la Repubblica, lunedì 13 giugno 2005, pag. 33

La pillola della libertà

Piergiorgio Odifreddi

Se oggi milioni di donne non devono più scommettere al gioco d’azzardo della “roulette vaticana” per decidere se avere figli, e possono invece affidarsi alla scienza deterministica della pillola anticoncezionale, lo devono anzitutto al chimico Carl Djerassi: un austriaco di origini bulgare emigrato negli Stati Uniti, che sintetizzò in Messico il 15 ottobre 1951 il primo contraccettivo orale. Da quel momento il sesso fu ufficialmente svincolato dalla procreazione e le donne cessarono di essere animali da riproduzione, come ancor oggi i Ratzinger e i Buttiglione vorrebbero che fossero.
Dopo una lunga carriera da chimico, che l’ha portato fra l’altro a scoprire uno dei primi antistaminici, e a pubblicare milleduecento articoli e sette monografie, Djerassi ha da tempo intrapreso un altrettanto benemerita attività divulgativa da lui stesso definita «fantasia sulla scienza», per distinguerla dalla fantascienza: un tipo di invenzione letteraria, cioè, costruita su una base scientifica veritiera e accurata. I suoi romanzi e lavori teatrali sono tradotti in italiano da Di Renzo Editore: in particolare Operazione Bourbaki, vincitore del Premio Letterario Serono, in occasione del quale abbiamo intervistato lo spumeggiante ottantenne autore.

Per cominciare dalla pillola, come separerebbe i suoi contributi da quelli di Pincus?
«Non c’è bisogno di separarli, visto che sono venuti uno dopo l’altro. La gente parla sempre del padre della pillola, ma non si chiede mai chi sia la madre: che, dal mio punto di vista, è appunto il chimico. Perché niente può accadere fino a quando non c’è una sostanza chimica, che va prima inventata e poi sintetizzata: solo a quel punto può entrare in scena il biologo con il test. È come se i chimici fornissero l’uovo da fertilizzare, e i biologi lo sperma: per questo parlo dei chimici come dei padri. naturalmente ci vuole anche un’ostetrica, che è il medico che fa gli esperimenti clinici sugli umani, dopo che i biologi li hanno fatto sugli animali, dopo che i chimici hanno fornito la sostanza».

E di nonni della pillola, ce ne sono?
«Ce n’è uno, completamente ignorato dalla maggior parte della gente: è un austriaco di nome Ludwig Haberlandt, che già negli anni Venti suggerì l’idea di un anticoncezionale orale a base di progesterone, l’ormone femminile. Che però non era noto a quei tempi: si sapeva solo che c’era una sostanza nella placenta e nel corpo luteo che costituisce l’anticoncezionale della natura, perché impedisce una nuova gravidanza nel periodo in cui una donna è incinta».

Questo è dunque uno dei molti casi in cui un farmaco è già presente nell’organismo?
«Non direi che i casi sono molti, benché ce ne siano altri (adrenalina, cortisone, testosterone), ma questo è certamente uno. Il metodo di Haberlandt, però, non poteva funzionare, perché si scoprì poi che il progesterone non è attivo per via orale. Quando fu isolato non fu dunque usato come contraccettivo, ma come farmaco per la regolazione del ciclo, oltre che per il trattamento dell’infertilità: oltre a quella di impedire l’ovulazione durante la gravidanza, una delle sue funzioni è infatti la stimolazione dell’ambiente favorevole all’utero. Un terzo uso fu il trattamento di certe forme di cancro della cervice».

E voi come aggiraste il problema, alla Syntex messicana?
«Cercammo di sintetizzare un nuovo composto artificiale, che avesse la stessa attività biologica del progesterone, ma che si potesse assumere oralmente».

