del loro nucleo familiare, sempre estremamente traumatica. In realtà, soltanto bambini sani saranno in grado di completare i difficili compiti necessari a superare i problemi creati loro dalla rottura della fami­glia. Al fine di poter essere sani abbastanza da poter com­pletare questi compiti, i bambini dei divorziati non devono essere afflitti dalle liti dei genitori circa il loro affida­mento.
I compiti che spettano ai bambini figli di divorziati sono stati elencati dalla Dott.ssa Judith Wallerstein, la cui ricerca in quest’area è stata fondamentale. Ogni bambino di divorziati deve superare tutti questi ostacoli per poter raggiungere una certa maturità nell’età adulta. Prima di tutto il bambino deve ammettere e accettare la realtà della frattura fra i genitori. La paura è un grande nemico nell’ac­cettare tale realtà; le fantasie del bambino si concentrano sull’abbandono ed il rifiuto e sono molto potenti, per cui occorre combatterle, se necessario con la psicoterapia. In secondo luogo il bambino dovrà riuscire a svincolarsi dalle liti dei genitori, e continuare i propri compiti normali; ciò è molto difficile, naturalmente, se il bambino vive in una tempesta emotiva. È fondamentale restituirlo ad una vita normale, cioè senza liti. In terzo luogo il bambino deve risolvere i propri sentimenti di perdita. La Wallerstein commenta che uno dei principali ostacoli è il fatto di “essere continuamente deluso da genitori inaffidabi­li, assenti o privi di interesse per lui...”. Il quarto compito è quello di superare la propria rabbia e l’auto-accusa. Non ho incontrato mai alcun bambino che non si sen­tisse colpevole per il divorzio dei genitori. Egli continua a conservare, magari inconsciamente, la fantasia che i genitori torneranno a vivere assieme. Ciò porta al compito successivo, quello di accettare il divorzio dei genitori. Se, come accade spesso, i genitori non lo accettano, come possono accettarlo i bambini? Spesso, come è stato ben dimostrato, l’atteggiamento dei genitori può essere un tentativo di negare i loro rapporti cosí scadenti, anche se in modo distruttivo. È invece necessario rassicurare il bambino sul fatto che continueranno a volergli bene, anche se non torner­anno mai assieme.
Infine, se questi cinque compiti sono stati adempiuti abbastanza bene, il bambino potrà affrontare il sesto compi­to, cioè raggiungere speranze realistiche circa la capacità di stabilire rapporti positivi. Almeno nel mio Paese, notiamo spesso una incapacità notevole a stabilire rapporti intergenerazionali. I bambini dei divorziati possono sviluppare un concetto sbagliato del matrimonio e dell’allevamento dei bambini, perché conoscono ben poco della possibilità di rapporti positivi.
Fare l’avvocato dei bambini nella mediazione in caso di divorzio è una forma di psichiatria preventiva. Il classico ruolo dei tribunali nelle liti dei divorziati è piuttosto distruttivo. Prolunga la lite dei genitori, la quale non fa altro che mantenere i bambini nel bel mezzo di una tempesta emotiva. Ciò produce spesso problemi psichiatrici, che impe­diranno ai bambini di affrontare i vari compiti da superare per assicurarsi una futura sanità mentale. I legislatori, gli avvocati ed i giudici, gli psichiatri e gli psicologi, nel mio Paese come in Italia, devono lavorare assieme per cambiare il modo di affrontare queste lotte fra genitori. Costoro dovranno essere posti in una situazione in cui siano forzati ad assumersi le proprie responsabilità. È stato dimostrato che possono farcela, facendo cosí del bene a se stessi ed ai loro figli.