Cellule Staminali, n. 90 del 24 giugno 2005

Carl Djerassi: in difesa della clonazione terapeutica, una risposta ai moralisti confusionari

Rosa a Marca

(La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha ospitato un intervento di Carl Djerassi (81 anni), inventore della pillola anticoncezionale)
Austriaco di nascita, scappato dal nazismo, posso ben comprendere i timori di tedeschi ed austriaci riguardo a temi come la genetica, la clonazione e qualsiasi attività scientifica che, in un modo o in un altro, evochi la follia della razza superiore di Hitler. Eppure, questa sensibilità non può giustificare la legislazione rigida ed illogica che la Germania si è data per regolamentare la ricerca con le cellule staminali. È confusionaria, giacché mescola risultati scientifici con una definizione di “bambino” dettata dalla religione e le preoccupazioni etiche verso cure promettenti per alcune malattie. La presa di posizione di Peter Liese (parlamentare europeo della Cdu, in un articolo del 16 giugno) testimonia di questo guazzabuglio, al punto da indurmi a una doverosa replica.
La mia risposta non è da intendersi come la predica di un ricercatore americano, piuttosto l’espressione delle preoccupazioni di un esule europeo, cui due anni fa il Governo di Vienna ha conferito la cittadinanza onoraria e che la Repubblica Federale ha onorato con la Gran Croce al merito. La replica esprime semplicemente il mio disagio per il danno che quell’atteggiamento provoca alla ricerca in Germania, un Paese che tanto ha dato alla scienza.
L’assunto di Liese: “È più facile che nasca un bambino clonato prima che un malato possa guarire” è una bella frase ad effetto, ma paradossale. La stragrande maggioranza dei ricercatori seri condanna la clonazione umana, ciò non toglie che gran parte degli esperti del settore sia favorevole a usare “le tecniche della clonazione” per sperimentare la possibilità di curare malattie gravi. Il rischio che uno scienziato pazzo da qualche parte sulla Terra cloni una persona prima che i suoi responsabili colleghi trovino un trattamento convincente per malattie come il Parkinson o il diabete, nulla ha a che vedere con il divieto tedesco per la clonazione terapeutica. Quel divieto può garantire una cosa sola: che nessun ricercatore operante in Germania potrà mai ricevere un premio Nobel per aver scoperto nuove cure contro quelle malattie. E se mai esisterà un ricercatore tedesco tanto pazzo da clonare un essere umano in un prossimo futuro, non c’è legge che potrà impedirgli una simile follia.
Molto più insidiosa è però quest’altra affermazione di Liese: “Senza gli ovociti di una donna non si possono clonare embrioni umani”. Certo che no. Ma nemmeno senza gli spermatozoi. Dovremmo per caso punire la masturbazione, intesa come particolare forma di assassinio di un essere umano “potenziale”? Tutt’e tre -ovocita, spermatozoo ed embrione - sono vita potenziale. Ma un embrione fuori dall’utero non può essere considerato bambino, come sostengono i tanti fondamentalisti americani ed europei o come emerge in quest’altra frase di Liese: “Un embrione è un essere umano nella fase iniziale del suo sviluppo”. Bisogna invece che sia stato impiantato in una donna e che si sia sviluppato nel suo utero. Se si vuole sostenere che la clonazione terapeutica comporta di per sé uno sfruttamento della donna, altrettanto si potrebbe dire, allora, di ogni nascita naturale. È vero che in alcuni casi la donna e’ oggetto di sfruttamento, ma ciò non significa che ogni gravidanza sia condannabile. E poiché nessuna donna da sola è in grado di produrre un embrione, ma solo ovuli, dire, come fa Liese, che la donna verrebbe sfruttata nella sua veste di donatrice, è, nelle migliori delle ipotesi, una forma di morale fallocentrica. Chi gliel’ha detto che nessuna donna è disponibile a donare gli ovuli per la clonazione terapeutica? E poi, sostenere che per ricavare gli ovociti le donne “dovrebbero sottostare a trattamenti ormonali suscettibili anche di morte o danni duraturi”, senza accennare al fatto che sono pochissimi i casi di morte tra i milioni di donne che si sono sottoposte a quei trattamenti per combattere l’infertilità e che continueranno a farlo, sfiora la disonestà. Tutto quello che facciamo - sciare, praticare sesso, partorire - è notoriamente rischioso. Ma non per questo vi rinunciamo se e’ la nostra volontà. Infine, Liese accenna quasi di sfuggita che “la cosiddetta clonazione terapeutica” è autorizzata solo in tre Pesi dell’Unione Europea, omettendo di dire che tra questi c’è la Gran Bretagna, con la sua legislazione che è la più avanzata del mondo. E infatti sono sempre più i Paesi che s’ispirano al modello britannico - ad esempio la California del Governatore Schwarzenegger, il quale ha agito contro la volontà di Bush.
Penso che la Germania dovrebbe seguire la proposta del cancelliere Schroeder e modificare la legge vigente, in quanto dannosa per la ricerca tedesca e per i suoi ricercatori, senza nemmeno essere in grado di risolvere i problemi etici. A Peter Liese e agli altri moralizzatori faccio una proposta molto semplice: di mettere nero su bianco la rinuncia, per sé e per i propri figli, a qualsiasi trattamento terapeutico che mai dovesse derivare da quella clonazione terapeutica oggi proibita in Germania. Una tale dichiarazione li farebbe sicuramente stare meglio. Anche se potrebbe capitare che loro o i loro figli morissero prima di noi altri peccatori.