Djerassi, scienziato libero

Maria Pia Felici

“Si parla molto di come è cambiata la scienza, ma mai dei cambiamenti sociali che hanno reso necessario questo adeguamento.” Così esordisce Carl Djerassi al Primo Congresso Mondiale per la Libertà di Ricerca Scientifica, che si è svolto a Roma dal 16 al 18 febbraio alla Sala della Protomoteca in Campidoglio e che ha visto la partecipazione di politici e scienziati da fama internazionale.
Nel suo intervento, intitolato “Si può vietare la ricerca?”, Djerassi ha risposto un categorico “No!” (ironicamente anche il titolo del romanzo di prossima uscita di questo autore, così bravo ad autopromuoversi!).
Secondo il chimico statunitense, vietare la ricerca significa innanzitutto vietare la curiosità umana che la guida. Inoltre è praticamente impossibile vietare la ricerca di base perché per definizione non si può vietare qualcosa che ancora non si conosce. La sua pillola anticoncezionale, ad esempio, è nata da una ricerca sul progesterone per la cura del cancro e dell’infertilità e alla fine si è indirizzata verso la contraccezione. Come si poteva vietarla ancora in fase sperimentale?
Più la ricerca diventa applicata, ha continuato Djerassi, più è facile creare scenari di orrore che possano persuadere i governi e le società a vietare certi tipi di ricerca. La paura più grande è che le nuove tecnologie possano alterare le norme e i comportamenti sociali. La ICSI ad esempio, la nuovissima procedura per la fecondazione in vitro, che prevede l’iniezione di un solo spermatozoo in un solo ovulo, potrebbe permettere alle coppie di rimandare un figlio molto in là nel tempo, a dispetto delle condizioni fisiche imposte in genere dalla natura. Implicazioni queste che Djerassi affronta proprio in una sua pièce teatrale, intitolata appunto ICSI – Il sesso nell’epoca della riproduzione meccanica.
In realtà, secondo Djerassi, è proprio il contrario: a volte sono i mutamenti sociali legati alle epoche che richiedono lo sviluppo di una determinata tecnologia. Restando al suo campo di ricerca, la Pillola - spesso ritenuta responsabile della “rivoluzione sessuale” degli anni Sessanta e Settanta - nasce in realtà dalle nuove esigenze sollevate dai movimenti socio-culturali di quell’epoca, primo tra tutti quello femminista.
E al ruolo della donna nella società, in particolare la sua ascesa nel mondo del lavoro e della ricerca scientifica, Djerassi ha dedicato il suo ultimo romanzo, NO (Di Renzo Editore), in cui una scienziata deve rinunciare ad una carriera accademica che le verrebbe impedita dal sistema, per dedicarsi – proprio lei, una donna – allo studio dell’infertilità maschile.
Infine, intervenuto al dibattito, suscitato anche dagli interventi di John Harris, professore di Bioetica all’Università di Manchester e di Lewis Wolpert, professore di biologia all’Università di Londra e antesignano nella lotta per la libertà della ricerca, Djerassi ha insistito sulla paura che la gente nutre nei confronti della scienza ed ha ribadito la necessità di corsi di scienza per non-scienziati, di interdisciplinarietà tra le materie universitarie e di un legame sempre più stretto tra letteratura e scienza. Legame di cui si è fatto ormai da vent’anni il promotore con la sua attività di scrittore, e per la quale ha vinto nel 2006 il Premio Serono con il romanzo Operazione Bourbaki.

(17 febbraio 2006)