Modificaste la struttura del progesterone, o ne inventaste una completamente nuova?
«In un certo senso, entrambe le cose. Il nostro composto era nuovo, perché artificiale e non esistente in natura. Ma era uno steroide, e in quel senso apparteneva alla stessa famiglia del progesterone. Anche se, in realtà, assomigliava più al testosterone, che è l’ormone sessuale maschile: gli aggiungeva delle sostanze che da un lato lo rendevano oralmente attivo, e dall’altro lo trasformavano in qualcosa di simile al progesterone».

E Pincus, quando entrò in scena?
«Quando gli mandammo questo composto da testare. Naturalmente lui non riconobbe mai l’apporto dei chimici, e nemmeno dei suoi predecessori in biologia: a partire da Haberlandt, di cui non fece che seguire il programma. Questa è una delle cose che non mi sono mai piaciute di lui».

Quando fu approvata la prima pillola?
«Nel 1957 come trattamento dei disordini mestruali e dell’infertilità, e tre anni dopo come contraccettivo. Negli Stati Uniti, naturalmente, perché in paesi come l’Italia e la Spagna la si è contrabbandata per decenni soltanto come regolatore del ciclo».

Non mi sorprendo.
Il vostro è un paese molto interessante: ha il minimo tasso di procreazione in Europa, e uno dei più bassi al mondo, ma continua a considerare in teoria un peccato la separazione del sesso e della riproduzione, che ha però messo in pratica da tempo immemorabile. Perché non mi si verrà a dire che, dopo il primo o il secondo figlio, i genitori italiani smettono di fare sesso...».

Il punto della Chiesa, però, è che non si devono usare mezzi artificiali per la contraccezione.

«Col bel risultato che la più alta percentuale di aborti clandestini si ha nei paesi cattolici dell’America Latina».

Veniamo ora alla Sua attività letteraria. Alcuni dei suoi romanzi richiamano personaggi matematici fin dal titolo, come Il dilemma di Cantor o Operazione Bourbaki: questo significa che lei ha un interesse particolare per la matematica?
«Per la matematica no, ma per la sua sociologia sì. Ad esempio, per il fatto che i matematici in genere lavorano da soli, diversamente dagli scienziati. E mentre gli scienziati non usano mai pseudonimi, i matematici, che dovrebbero essere più egocentrici degli scienziati, hanno inventato Bourbaki. il mio romanzo tratta appunto del fenomeno dell’egocentrismo degli scienziati, del riconoscimento del nome».

Però oggi nessuno pubblica anonimamente, a parte i giornalisti dell’Economist!
«Non è vero, si sbaglia. George Orwell, ad esempio, era lo pseudonimo di Eric Blair».

Ma una volta che uno ha usato uno pseudonimo, quello diventa il suo nome da scrittore.
«Il punto è che gli scienziati non lo fanno, forse perché soffrono per la loro “dispensabilità”: nella scienza, se uno non arriva a una scoperta, ci arriva qualcun altro. Quando il momento è maturo, le scoperte sono nell’aria, e per questo ci sono le attribuzioni multiple. Ad esempio, i premi Nobel scientifici sono regolarmente divisi fra più persone, mentre non lo è quasi mai quello per la letteratura: è successo solo quattro volte».

Che cosa l’ha affascinato, di Bourbaki?
«Ad esempio, i dettagli dell’origine del nome, che credo la maggior parte dei matematici non conosca. Si tratta del cognome adottato dalla famiglia greca Skordylis, che combatté contro i Turchi e ricevette da loro il sopranome di “Bour Baki”, cioè “Uomo Duro” o “Guerriero”. Uno degli Skordylis partecipò alla campagna d’Egitto, e napoleone lo ricompensò accogliendone il figlio il figlio in Francia come studente: quello fu il padre del generale che diede il nome ai Bourbaki matematici. Un generale, tra l’altro, di completo insuccesso, perché perse la guerra e dovette scappare a Ginevra. E questo è parte del divertimento: dei matematici francesi che adottarono lo pseudonimo, ma anche del mio, che ho usato il nome originale Skordylis per uno dei personaggi del mio romanzo».